C’era una volta Roma

C’era una volta Roma, la città dei papi e dei principi “neri”, la Roma barocca con le sue basiliche, la Roma di travertino littorio di Mussolini e dell’architetto Piacentini, dove le stesse chiese prendevano la forma di arengari, di casematte, di caserme inviolabili, nemiche d’ogni sorriso festivo, e c’era perfino, sempre una volta, qualcuno che riteneva si potesse immaginare soluzioni di vivibilità per la città tutta. La stessa città che, meglio d’ogni urbanista, è stata svelata nella sua sostanza da un pittore statunitense, Peter Blume (1906 – 1992), lui che negli anni Trenta ne dipinse una grottesca allegoria, tra rovine, ruderi, edicole abitate da un infelice Ecce Homo, e vecchie mendicanti dalla postura di fattucchiere-tabaccaie, così su uno sfondo dolomitico, tra risse di pianerottolo e poveri ma brutti, un capolavoro che esemplarmente prende nome di “The Eternal City”. Nessuno, meglio di Blume ha mostrato, almeno iconicamente, l’ingovernabile condominio romano con i suoi fantasmi e i suoi inquilini, la sua bile monumentale.

Accadeva però, come stavamo per accennare, che negli anni ’60, volenterosi architetti, urbanisti e storici del paesaggio, provarono a immaginare di portar via dal centro cittadino ministeri e ambasciate (a Roma sono doppie, posto che pure per la Santa Sede debba essere prevista una rappresentanza diplomatica estera), si pensava in questo modo di decongestionare almeno il nucleo vivo della città, e questo perché Roma, lo si sappia ed è bene ricordarlo sempre, è un unicum monumentale, irriproducibile, un pezzo unico di mondo incoronato dalla sua storia, dunque non può essere affidata, al di là dell’endemica assenza di cosiddetto minuto mantenimento, a un governo di ordinaria amministrazione municipale.   

Roma andrebbe, insomma, consegnata al suo status particolare di pezzo unico, qualcosa che sotterri perfino l’idea burocratica superiore del Governatorato come accadeva al tempo del fascismo, perché, sia detto ben oltre ogni dettaglio dello scontro politico, Roma non ci appartiene, non è il beauty-case di Virginia Raggi, così come non è in dotazione ai suoi assessori, i medesimi che sembrano girare e infine svanire come nella giostra dei calcinculo, e neppure appannaggio dei tecnici che si assecondano, così come non appartiene neppure a noi che ci reputiamo opposizione in nome del diritto alla qualità dell’esistenza quotidiana in quanto semplici “residenti”. Roma l’abbiamo ricevuta soltanto in prestito, meglio, in comodato d’uso, e basterebbe fare caso alle cronache dei secoli trascorsi per intuire che dovrà sopravvivere perfino alle nostre misere auto che la occupano e ne sfregiano la prospettiva e l’orizzonte. Possibilmente, dovrebbe arrivare intatta, o comunque parzialmente integra, ai nostri posteri.

Pier Paolo Pasolini, lui che preferiremmo non essere costretti sempre a citare, Pasolini che ci torna in mente in una foto nella trasteverina Festa de’ Noantri (evento ormai da decenni cancellato, svanito, sostituito da una sorta di Tevere Expo che suggerì una battuta liberatoria a Nino Frassica: “Questo fiume prima si chiamava Po, Ex-Po!”), una posa di quelle che venivano scattate dalle bilance, appunto, fotografiche – 61 kg in quel luglio del 57 – Pasolini, dicevamo, pensando a Roma, immaginò perfino un romanzo sulla monnezza, anzi, “Il romanzo dell’immondizia”. Era l’aprile del 1970, e lo scrittore, come appunti di preparazione, filmò anche uno sciopero dei netturbini romani, la loro condizione, il loro lavoro. Qualcosa di quelle immagini è rimasta, sebbene senza sonoro, un bianco e nero televisivo dove risiede tuttavia la sensazione che il corso delle cose possa mutare e le rivendicazioni degli “scopini” lì raccolti ai Mercati Generali di via Ostiense, possano trovare prima o poi risposte, così che la ruota mai dentata della città si rimetta in moto.

