Quello che le Sardine non dicono (o forse ignorano)

È accaduto di recente perfino negli Stati Uniti d’America con l’improbabile Donald Trump, in barba ai Simpson che per puro paradosso lo avevano immaginato nello Studio Ovale, avviene in Turchia con il sultano Erdogan, per non narrare dell’Iran con gli ayatollah che trovano nelle aree rurali la propria piena legittimazione. La provincia, storicamente ragionando, coltiva astio mortale verso i grandi centri urbani, tra rancore sociale e subculture che reputano di dover affermare se stesse, perfino come indice di purezza; alla fine, sono le più deboli, o magari le più forti, a seconda dei punti di vista, ad avere ragione. Questo divario esistente qui da noi, nel Belpaese, non è stato mai colmato né dalla televisione del maestro Manzi né dai format di Berlusconi, meglio, da Maria De Filippi con il suo “Uomini e Donne”, catalogo generale della gens italica nel suo odierno modello base.

Inutile aggiungere che nostro ideale cognato Matteo Salvini, pronto a mostrarsi al centro di una tavola conviviale durante la gita elettorale in Emilia Romagna, il golfino girocollo azzurro, viso da tronista parlamentare, è assolutamente consustanziale a questo genere di idea di riscatto, degno volto da eterno vincente nel cuore della inaffondabile piccola borghesia che ha perfino sentore del fascismo come bene rifugio.

Cosa siano esattamente le Sardine, e ancor di più a quale contesto abitativo assimilarle, in molti hanno provato a dirlo, di sicuro, per loro natura, come dire, adolescenziale, avrebbero dovuto assomigliare a un flusso, di rivitalizzazione culturale ancor prima che politica, presente sui territori in risposta a una subcultura che per semplicità definiremo sovranista, rappresentata appunto dal volto inurbano di nostro cognato Salvini, nei modi, nei gesti, nelle azioni politiche, nei pronunciamenti, nel modo di minacciare sia velatamente sia esplicitamente l’altro da sé. Talvolta perfino utilizzando il format berlusconiano di “Striscia” in senso securitario, soprattutto in presenza di citofoni.

Ho parlato di linguaggio assolutamente inurbano, e in questo ecco che torniamo a mostrare la città cinta d’assedio. Va da sé che il flusso delle Sardine, messo alle strette nella realtà emiliano-romagnola, inevitabilmente, non può che scegliere l’altra parte, la stessa che per semplicità chiameremo democratica e antifascista. E questo nonostante i limiti del suo principale partito di riferimento. Quello che però nessuno, o quasi, ha detto alle Sardine, è che avrebbero dovuto tenere debitamente lontani da ogni proprio pubblico palco i volti già noti connotati come addirittura indispensabili al rito della protesta contro l’orda populista, gli stessi che hanno già ampiamente, parassitariamente, mostrato se stessi nelle passate stagioni dei cosiddetti ceti medi riflessivi, tra girotondi e varie ed eventuali, insieme ai loro beniamini mediatici e spettacolari, trampolieri tristi di una sinistra con prenotazione obbligatoria che ha il sommo potere di rendersi detestabile.

Le Sardine, al contrario, dovrebbero riscattare da se stessi i nostri ideali cognati qualunquisti, ogni possibile sosia o emulo di Salvini, i nostri ideali cognati sempre lì in bilico tra tentazione autoritaria e bisogno di semplificazione, esatto: avrebbero dovuto togliere questi ultimi dalla bocca di Salvini e del suo circo poliziesco; in assenza di questo risultato rimane il rischio che si possa, già da domani, ricordarli come una comitiva di Peanuts che non hanno avuto la stessa fortuna di Charlie Brown e di Snoopy. Chi vivrà vedrà già dalla prossima settimana. Ecco quello che le Sardine dovrebbero sapere.

L’HUFFPOST

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