La politica ferma in una palude. Dove sguazza Matteo Renzi

di Marco Damilano

A quasi due anni dal voto del 4 marzo 2018 che doveva cambiare tutto e che ha invece prodotto la legislatura più inconcludente e ipocrita della storia repubblicana, come in un pendolo impazzito il sistema ritorna alla casella del via. La nuova stagione delle riforme, il sindaco d’Italia, due anni costituenti fino al 2023. Arrivato a un passo dal baratro, l’apertura di una crisi di governo con modalità di partitino rancoroso e bramoso, nulla di più lontano dai proclami con cui si era affacciato sul palcoscenico nazionale, Matteo Renzi ha ribaltato il tavolo e si è rifugiato nel punto di partenza, dove si era spezzata la sua ascesa nel 2016: la riforma della Costituzione, da fare questa volta tutti insieme, compresa la Lega di Matteo Salvini, che del cambiamento potrebbe essere il primo beneficiario. Era questa, dunque, la mossa del cavallo di Renzi, a lungo annunciata, tanto da diventare il titolo promozionale della sua ultima fatica letteraria. Ma è una mossa che punta a rovesciare la scacchiera, piuttosto che a indicare una via d’uscita. Era da più di tre anni, infatti, che di riforme della Costituzione non si sentiva parlare. Da quando è stato bocciato con il 60 per cento dei voti in un referendum popolare quel progetto di Renzi che non parlava di elezione diretta del capo dell’esecutivo – anzi, in tutti i dibattiti pubblici il fronte del sì teneva a precisare che il quesito riguardava soltanto i poteri del Senato e la sua composizione – ma che nella mitologia dei suoi proponenti, negli anni successivi, ha assunto esattamente questo significato, ripetuto in tutte le sedi: volevamo un sistema che desse pieni poteri al capo dell’esecutivo, ma gli elettori lo hanno bocciato, hanno ripetuto i renziani. Pieni poteri, già, come quelli evocati da Salvini nell’estate 2019.

Ora ci risiamo. E a parlarne sul serio sarebbe una riforma che incontrerebbe numerosi consensi, anche se gli ultimi anni di non governo in molte città italiane si sono incaricati di smorzare l’immagine positiva del primo cittadino eletto dal popolo. Ma la proposta è solo un diversivo per cercare qualche sponda, o preparare un nuovo governo di unità nazionale, aperto a pezzi del centro-destra, Lega compresa. E si fa affidamento sull’impossibilità di sciogliere le Camere almeno fino ad autunno da parte del presidente Sergio Mattarella, che apre la strada a ogni scorribanda in libertà. Si produce l’effetto opposto a quello di sette o otto anni fa, quando il renzismo aveva suscitato diffidenze ma anche speranze, quando sembrava il vento che soffiava per scuotere la palude.

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