Noi donne contro Barbero che elogia la spavalderia

Michela Marzano

Le donne sono davvero strutturalmente insicure, meno aggressive e meno spavalde? Sono due giorni che le parole di Alessandro Barbero circolano sui giornali e sui social, suscitando stizza, recriminazioni, invettive o plauso. Se fosse dipeso solo da me, le avrei lasciate scivolare nel dimenticatoio. Ma siccome le polemiche ci sono state, allora tanto vale che anch’io dica la mia. Tanto più che, essendo io stessa una donna insicura e niente affatto aggressiva o spavalda, mi sento direttamente chiamata in causa. Sebbene l’insicurezza c’entri poco con l’aggressività e il concetto di aggressività e quello di spavalderia non siano intercambiabili. E soprattutto, non sta né in cielo né in terra l’idea secondo cui l’insicurezza o l’assenza di aggressività e di spavalderia sarebbero strutturalmente femminili, a meno di non tornare indietro di secoli e ricominciare a credere che la donna, come scriveva Aristotele, sia inferiore all’uomo perché non contiene sufficiente “calore naturale”. In realtà, molte delle caratteristiche che Barbero attribuisce alle donne sono proprio la conseguenza dell’atteggiamento che persone come lui continuano ad avere nei loro confronti.

Ma procediamo con ordine, iniziando prima di tutto a distinguere insicurezza, aggressività e spavalderia. Ci ha mai pensato Barbero che è proprio l’insicurezza che, spesso, rende aggressivi? Siccome non sono sicuro di me, allora batto i pugni, urlo, grido, scalpito. Anche se poi, con l’aggressività, non si ottiene nulla – come quando si risponde male in aeroporto a un agente di sicurezza che vuole ispezionare il trolley o la borsa, e l’unico risultato è il serio rischio di perdere l’aereo. Ma forse Barbero, parlando di aggressività, si riferiva alla granitica certezza che alcune persone hanno di essere superiori agli altri (uomini o donne, nessuna differenza strutturale), e quindi alla brutalità di chi, privo di scrupoli, non esita a farsi strada schiacciando chiunque sembri intralciarne il cammino. Che è poi una forma di spavalderia priva di fondamento, “perché io so io e voi non siete un cazzo”, come diceva Alberto Sordi ne Il Marchese del Grillo. Ma qual è allora il problema, professor Barbero? Che alcune donne non siano spavalde oppure che, per avere successo, la spavalderia e il menefreghismo contino più della competenza e dell’umiltà (che è poi la caratteristica delle persone veramente grandi, indipendentemente dal successo che riescono o meno a ottenere)? L’unico punto interessante dello sproloquio di Barbero, se proprio ne vogliamo trovare uno, è la constatazione del fatto che tante donne (ma non solo loro) abbiano poca fiducia in loro stesse, e quindi appaiano insicure. Ma questa storia della mancanza della fiducia in sé è tutto tranne che strutturale. Anche semplicemente perché la fiducia è il frutto del riconoscimento, ossia della possibilità che una persona ha avuto di essere riconosciuta per quello che è, senza doversi sempre giustificare per ciò che non è. Visto che ognuno di noi è sempre “altro” rispetto alle aspettative che gli adulti posano su di noi quando siamo piccoli, e che l’origine dell’insicurezza è lì, in quello sguardo negato, in quelle sentenze scagliate come pietre, in quel “non sei sufficientemente bravo, bello, capace…” che distrugge la capacité di credere in sé. E questo è ciò che tante donne (ma anche alcuni uomini) continuano a subire. E che Barbero riproduce, spiegandoci per l’ennesima volta che, se non abbiamo successo, allora è colpa nostra. Dopoché, ha ragione pure Paola Mastracola quando, sulle pagine di questo giornale, si chiede se avere successo sia poi così importante, visto che talvolta la carriera va di pari passo con una vita oberata di impegni e di responsabilità. Ma il punto non è questo, almeno credo. Perché tutte coloro che invocano la parità non sostengono che il successo sia sinonimo di felicità.

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