“C’è un abuso del trojan, bisogna ripensarlo”. Intervista a Giovanni Legnini

Oggi in un’intercettazione pubblicata dalla Verità un consigliere, parlando di lei con Palamara, dice: “Lo diciamo volentieri (il comunicato favore di Patronaggio, ndr), ma poi non si deve dire che comincia così la sua campagna elettorale per l’Abruzzo. Chiaro lo schema?”. Come fuga il sospetto che lei abbia utilizzato quella carica per fare politica, quantomeno in relazione a questa vicenda?

Di questo parlava un consigliere, non certo io. Comunque, all’epoca la posizione di Salvini sui migranti produceva consenso per lui, non certo per chi lo attaccava. Quanto all’Abruzzo, come tutti sanno, all’epoca non avevo intenzione di candidarmi e solo quattro mesi dopo presi una decisione a seguito di ripetuti e pressanti inviti oltre che da tutte le forze di centrosinistra, dalla maggioranza dei sindaci e da moltissimi cittadini. E sapevo perfettamente che solo otto mesi prima eravamo 20 punti sotto i nostri avversari. Comunque i fatti di cui parliamo non hanno nulla a che vedere con le elezioni di sei mesi dopo .

Che rapporti aveva con Palamara e che idea si è fatto di questa storia?

Con Palamara vi erano buoni rapporti fino a quando è emerso ciò che tutti sanno. Ignoravo quelle vicende e i suoi rapporti personali che lo hanno portato a essere indagato a Perugia, mentre mi era ben nota la sua influenza sulla corrente di appartenenza. Con lui e con tutto il Consiglio ho condiviso scelte e a volte mi sono scontrato, come sanno tutti i consiglieri allora in carica.  

Dunque non aveva neanche il sospetto che avesse posto in essere il “sistema”, come poi è emerso dalle carte?

Ciò che poi è emerso dalle carte di Perugia mi ha addolorato e sconcertato, io come migliaia di altre persone e tantissimi magistrati avevamo avuto a che fare con una persona diversa da quella che emerge dagli atti delle indagini. 

Da ex vicepresidente del Csm, le chiedo, alla luce dell’oggi: siamo in presenza di mele marce o è marcio il sistema correntizio, che agevola questo tipo di comportamenti?

Da quanto le correnti della magistratura da associazioni promotrici di idee e progetti sulla politica giudiziaria si sono trasformate in luoghi di costruzione del consenso sugli incarichi, si è verificata una progressiva degenerazione. Io l’ho denunciato, ed ero in buona compagnia, dall’inizio alla fine del mio mandato ed ho assunto numerose iniziative per arginarne le pratiche.

Ad esempio?

Diverse furono le decisioni assunte dal Consiglio per accrescere il livello di trasparenza delle nomine, ma nessuna norma di procedura può purtroppo impedire che in altri luoghi fuori dal Consiglio si discuta di nomine, come poi è emerso anche dagli atti di indagine. 

Se lei fosse stato al posto di David Ermini, si sarebbe dimesso da vicepresidente del Csm a seguito dello scandalo che ha coinvolto l’organismo?

Non vedo perché Ermini avrebbe dovuto dimettersi e comunque non intendo esprimere  giudizi sull’attuale Consiglio. 

Lei sta spiegando fatti venuti alla luce con il trojan e sta dicendo che hanno creato un equivoco. Diciamoci la verità, questo strumento è stato usato come una clava. Non pensa che serva una riflessione per limitarne l’uso?

Attraverso frasi estrapolate, spezzettate e decontestualizzate, si costruiscono storie che spesso non corrispondono alla realtà. Non è una novità, di vittime di queste pratiche se ne contano a migliaia da sempre, semplici cittadini e politici di ogni orientamento. Poi l’evoluzione della tecnologia ci ha portato il trojan, uno strumento con un’invasività elevatissima. Chiunque avvertirebbe un senso di violenza se le proprie conversazioni private e senza alcun rilievo penale fossero registrate e date in pasto alla pubblica opinione. Anche io ne sono stato vittima. E non è in discussione la libertà di stampa, non è colpa dei giornalisti, ma dell’uso distorto di uno strumento che deve servire ad accertare reati, non a screditare le persone. 

Appunto, siamo in presenza di chiacchierate intercettate e trascritte senza rilevanza penale. Se fosse passata la riforma Orlando, che Bonafede tiene ferma, non sarebbe stato possibile pubblicarle. È necessaria quella riforma?

La riforma Orlando era molto equilibrata e traduceva in norma di legge un orientamento sull’utilizzo del trojan che era stato espresso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. La norma è stata poi modificata, e oggi anche chi votò a favore esprime preoccupazioni su uno strumento di captazione che dovrebbe essere eccezionale e utilizzato solo per accertare gravi reati.

Dunque, sta dicendo “sì, limitiamo l’uso del trojan”. Capisco bene?

Mi auguro che sul punto si possa svolgere una riflessione serena in Parlamento, sempre salvaguardando le esigenze delle indagini penali, ma mai ignorando il sacrosanto diritto alla riservatezza personale.  

