Siria, il “Patto di Sochi” russo-turco cancella il sogno curdo

E’ stato stabilito, nel memorandum d’intesa siglato dai due capi di Stato, che Turchia e Russia condurranno pattugliamenti congiunti fino a 10 km entro il territorio siriano oltre il confine turco, a est e ovest dell’area in cui è stata condotta l’operazione turca nel nord della Siria, esclusa Qamishli, principale centro curdo nell’area. Nel memorandum di Sochi viene anche detto che ”lo status quo stabilito nell’area dell’attuale Operazione Fonte di Pace tra Tal Abyad e Ras al Ayn, con una profondità di 32 km, verrà preservato”. E’ quanto chiedeva Erdogan. E’ quanto ha ottenuto da Putin. A sua volta il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha affermato che le delegazioni dei due Paesi hanno raggiunto un’intesa affinché la polizia militare russa e le forze governative siriane restino al di fuori della zona dell’operazione militare turca in Siria settentrionale. “Oggi con Putin abbiamo raggiunto un accordo storico – ha detto Erdogan – per la lotta contro il terrorismo, l’integrità territoriale e l’unità politica della Siria, e per il ritorno dei rifugiati”.È importante che delle azioni delle forze armate turche non si approfittino i membri di organizzazioni terroristiche, compresa l’Isis, i cui guerriglieri vengono tenuti prigionieri presso le formazioni armate curde e cercano di liberarsi”, afferma il capo del Cremlino al termine del lungo incontro con il suo omologo turco. E ancora:  “I terroristi non devono trarre vantaggio” dall’operazione turca nel nord della Siria. “Il Paese deve essere liberato dalla presenza illegale straniera”.

Il comandante delle Forze democratiche siriane, Mazloum Abdi, ha scritto in una lettera indirizzata al vice presidente americano Mike Pence di aver ritirato “tutte le forze delle Ypg”. “Alcuni progressi sono stati fatti, ma è troppo presto per dare delle certezze”, ha sottolineato il segretario di Stato americano Mike Pompeo. “La Russia ha fatto della Siria il teatro del suo ritorno allo status di potenza di primo piano, approfittando del disimpegno statunitense cominciato da Barack Obama nel 2013. All’epoca la Russia e l’Iran, riempiendo immediatamente il vuoto creato dall’allontanamento statunitense, erano corsi in soccorso di Assad, con pesanti conseguenze dal punto di vista umanitario e politico. Ora Putin approfitta nuovamente dell’eclissi di Washington per affermare il suo paese come unica potenza straniera presente sul campo e capace di dialogare con tutti gli attori coinvolti”, annotava Pierre Haski,  di FranceInter, in un articolo su Internazionale del 14 ottobre. Il patto di Sochi conferma e rafforza questa tesi. Il vero dominus in Siria sta al Cremlino e non alla Casa Bianca. Ora lo “Zar” dovrà tener buono Bashar al-Assad. Il presidente siriano ha fatto visita oggi alle truppe dell’esercito arabo siriano impegnate a Hobait, sul fronte della provincia di Idlib. E’ la prima volta che Assad si reca nel nord-ovest della Siria dall’inizio del conflitto. Lì l’esercito di Damasco è impegnato da anni in una dura battaglia contro i jihadisti di ayat Tahrir al-Sham (al Qaeda), supportati dai “moderati” del Free Syrian Army e dai “ribelli filo turchi”. In realtà anche l’esercito di Ankara è direttamente coinvolto nella battaglia di Idlib, motivo che rende ancora più significativa la visita odierna di Assad. “Erdogan è un ladro. Ci ha rubato le fabbriche, il grano e il petrolio, e oggi sta rubando la terra”, ha detto senza mezzi termini il presidente siriano. Parole di fuoco, propositi bellicosi. Tutto, però, prima del patto di Sochi. Ora il rais di Damasco sarà chiamato a rapporto da colui senza il quale quasi certamente oggi non sarebbe al potere e, forse, neanche in vita: Vladimir Putin. E il “ladro di Ankara” diventerà un “alleato”, per quanto scomodo, e odiato. Ma questo vuole la pax russa. Quanto ai curdi siriani, potranno essere riassorbiti nella Siria di Assad. Ma del modello Rojava non rimarrà più nulla. Spazzato via, prima dal tradimento americano e ora dal “patto di Sochi”.

L’HUFFPOST

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