Coronavirus Lombardia, positivi al test solo 4 su 10: il paradosso delle quarantene senza virus. Rischio contagi

Le potenziali vittime

Dall’altra parte, quella percentuale rappresenta però allo stesso tempo un indicatore di pericolo elevato per la «Fase 2» e le prime settimane di parziali riaperture. Se tra chi ha avuto un contatto strettissimo con un «positivo» (dunque la fetta di popolazione più a rischio) solo il 40 per cento ha contratto il virus: le potenziali vittime che possono essere ancora attaccate dal Covid-19 sono ancora tantissime.

Il numero di infettati

Può sembrare un paradosso, ma ora che è passata l’ondata più drammatica della malattia, ed è stata contenuta con il lockdown , sarebbe stato preferibile «svegliarsi» e trovare un numero di infettati molto superiore all’attuale. Una più alta quantità di positivi, e dunque di quasi certamente immuni, sarebbe l’«arma» più efficace per contenere una nuova espansione dell’epidemia e avviare il virus verso l’estinzione.

I test sierologici

I primi test sierologici sulle persone in quarantena a Milano sono stati fatti da «Niguarda» (58 casi positivi su 133), «Fatebenefratelli» (24 su 76) e «Sacco» (55 su 130). Anche a Lodi e Codogno le percentuali di infettati tra gli isolati sono in linea con Milano (42 e 37 per cento). Un dato che si ritrova anche a Brescia e provincia (272 malati su 617, 44 per cento, appena superiore a Milano).
I test sierologici confermano infine che la provincia nella quale il virus è circolato e ha colpito in proporzione più massiccia è stata Bergamo, dove i positivi in quarantena sono 652 sugli oltre mille primi testati, dunque oltre il 60 per cento.

Le analisi sugli operatori sanitari

Un dato migliore viene invece dalla campagna di analisi sugli operatori sanitari, che in questa prima fase è stata molto più ampia come numero di persone sotto esame. Mancano ancora i dati di Milano, ma su Lodi e Codogno ad esempio i positivi agli esami sierologici sono stati il 17 per cento su oltre 1.700 test; a Bergamo il 24 per cento su 884 esami; a Brescia l’11 per cento su oltre 8 mila (che vuol dire comunque oltre 900 operatori sanitari positivi). Se questi sono i test «pubblici», quelli gestiti dalle Ats, esiste però un terreno ormai sconfinato di test sierologici che vengono fatti e che non entrano nel sistema sanitario di registrazione.

Le iniziative private

Molte medie e grandi aziende lombarde hanno ad esempio incaricato i propri reparti di medicina e sicurezza sul lavoro di mettere in campo una campagna a tappeto di test sui dipendenti per gestire con minori rischi la fase del ritorno al lavoro. Altre società hanno incaricato consulenti esterni per fare lo stesso screening . Moltissimi medici di base, da soli o associati con altri colleghi, hanno infine acquistato decine o centinaia di kit e li stanno utilizzando per i propri pazienti. Si tratta di iniziative private, che non sono dunque omogenee per tipo di test: sta di fatto però che in questa fase, al di là della campagna di mappatura gestita e centralizzata dalle Ats, esiste un vastissimo terreno di analisi sulla popolazione che resterà «sommerso» perché non verrà messo in relazione e non entrerà nelle banche dati pubbliche. Se gli epidemiologi stimano che finora su Milano i contagiati (e dunque i quasi certamente immuni) siano circa il 10 per cento della popolazione, esiste al momento anche una vasta campagna di analisi privata che potrebbe permettere di avere un quadro più vasto di come sia circolato il virus e che invece non entrerà nel patrimonio delle conoscenze pubbliche e condivise sull’epidemia.

CORRIERE.IT

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