Coronavirus, scatta l’allarme sui ventilatori. Chi li ha e perché sono pochi

Federico Giuliani

Si chiamano ventilatori polmonari e sono i respiratori che negli ospedali stanno letteralmente salvando la vita a quei pazienti contagiati da coronavirus che hanno difficoltà a respirare.

Il loro funzionamento è semplice: sono macchine capaci di insufflare nei polmoni, al fine di consentirne l’espirazione, una miscela di gas.

In questi giorni è emerso un problema secondario non da poco. Oltre al fatto che il numero di ventilatori polmonari presenti nei vari nosocomi italiani rischia di non essere più sufficiente, visto che i pazienti colpiti da Covid-19 in terapia intensiva continuano ad aumentare, c’è da considerare che la produzione di tali apparecchi è in mano a una decina di grandi gruppi stranieri.

Di questa oligarchia fanno parte Becton, Dickinson and Co., General Electric e Res Med (americane), Philips (olandese), Hamilton Medical (svizzera), Fisher & Paykel (neozelandese), Dräger e Maquet (tedesche), Medtronic (irlandese)e Smiths (inglese). Come spiega il Corriere della Sera, le aziende italiane sono state tagliate fuori dai giochi perché troppo piccole per una competizione troppo serrata.

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