Se a Roma si ferma la metropolitana

di RAFFAELE MARMO

Capitale corrotta, nazione infetta”, l’antico titolo dell’Espresso del 1955 torna utile come metafora di quello che accade nella Capitale: basta cambiare a volte solo gli aggettivi. Ma certo, pur con tutti i decenni di onorato (si fa per dire) malcostume amministrativo, si rimane sempre amaramente stupefatti di fronte all’azzardo morale, prima che professionale, di cui sono capaci i gestori a vario titolo e livello della cosa pubblica a Roma. Succede tanto più quando la realtà è senza distinguo possibili: la Metro C della Capitale, in piena pandemia, quando il trasporto pubblico è vitale per sopravvivere, è stata chiusa nell’ora di punta della mattina “semplicemente” perché non c’erano sufficienti operatori in servizio.

Roma non è, non dovrebbe essere, la periferia di Rio de Janeiro o di Bogotà, come abbiamo denunciato più volte in passato. Eppure, comportamenti, usi e costumi dei vertici politici e amministrativi della città e di ampie quote di dipendenti comunali e delle aziende municipalizzate rinviano a atti e responsabilità che trasformano la millenaria metropoli europea in un agglomerato urbano dall’inciviltà largamente diffusa e praticata.

L’episodio della Metro C, devastante in condizioni normali, assume i contorni di un vero attentato alla salute pubblica nell’emergenza Coronavirus: quanti contagi in più ha determinato il blocco della linea e il conseguente accatastamento a zero distanziamento di migliaia di poveri cittadini sui bus sostitutivi?

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