Il primario: “Qui ora è come un terremoto. Perché rischiamo la catastrofe”

Il contesto rimane molto delicato: mentre in una polmonite normale i pazienti riescono a sfebbrarsi solitamente entro quattro giorni, nel caso del Coronavirus “siamo in media tra otto e dieci giorni”. Ora bisogna assolutamente accelerare la creazione di posti letto: il rischio è quello “di non poter più accogliere e curare chi rischia la vita”.

“La società sarà irriconoscibile”

Nell’intervista rilasciata a La Repubblica, il direttore del centro Emergenza di alta specializzazione (Eas) ha spiegato la nuova riorganizzazione in occasione di uno scenario che è già diverso rispetto all’inizio. I contagiati sono divisi in tre categorie, che vanno ridistribuite in strutture diverse poiché il sistema potrebbe non reggere: “Gli intubati, quelli che hanno bisogno di una ventilazione sub-intensiva e i pazienti meno gravi”. Inevitabilmente i turni di lavoro hanno subito una vera e propria rivoluzione: “Tra medici e infermieri siamo 26, per ora uno solo si è ammalato. Un rianimatore, vestito con la tuta impermeabile, non resiste più di 6 ore: oggi ne fa 10 o 12”. Anche loro con il camice plastificato e le protezioni non traspiranti, da 7 ore sono arrivati a 12 e dovranno resistere ancora per settimane. Dunque hanno deciso di dividersi in tre turni alleggerendo quello di notte: “Il virus insegna che l’onda monta nel pomeriggio”.

Infine il primario ha parlato di quello che potrebbe essere lo scenario futuro una volta terminata l’emergenza Coronavirus: “Una sanità totalmente diversa e anche una società irriconoscibile. Le nostre città e il nostro modo di vivere non potranno essere più quelli di prima”. Perciò continua a “scongiurare le persone di restare a casa“: non soltanto per fornire un aiuto concreto ai medici, ma anche “per evitare di essere sconvolte da una catastrofe reale”.

IL GIORNALE

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