Siena, Trieste e capitalismo all’italiana Siena, Trieste e capitalismo all’italiana

MASSIMO GIANNINI

La rottura delle trattative tra il ministero del Tesoro e Unicredit per il salvataggio del Montepaschi è una pessima notizia per il Paese, per la sua immagine, per la salute della sua economia. È uno smacco per la vicenda in sé: il dissesto della banca senese è un bubbone che ci portiamo dietro da troppi anni, un grumo di scandali, di inchieste giudiziarie, di sperperi, persino di suicidi, che disonora la finanza italiana e soprattutto costa una barca di soldi per lo Stato e per il privato. La prova è che dal 2009 ad oggi, tra aumenti di capitale sul mercato e interventi della mano pubblica, per salvare Mps abbiamo speso qualcosa come 30 miliardi. Sette in più della manovra di bilancio appena annunciata dal governo Draghi.

Ma è uno smacco anche in senso più lato, per l’intero Sistema-Paese. Testimonia la crisi di un capitalismo italiano che ormai mostra la corda. I frutti avvelenati delle ex PpSs li vediamo in questi giorni: il tramonto inglorioso di Alitalia, con le hostess in piazza spogliate di stipendio e dignità, e la lenta agonia dell’Ilva di Taranto, con gli operai costretti alla scelta drammatica tra lavoro e salute. Continuiamo giustamente a inorgoglirci, perché siamo “la seconda manifattura d’Europa” dopo la Germania. Ma sul mercato mondiale, ormai, un grande Paese non può più competere cullandosi solo nel “piccolo è bello” e nelle eccellenze del Quarto Capitalismo che ci hanno salvato tra la fine degli Anni Novanta e l’inizio dei Duemila.

Oggi di grande c’è rimasto assai poco. Nella finanza, insieme ai due pivot bancari Intesa e poi Unicredit (che dovrebbe ingrandirsi proprio caricandosi di Mps) ci sono le Assicurazioni Generali. Nell’industria, insieme alle public utilities Eni ed Enel, c’è il gruppo Exor (che ha in portafoglio anche gli asset editoriali di Gedi e che tra Fca, Ferrari, lusso, sport, agricoltura, ha attività italiane pari al 40-50 per cento del giro d’affari totale). Per il resto, quello che un tempo si chiamava il “Salotto Buono” ha chiuso i battenti da un pezzo. Negli anni d’oro Mediobanca era il crocevia delle grandi famiglie e dei signori del credito, che governavano, orientavano e proteggevano gli assetti dell’economia e della finanza con il collaudato meccanismo delle partecipazioni incrociate e delle scatole cinesi. Enrico Cuccia, allora, era davvero il custode dei Poteri Forti. E chi oggi continua a evocarli a sproposito non sa o non ricorda cos’era il “capitalismo di relazione” di quegli anni. In questo momento Mediobanca è una banca d’affari quasi normale, come ce ne sono tante in Eurolandia e nel mondo. Il “quasi” deriva dal fatto che attinge la sua forza soprattutto da un’unica partecipazione, che conserva gelosamente nella sua cassaforte: le Generali, appunto, cioè la “magnifica preda” che in mezzo secolo molti hanno inseguito e nessuno ha mai conquistato. Ma oggi anche Generali sembra un colosso dai piedi d’argilla. Bloccato da uno scontro tra l’amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel (che possiede il 17,25 per cento, dopo aver “affittato” un 4 per cento di titoli per pesare di più in consiglio) e gli azionisti privati della compagnia Del Vecchio e Caltagirone (che insieme alla Fondazione Crt detengono il 13,31 per cento).

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