Un esecutivo in ostaggio

Un calendario sufficiente a far capire come la Commissione resti di fatto esclusa da un progetto di cambiamento europeo che Francia e Germania continuano a considerare di loro esclusiva competenza. Detto questo ben venga una Conferenza capace di chiarire l’identità e il ruolo dell’Europa. Magari regalandole una Costituzione, meccanismi elettivi e poteri decisionali più vicini a quelli di un esecutivo federale o confederato. Ma anche questa rischia di restare un’utopia. Dietro la Conferenza non c’è infatti un progetto comune, ma semplicemente il tentativo di sanare le rivalità tra i due diarchi. Un antagonismo già evidente quando Berlino bloccò le proposte di Macron sul bilancio unico dell’Eurozona e sui collegi elettorali europei. Un antagonismo esploso apertamente dopo l’intervista all’Economist in cui il presidente francese accusava di «morte cerebrale» la Nato ed esprimeva dubbi sulla volontà tedesca di dar vita ad un Europa più forte e più decisionista. Parole che hanno mandato su tutte le furie la Merkel e spinto le diplomazie dei due paesi a puntare sulla Conferenza per trovare una non facile riconciliazione. Proprio per questo l’iniziativa rischia di non seguire un autentico progetto riformatore, per trasformarsi, invece, nella camera di compensazione delle beghe franco tedesche. Beghe che rischiano di rendere assai lento e accidentato il cammino di una Commissione von der Leyen costretta a far i conti, oltre che con le rivalità dei suoi diarchi, anche con le profonde contrapposizioni di una maggioranza divisa tra popolari, socialisti e liberali. La von der Leyen convinta che basti citare Venezia per trasformare l’Unione Europea nel portabandiera planetario della lotta al cambiamenti climatici rischia dunque di rivelarsi più illusa che idealista. E non solo perché molti timori di apocalisse ambientale che ispirano il suo programma si basano su convinzioni scientificamente infondate, ma assai più banalmente, perché una Ue lacerata dalla rivalità franco-tedesca e priva di una linea comune in politica estera non riuscirà mai ad imporre riforme e politiche «verdi» a Stati Uniti, India e Cina.

IL GIORNALE

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