Conte prepara la vendetta contro Draghi: “Sulla legge finanziaria ci faremo sentire”

Federico Capurso

ROMA.  «Dobbiamo reagire». In queste due parole, scelte da Giuseppe Conte negli ultimi confronti con i suoi fedelissimi, c’è la necessità – e con essa la frustrazione – di dover far vedere che è lui ad avere in mano il timone del Movimento e che deve essere rispettato dal governo. L’esilio dalla Rai imposto alle truppe M5S è stata la prima prova muscolare interna, ma ora il cambio di atteggiamento va oltre i confini pentastellati e diventa un coltello da girare nella pelle di palazzo Chigi, perché «è sulla legge di bilancio che dovremo farci sentire». I sondaggi non mentono: «Chi sta al nostro fianco cresce sempre, mentre noi caliamo. Ora basta». L’accondiscendenza mostrata finora, foderata di «senso di responsabilità», deve essere trasformata in durezza. Non solo nei confronti dei partner di maggioranza, ma anche di Mario Draghi, colpevole agli occhi di Conte di non aver tutelato a sufficienza il Movimento e – per dirla con alcuni parlamentari vicini all’ex premier – di «averlo voluto umiliare troppe volte».

L’idea di uscire dalla maggioranza non è contemplata, nemmeno con la garanzia di un appoggio esterno dell’esecutivo, ma il livello di sopportazione è arrivato al limite. Il capodelegazione Stefano Patuanelli porta il messaggio ad alcuni senatori M5S, riuniti nella serata di giovedì dopo l’incidente provocato poche ore prima dal centrodestra che, insieme ai renziani, ha approvato due emendamenti sui quali il governo aveva dato parere contrario. È l’occasione giusta per chiedergli di mostrare i denti: «Basta subire». Se Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini si muovono incuranti del governo – è il senso del discorso di Patuanelli – allora «anche noi possiamo essere più rigidi sulla manovra e gestirla tutelando innanzitutto i nostri interessi». Gli effetti del nuovo approccio si sentono subito. A pagarne le conseguenze è il senatore di Leu Vasco Errani, che secondo un accordo stretto mesi fa da Leu, Pd e dagli stessi Cinque stelle, avrebbe dovuto essere uno dei due relatori di maggioranza della legge di bilancio.

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