Perché l’Emilia-Romagna è la cerniera d’Italia

La Romagna attuale nasce invece come Flaminia e, a differenza di quello che si sarebbe portati a credere per via dei suoi confini – Appennino a sud, Mare Adriatico di fronte e Po come limite verso Nord – è solo nel 1894 che un ingegnere di Forlimpopoli, Emilio Rossetti, ne dà la definizione quasi stabile includendovi Ravenna, Forlì e Cesena. Nessuna regione ha infatti avuto i confini così instabili come questa porzione di terra che oggi tutti noi abbinano al mare, alla piadina e a Pantani. Certo, c’è Ravenna, antica capitale dell’Impero, dove Augusto aveva posto la sua flotta, scegliendola per la sua facile difesa: il mare davanti per la fuga e alle spalle le paludi, che portarono alla morte il sommo poeta Dante. La Romagna dei mangiapreti, dei socialisti, dei repubblicani, degli anarchici e degli anticlericali trae la propri origine dalle Legazioni pontificie, che includevano anche Bologna la dotta con la sua Alma Mater, la più antica università del mondo. Lì regnavano i Papi e i loro legati. I confini di questa Romagna, prima socialista e poi fascistissima, li definì il Duce stesso, nato a Predappio, che spostò in provincia di Forlì le foci del Tevere, fiume fatale dell’Impero.

Come spesso accade sono ancora una volta gli stereotipi a dare l’impronta alle due regioni che oggi sono una sola, e che tuttavia mantengono caratteristiche diverse nel dialetto e nel costume. Gli emiliani sono diretti, pratici, edonisti e materialisti; i romagnoli sono sanguigni, pugnaci e rissosi. Piero Camporesi in un suo scritto sullo stereotipo dei romagnoli ha smontato e insieme confermato questa seconda identità, Di certo entrambi, emiliani e romagnoli, aderirono quasi immediatamente ai sommovimenti della rivoluzione francese nel 1789. In molte città dell’Emilia s’eresse l’Albero della libertà e il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia nacque il tricolore, bandiera della Repubblica Cispadana.

Ma cosa definisce l’Emilia e la Romagna, cosa c’è nel loro Dna oltre al Lambrusco e al sangiovese, al parmigiano-reggiano e alla piada? Di sicuro la nebbia è stata a lungo uno degli aspetti che più ha segnato il paesaggio d’entrambe. La nebbia cantata da Giovanni Guareschi come da Gianni Celati, descrive il confine esteriore e quello interiore degli emiliani e dei romagnoli; questo è lo spazio in cui ci si perde e ci si ritrova, come accade nella celebre scena di Armarcord di Federico Fellini. L’idea stessa di provincia, come luogo di solitudine e insieme di riflessione, di grandi attese e di decisioni improvvise, nasce lungo la via Emilia, vicino agli argini del Po, in un territorio storicamente complesso.

Nebbia in una via della pianura Padana
Nebbia in una via della pianura Padana

Sino alla pace di Lodi del 1454, che segna la fine della guerra tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano e pone le basi per il Rinascimento artistico, vivevano uno accanto all’altro numerosi piccoli ducati, principati, signorie, feudalità antiche con altrettante corti. Questo è l’ambito da cui nasce la cultura civica italiana, e di conseguenza il campanilismo delle piccole città. Dentro questo aspetto si conserva nel tempo una forma endemica di xenofobia propria di molti luoghi dell’Italia, per cui lo straniero non è il lontano e il diverso, ma colui che abita al di là del fiume, del torrente, dietro le colline o in cima alla montagna. Le lotte fratricide che insanguinano per secoli l’Italia – i guelfi contro i ghibellini, i bianchi contro i neri – traggono origine dalla frammentazione seguita alla fine dell’Impero romano e proseguita nel corso del Medioevo anche in Emilia e in Romagna.

Ci sono territori per cui la lunga durata è riconoscibile in aspetti che permangono nel corso dei secoli. L’Emilia è uno di questi territori, una regione-città, un continuum edificato che Francesco Guccini ha cantato in un suo celebre album, Tra la via Emilia e il West, e Pier Vittorio Tondelli ne ha proseguito la mitologia con Rimini, il romanzo uscito nel 1985, e poi con Un weekend postmoderno, cronaca vivacissima degli anni Ottanta, pubblicato poco prima della sua morte nel 1990. Celati, uno dei maggiori narratori italiani della seconda metà del Novecento, professore di Tondelli al Dams di Bologna insieme al poeta, romanziere e teatrante Giuliano Scabia, con il suo diario di viaggio Verso la foce, del 1988, dedicato alle terre che si incontrano andando in direzione del Delta del Po, ha aperto la strada a un’altra visione del territorio padano attraversato dal Grande fiume, posto ai confini con il Veneto e le zone definite dalle Valli di Comacchio. Un paese che la fotografia di Luigi Ghirri, oggi uno dei più famosi fotografi italiani, ha trasformato attivamente con il suo obiettivo.

