Perché ci serve il trattato del Quirinale

Dario Fabbri

Il prossimo 25 novembre Emmanuel Macron sarà a Roma per siglare il cosiddetto trattato del Quirinale, accordo bilaterale che dovrebbe inchiodare la Germania alla sopravvivenza dell’euro, mentre palesa la debolezza italiana e la consapevolezza del nostro governo. Pensata da Macron nel 2018 per bilanciare la superiorità economica tedesca, l’intesa ha acquisito slancio in tempi di pandemia e con l’aggravarsi della posizione italiana in Nord Africa e nei Balcani. Lo scorso anno Berlino si è spesa per salvare l’eurozona flagellata dalla crisi economica, soprattutto Italia e Francia smascherate dal virus nelle loro fragilità strutturali. Con inedita maturità, la Repubblica Federale ha voluto garantire l’emissione di bond da parte della commissione europea, sostanza del Next Generation Eu, finalmente conscia di come il precipitare dell’Italia (settentrionale) distruggerebbe l’industria teutonica e la moneta unica.

Ma l’opinione pubblica tedesca è restia a impegnarsi sine die per i propri satelliti, nonostante la partecipazione di questi alla catena del valore nazionale, cronica irrazionalità di matrice astrategica, confermata dalle ultime elezioni. Di qui l’accelerazione imposta al trattato. Obiettivo ultimo è unire il peso di Parigi e Roma per inibire un possibile ritorno all’austerity imposto dalla prossima cancelleria, capace di condurre i due paesi latini nel baratro – peraltro nel 2019 l’Eliseo ha rinnovato un simile patto anche con Berlino. Nelle intenzioni il progetto dovrebbe imbracare la Germania, costringendola a conservare una politica fiscale di stampo espansivo.

Oltre alle preoccupazioni economiche, il nostro governo è tirato verso la Francia dalle difficoltà riscontrate nei dossier più rilevanti. Dopo aver subìto il rovesciamento di Gheddafi e la fallimentare offensiva del sedicente generale Haftar, manovre ordite da Parigi (anche) in funzione anti-italiana, in Libia ci ritroviamo oggi confitti nella sola Tripolitania, sotto la Turchia. Condizione dolorosa, non lontana da quella che viviamo nei Balcani, altra regione decisiva per la nostra cifra geopolitica da cui siamo addirittura esclusi, disputata tra americani, russi, tedeschi e turchi. Con Ankara in spettacolare ascesa tra Bosnia, Kosovo e Albania. Recentemente Tirana ha perfino incaricato Erdogan di ammodernare le locali Forze armate.

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