Il tempo dell’immondizia griffata Raggi consegna invece una percezione di assoluta immobilità, non diremo immobilismo per non rimanere invischiati nella miseria del dato contingente, cioè il balletto delle responsabilità in seno dell’Ama, l’azienda preposta allo smaltimento, il rinfacciare alla Regione di tal Zingaretti le cause reali dell’assenza delle discariche. Ed è in questo zampillio di nomi, cognomi e facce di piccoli burocrati capitolini dall’abbigliamento ordinario che si mostra in tutta la sua mediocrità il romanzo burocratico capitolino, tempestato di monnezza.

Sarebbe meraviglioso poter sollevare lo sguardo oltre i cassonetti, ritrovando, metti, l’edificio barocchetto del Circo Massimo in cima al quale figura la mano di Cicerone, il dito puntato verso il cielo, sarebbe appunto meraviglioso poter avere lo stesso incanto da piccina cartolina che consentiva a un Renato Rascel, proprio lo stesso anno dello sciopero raccontato da Pasolini, di santificare la neve sui tetti della città, sarebbe meraviglioso poter mantenere lo stesso senso di stupore che il visitatore occasionale venuto da fuori custodiva nello sguardo. Sempre restando nel perimetro frastagliato della cartolina turistica, con il suo Tridente, resta intatte le domande sul degrado di via del Corso, punteggiata ormai da esercizi commerciali di qualità sempre più infima. 

Vogliamo forse ora accennare ai mezzi di trasporto pubblico e alla Metro C? Le macchine che hanno scavate le gallerie rimarranno sotto terra, c’è da immaginarle ferme, bloccate, immobili nel sottosuolo di piazza Venezia, e leggo ancora che “non esistono i soldi per tirarle fuori e fra l’altro la scavatrice più potente si è inceppata”. Ecco, la Metro C è metafora ulteriore del cadavere, meglio, della salma romana, o forse, ricorrendo a un paradosso da me speso pubblicamente tempo addietro, è giusto rimanga come miraggio, cosicché tutti possano immaginarla a propria immagine, somiglianza e bisogni di mobilità, non è forse vero che Roma è popolata da persone che, a dispetto di tutto, quotidianamente lavorano e sono soggetti a spostamenti? Alla fine, la poesia si arresta di fronte al bisogno di raggiungere il centro, sbrogliare, perdonate l’eccesso, un “cazzo burocratico” o semplicemente andare al Fatebenefratelli, lì sull’isola Tiberina, per una visita; insomma, a che serve tutta questa poesia a Roma?

Nel 1970, ecco che ritorna l’anno dello sciopero degli scopini, Fellini girò il suo film ononimo, mostrando anche allora le talpe che conquistavano metro dopo metro l’avvento della nuova metropolitana, la stessa cui i radical chic imputeranno d’essere stata responsabile dell’arrivo “dei coatti nel Centro storico”, peccato che allora, sotto l’occhio di Fellini, mentre le trivelle si facevano strada tra le croci, i pesci, le ancore, le botti graffite nel sottosuolo da pietose mani paleocristiane, sia pure nella sua faccia e panza da detestata grisaglia democristiana, Roma potesse continuare ad esistere, e non come adesso cui a molti di noi, residenti, davvero resta il dubbio che la città abbia smesso di esserci. Peccato che il vecchio materasso sospeso in aria tra i cartelli di via San Giovanni in Laterano, e prontamente fotografato dai turisti, mai diventerà un oggetto volante, come i tappeti d’altre latitudini, peccato davvero, povera poesia mancata.

C'era una volta

L’HUFFPOST

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