A sinistra non è mai il tempo dei diritti

Francesca Schianchi

E così, ancora una volta, non è il momento di parlare di diritti. Oggi di contrasto all’omotransfobia come nel 2017 di questi tempi di riforma della cittadinanza. Dopo un inizio estate rovente sul ddl Zan, dopo le baruffe in Commissione e in Aula al Senato, la valanga di emendamenti leghisti e il rinvio a settembre, ecco ci siamo, doveva essere il momento. Doveva esserlo per le forze di maggioranza che a lungo hanno predicato la necessità di quella legge, per Leu, per il Movimento cinque stelle, soprattutto per il Pd, il più risoluto in quelle settimane a sostenere la necessità di approvarlo, alla svelta e così com’è uscito nel novembre scorso dalla Camera. Basta rinvii, no alle offerte salviniane o renziane di mediazione che danno l’idea di essere solo scuse per prorogare in eterno. L’occasione era ieri l’altro, la riunione dei capigruppo per stabilire il calendario prossimo venturo, era quello il momento di dire: abbiamo aspettato anche troppo.

Invece no, si può aspettare ancora: la maggioranza lo ha rimandato al mese prossimo. Meglio, dopo le elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre. Certo, sono tutte vere le imbarazzate giustificazioni dei dem, il decreto Green Pass da convertire, la riforma del processo penale e poi quello civile da portare in Aula a passo di carica, perché così è stato caldamente richiesto dalla ministra Cartabia e dal premier. Eppure, guarda un po’, la sensazione è quella del déjà vu: quando in ballo ci sono i diritti, non sono mai la priorità. E non è mai il momento giusto, soprattutto se di lì a poco si vota. Quattro anni fa, quando a Palazzo Chigi sedeva Paolo Gentiloni sostenuto da una larga maggioranza, la legge sullo ius soli, o meglio ius culturae, già approvata a Montecitorio, si fermò sulla soglia di Palazzo Madama: «Una cosa giusta fatta al momento sbagliato può diventare una cosa sbagliata – spiegò il no al provvedimento l’allora ministro degli Esteri Angelino Alfano, leader della componente di centrodestra di quella maggioranza, che pure si era schierato per il sì nel primo passaggio alla Camera – può diventare un favore alla Lega». Era settembre, mancavano sei mesi al voto delle Politiche, e quella dichiarazione lunare, che non metteva in discussione il merito di un provvedimento ma il tempismo riferito alle elezioni, quella frase indigeribile per le migliaia di ragazzi nati e cresciuti in Italia in attesa solo di un riconoscimento sacrosanto, aveva però il pregio di smascherare una grande ipocrisia: il terrore della politica dinanzi a decisioni che possono spaccare il proprio elettorato, meglio scelte al ribasso che rischiose.

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