Sulla legge elettorale qualcosa si muove. Ma è un’illusione ottica
Il punto però, ed è qui che il movimento reale rischia di diventare virtuale, è che la proposta sarà presentata, ma il suo iter, di qui all’approvazione, è nelle mani del Signore. Il perché è semplice: tutti dicono che il sistema va messo in sicurezza, e per questo serve la legge elettorale, altrimenti, a ordinamento vigente, se cade tutto davvero Salvini prende pieni poteri; ma, al tempo stesso, tutti sono consapevoli che nessun Parlamento sopravvive all’approvazione di una legge elettorale, dunque non hanno fretta di portarla in Aula. Sarebbe un segnale di “liberi tutti”. Il primo che lo sa è proprio Salvini. È il motivo per cui ha più volte ripetuto che è pronto a votare qualunque cosa pur di tornare alle urne. Anche una legge elettorale di impianto proporzionale, sia pur riveduta e corretta, che sulla carta gli conviene di meno. È per questo che ha aperto all’ipotesi, convinto che la spallata o ci sarà nei primi mesi del prossimo anno oppure davvero a quel punto non si vota più fino all’elezione del prossimo capo dello Stato.
La verità è che è iniziato un ballo “spagnolo”, destinato a italianizzarsi quando inizierà in Parlamento la discussione su soglie, grandezza dei collegi, tecnicalità varie. E, ancor prima, nel rito bizantino della cosiddetta verifica di governo, già diventato l’alibi che giustifica l’immobilismo. Ecco, la verifica, con annesso dibattito sulla “nuova agenda”, rilancio, “cronoprogramma” è diventato un modo per non affrontare la paralisi su ogni dossier, rinviando tutto a gennaio; la legge elettorale è un’iniziativa per dare il senso del movimento, pur sapendo che è fine a se stesso, perché avrebbe senso se qualcuno mettesse in conto ciò che invece con la verifica si vuole scongiurare, ovvero il voto. Si scrive un testo e si tiene lì. È il meccanismo del “chiodo scaccia chiodo”, senza che niente venga appeso alla parete. Perché il punto di fondo è questo: tutto racconta di un tentativo di mettere in sicurezza il governo prima che arrivi il responso della verifica reale, nelle urne emiliane e calabresi. Non è con i tavoli per il cronoprogramma che si prepara una rottura. Diciamo le cose come stanno: se qualcuno cercasse l’incidente, costruirebbe oltre a una trama, anche una narrazione per prepararlo. È complicato presentarsi agli italiani nel 2019 dicendo “abbiamo fatto la verifica del Conte bis ed è andata male”.
Dunque, ci sarà un testo di legge elettorale, forse anche questo da discutere nella nuova agenda, che attesta una base negoziale possibile, ma anche la rinuncia del Pd al suo impianto storico, sin dalla sua nascita, e non è poca cosa: il maggioritario, l’idea di una democrazia decidente, la sua vocazione maggioritaria. Senza che ci sia l’urgenza di un’immediata approvazione, determinata dalla necessità di attrezzarsi per un ritorno al voto. Si consuma così una svolta politica profonda, in un momento anche di grande risveglio, nella società italiana, di movimenti, diciamo così, di cittadinanza attiva che non si riconoscono in un partito, ma in un “campo” alternativo alla destra, come le sardine, ad esempio. Se tutto è collocato in una logica identitaria, ci sta che qualche altro partito o partitino possa nascere, magari quello delle sardine.
Eppure al primo vertice di maggioranza il Pd si era presentato con la proposta di doppio turno, la più adatta a una democrazia decidente perché non agevola le logiche delle ridotte identitarie. Certo, non lo voleva nessuno, per ora. Ma se il movimento è un effetto ottico, si poteva anche tenere viva un’altra idea di democrazia e di sistema politico.
L’HUFFPOST
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