Qui però c’è una colpa della politica. Tra la prima tranche di intercettazioni lo scorso anno e questo secondo giro, non è stato fatto nulla.

Non si è mai riusciti a trovare un punto di equilibrio condiviso tra il dovere di consentire alla magistratura di poter disporre di strumenti di indagini efficaci e il diritto alla riservatezza personale. In questi caso poi  qualcuno sta tentando di riscrivere un pezzo di storia recente della magistratura e dei suoi rapporti con la politica attraverso i messaggi e le chat di Luca Palamara, il che offende la grandissima maggioranza dei magistrati, la politica e anche il buon senso. E non intendo sminuire la gravità di alcuni fatti emersi, ma soltanto affermare che la magistratura italiana, pur non esente da responsabilità, non è quella che emerge da quelle chat. 

E anche la magistratura non ha avuto uno scatto all’altezza della gravità della situazione. Pensi alla reazione dell’Anm.

Mi auguro fortemente che la magistratura italiana trovi la via per recuperare fiducia da parte dei cittadini. Di una magistratura indipendente e autorevole ne ha bisogno la democrazia italiana.  

Torniamo alle intercettazioni: è un quadro che delegittima drammaticamente la magistratura e che alimenta un clima di sfiducia. Almeno lei non mi dica che serve una riforma del Csm, frase che sento da quando avevo i pantaloni corti, ma che non si fa mai. È evidente che questo Governo non ha la forza.

Sulla riforma del Csm mi sembra che ormai ci sia un consenso di tutti i gruppi parlamentari. È vero: se ne parla da sempre, lo stesso Orlando da ministro licenziò un progetto che vagliammo in un Plenum con parere positivo, ma adesso è necessario approvarla.

È sufficiente?

No, nessuno si illuda che cambiando il sistema elettorale del Csm o abolendo le cosiddette porte girevoli tra magistratura e politica, su cui sono da sempre d’accordo, si risolvano tutti i problemi che sono emersi. Occorre introdurre massicce dosi di trasparenza nelle decisioni del Csm, cosa che noi iniziammo a fare con norme importanti che purtroppo non vengono attuate . 

Prima faceva riferimento a chi “sta tentando di riscrivere un pezzo di storia della magistratura”. Nominiamolo: Salvini. Parlo a Legnini uomo della sinistra, non solo all’ex vicepresidente del Csm. Se al posto di Salvini ci fosse stato un leader della sinistra, anche lei sarebbe un po’ più indignato. Qui c’è il più pesante membro del Csm che, al telefono, auspica che Salvini venga fermato per via giudiziaria.

I due che si scambiano i messaggi pubblicati non sono i titolari delle indagini. Su ciò che mi chiede, dico che sono sempre stato lontano anni luce dalle pratiche dell’uso politico della giustizia, che anzi ho sempre contrastato. 

Quello che dice lei è vero, i titolari dell’indagine non sono quelli che parlano. Tuttavia qui c’è un problema di contesto. Palamara è il king maker delle nomine, degli accordi, si capisce che per fare carriera il gioco è quello, poi si scopre che manda sms di sostegno a quello che indaga Salvini. C’è un contesto che rischia di creare un riflesso in chi indaga. Le ripeto la domanda: non si rischia un doppio standard per cui si tollera su un avversario ciò che verrebbe considerato inaccettabile per sé? 

In questa vicenda si stanno mischiando troppe cose che non stanno insieme, smarrendo il senso e persino l’esattezza delle date e dei contesti. Ad esempio in quel mese di agosto 2018 le vicende di Palamara non erano note a nessuno o non si erano ancora verificate. Ciò che è certo è che nella mia vita professionale e istituzionale non ho mai praticato il doppiopesismo. Piuttosto, ci sono troppi garantisti a corrente alternata nel nostro Paese, anche nella stampa che ha tutto il diritto di pubblicare ciò di cui dispone, attenendosi però a ricostruzioni veritiere e non costruendo presunti complotti mai esistiti nella mente di nessuno . 

È d’accordo con chi dice “azzeriamo tutto il Csm”?

No, non sono d’accordo. Il Csm è presieduto dal capo dello Stato che ne ha sempre garantito con saggezza e autorevolezza il corretto funzionamento, anche dopo l’esplosione delle gravi vicende che hanno riguardato l’attuale Consiglio.  

Un’ultima domanda, di carattere personale, se mi consente. È ferito dagli attacchi che mettono in discussione la sua moralità?

Sì, mi sento ferito perché ho sempre assolto alle mie funzioni istituzionali con assoluta lealtà e onore. Ma intendo reagire. Mi hanno colpito i messaggi di affetto e sostegno di quanti mi conoscono e sanno come ho sempre agito nella vita come nelle istituzioni. E soprattutto mi hanno commosso i messaggi di cittadini e sindaci del cratere del centro Italia. Da tre mesi come commissario alla ricostruzione post-terremoto in Lazio, Marche, Umbria ed Abruzzo sto spendendo tutte le mie energie per i diritti dei terremotati e vorrei continuare a farlo lontano dalle polemiche politiche, collaborando con tutti come sto facendo e pensando solo a  come ricostruire territori feriti che vivono una doppia emergenza.

L’HUFFPOST

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