Un secondo virus nel mondo

I sovranisti, con la «scusa» dell’immigrazione (problema serio ma esagerato strategicamente) vogliono distruggere l’Unione europea e sostituirla con tanti orticelli apparentemente sovrani ma in realtà alla mercé di Russia, Stati Uniti e Cina. Paesi europei relativamente piccoli finirebbero per combattersi fra loro in guerre commerciali, con tariffe, svalutazioni competitive, concorrenza fiscale. Un gioco a somma ampiamente negativa che abbiamo già sperimentato negli anni Venti e Trenta, fra le due guerre mondiali, e che ha prodotto un disastro.

Proprio per evitare il ripetersi di quelle catastrofi si è iniziato, negli anni Cinquanta, il processo di cooperazione europea. Sparita l’Europa, come vorrebbero i sovranisti, Stati Uniti, Russia e Cina deciderebbero da soli le sorti della umanità: da come proteggerci contro i cambiamenti climatici, alle regole del commercio fra nazioni, dal destino dei regimi a loro non graditi, alla dimensione degli eserciti. Putin e Trump sperano che l’Europa si disintegri per eliminare un concorrente e lavorano insieme per raggiungere questo obiettivo. Con l’aiuto degli autocrati ai confini dell’Europa creano instabilità e incertezza illudendo i sovranisti nostrani che la democrazia liberale sia un po’ «passé». Invece dobbiamo rafforzarla, altrimenti potrebbe aprirsi un periodo assai buio per le libertà individuali e per le nostre economie.

I «falchi» del Nord Europa sembrano non capire che qui non si tratta di disquisizioni tecniche su eurobond o Mes, ma di compiere scelte che determineranno la sopravvivenza, o meno, dell’Europa. Se al di là dei dettagli l’Europa non dimostrerà che a uno shock comune (il virus) è capace di rispondere in qualche modo comune avrà finito di esistere. Che i leader di Germania e Olanda, e non solo loro, non lo capiscano è straordinario. Soprattutto in un mondo in cui l’Unione europea è rimasto uno dei rarissimi esempi di collaborazione fra Stati. Un esempio sul quale dovremmo far leva per rafforzare la nostra posizione nel mondo: altro che aver paura degli intrighi di Putin e Trump.

Putin ha sicuramente influenzato le elezioni americane del 2016 per favorire Trump. Pare sia intervenuto di nuovo nelle primarie del partito democratico per favorire Bernie Sanders, un candidato la cui «nomination» avrebbe garantito a Trump la rielezione sicura e una presidenza se possibile ancor più imperiale di quella che sta per chiudersi. Magari con sua figlia Ivanka candidata nel 2024. Il fatto che una potenza straniera interferisca in elezioni altrui è grave e le tecnologie dei social rendono assai difficile evitarlo. Lo stesso Trump ha chiesto aiuto a un Paese straniero (l’Ucraina) per cercare di sabotare la candidatura di Joe Biden, in cambio di aiuti militari pagati dai contribuenti americani. Se Putin interverrà in elezioni di altri Paesi staremo a vedere: ma è quasi certo che i servizi russi pagassero, e forse ancora lo fanno, cittadini europei di varie nazioni perché «postassero» sui giornali on line commenti sovranisti e favorevoli a Mosca. Al punto che un quotidiano inglese, il Guardian, per difendersi da queste interferenze, aveva smesso di pubblicare i commenti dei lettori. E appena può, Putin deride la democrazia liberale, definendola un sistema obsoleto. Nel frattempo, come è accaduto giorni fa a Jacopo Iacoboni, giornalista della Stampa, fa attaccare dai suoi generali la libertà di stampa in Italia, forse pensando che fra poco riuscirà lui a limitarla attraverso i suoi amici italiani.

Trump sta mettendo a dura prova la democrazia più che bi-centenaria degli Stati Uniti, un sistema i cui anticorpi nella storia hanno sempre limitato le ambizioni imperiali dei presidenti. Basta leggere i testi dei padri fondatori della democrazia americana, soprattutto James Madison, per rendersi conto di quanto fossero preoccupati di limitare i poteri dell’«uomo forte», seppur cercando di far sì che la capacità di agire del governo non fosse bloccata dall’opposizione. Trump oggi domina un partito repubblicano preoccupato delle prossime elezioni anziché della Costituzione americana. Durante il suo primo mandato il presidente ha licenziato chiunque si opponesse alle sue scelte. Recentemente si è di fatto auto-nominato capo della giustizia e ha agito di conseguenza, chiedendo con un tweet al ministro della Giustizia, William Barr, di intervenire per ridurre la pena comminata al suo collaboratore e amico Roger Stone. Barr prima ha obbedito, poi rendendosi conto della gravità della cosa e della valanga di critiche ricevute da più di duemila giudici ha «quasi» minacciato le dimissioni. «Quasi» perché il culto per la personalità dell’«uomo forte» Trump e la paura per le sue reazioni pervade il partito repubblicano. Nel frattempo, il presidente ha «perdonato» una dozzina di personaggi condannati per gravi crimini di corruzione o di «insider trading». Trump ha sinora nominato 50 giudici distrettuali, il doppio dei 25 nominati da Obama allo stesso punto della sua presidenza. Il risultato è che in tre tribunali distrettuali, fra i quali quello di New York, uno dei più importanti, le nomine di giudici giovani, tutti conservatori, influenzeranno per molti anni l’interpretazione della legge. Anche la Corte Suprema, con l’arrivo del giudice Cavanagh ha oggi una maggioranza di conservatori. Con le sue nomine Trump sta trasformando anche i servizi segreti, che dovrebbero essere un delicato organo super partes, in un organo partigiano, pieno di amici suoi.

La presidenza di Trump sta creando precedenti ai quali futuri presidenti, siano essi repubblicani o democratici, potrebbero appellarsi per indebolire i «checks and balances» della democrazia americana, un virus che si potrebbe propagare ad altre democrazie. Comunque, ma soprattutto se Donald Trump venisse rieletto, i «checks and balances» della Costituzione americana dovranno funzionare al meglio. Perché l’esempio di questa presidenza imperiale potrebbe ispirare negativamente molti altri sia negli Stati Uniti che altrove. Tanto più che a proposito di non democrazie liberali, la storia ci dirà se nel dicembre scorso il partito comunista cinese, che guida un Paese totalmente privo di «checks and balances», non abbia nascosto qualcosa sul virus che avrebbe potuto aiutare il resto del mondo a reagire più in fretta. E anche nei mesi successivi: il numero dei morti cinesi ad esempio non appare più credibile e questo ha messo fuori strada le azioni di contenimento nel resto del mondo.

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