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Le altalene sulla spiaggia, i canali nella nebbia, le chiese abbandonate lungo le campagne, le case coloniche in rovina, i distributori di benzina, le autostrade, i cavalcavia, sono i soggetti attraverso cui Ghirri ha modificato la percezione di questo spazio. Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila la Romagna ha conosciuto una serie di compagnie teatrali, che hanno introdotto nuovi linguaggi espressivi: Teatro della Valdoca, Raffaello Sanzio, Albe, Fanny&Alexander, Motus. Tra Cesena, Ravenna e Forlì, questi gruppi composti da attrici e attori locali hanno parlato romagnolo non solo in tanti teatri italiani, ma anche in Europa. Questa regione può poi vantare alcuni dei più straordinari poeti in dialetto: Tonino Guerra e s Raffaello Baldini, quest’ultimo uno dei maggiori poeti italiani.

Il tema della nostalgia e quello del male di vivere, detti con ironia e insieme con passione, sono i temi fondamentali dei versi romagnoli. Cosa è rimasto oggi di tutta questa formidabile storia letteraria e culturale che ha avuto a Bologna un suo baricentro con l’università, con Pasolini e i suoi amici, come il poeta Roberto Roversi, il Dams di Eco, Furio Colombo, Roberto Leydi, Omar Calabrese, Paolo Fabbri e tanti altri? Difficile dirlo con esattezza.

Come molte delle città italiane Bologna ha avuto stagioni alte e stagioni basse, spesso legate alla vita sociale e politica italiana del dopoguerra. Il comunismo emiliano è stato nella città capoluogo un esempio di buon governo che ha attirato studiosi e osservatori da tutto il mondo negli anni Cinquanta e Sessanta. Sono state soprattutto però le città come Reggio Emilia e Modena a determinare il cambiamento nel corso dei decenni passati – il famoso “modello emiliano” – praticando per la prima volta in Italia l’uso del disavanzo in bilancio per finanziare scuole e servizi sociali, ospedali e asili, centri culturali e teatri.

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La politica del buon governo ha significato distribuzione della ricchezza attraverso il cinema, i teatri, i festival e le stagioni musicali. Il consenso del Partito Comunista era legato a una politica dei ceti medi teorizzata da Palmiro Togliatti. Un sogno durato oltre quarant’anni e che è andato pian piano in crisi con le trasformazioni sociali e ideologiche del nuovo millennio. Una prima crepa fu quella che oppose nel 1977 la città degli studenti universitari al Pci, poi fu la volta degli ideali socialisti e comunisti del dopoguerra trascinati dal crollo dell’Urss, mito su cui il comunismo emiliano, pur nella sua diversità, aveva prosperato. L’arrivo negli anni Novanta della nuova immigrazione dal resto del mondo, la fine del Welfare state con la crisi fiscale degli enti locali, la nuova ideologica consumistica, che Pasolini aveva appena fatto in tempo a intravedere e descrivere nei suoi Scritti corsari, sono altrettante tappe della trasformazione.

L’Emilia e la Romagna non sono più state un’isola felice e lentamente è cominciata l’erosione del consenso elettorale su cui si reggeva l’intera impalcatura. L’Emilia uguale alla confinante Lombardia o al vicino Veneto? Tutto si è mescolato e nonostante che le diversità culturali e le tradizioni linguistiche si mantengano ancora, perché Verona non è uguale a Ferrara e Parma è diversa da Milano, il mito delle piccole patrie è andato via via scemando. Per quanto esista ancora una narrativa emiliana rappresentata da scrittori come Ermano Cavazzoni, Daniele Benati, Paolo Nori, Ugo Cornia, che fa capo alla collana “Compagnia Extra” di Quodlibet diretta da Cavazzoni e Jean Talon, l’Emilia appare in bilico tra il ritorno al passato e il futuro post-postmoderno: massimo pragmatismo e massimo cinismo nel voto politico. “Emilia di notti tranquille/ in cui seduzione è dormire/ Emilia di notti ricordo/ senza che torni la felicità/ Emilia di notti d’attesa di non so più/ quale l’amor mio che non muore/ e non sei tu e non sei tu/ EMILIA PARANOICA/ EMILIA PARANOICA/ PA. RA. NOI. CA. PA. RA.NOI. CA./Aspetto un’emozione/ sempre più indefinibile/ sempre più indefinibile”, così cantavano Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni e i CCCP.

Era il 1986. Il Muro era ancora in piedi, ma presto sarebbe crollato. E ora?

L’ESPRESSO

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