“Anche Algeria e Tunisia alla conferenza per la Libia”

Perché la politica estera applicata alla crisi regionale nord africana vuol dire essenzialmente una cosa: immigrazione. Di Maio lo sa, come lo sa anche Giuseppe Conte, che qualche giorno fa ha visto prima Al-Sarraj e poi Emmanuel Macron. La politica sui migranti è uno dei principali tasselli su cui marcare un cambio di passo con i mesi gialloverdi, e risposte concrete su questo versante significano automaticamente costruire un argine alla controffensiva di Matteo Salvini (che non a caso ieri ha attaccato il patto di Malta: “Fanno aumentare gli sbarchi in cambio di una pernacchia”).

Ecco spiegato l’approccio iper europeista del neo ministro degli Esteri sul tema. “Sulla Libia è importante parlare con una sola voce, quella dell’Europa”, ha affermato Di Maio di fronte ai suoi colleghi, sostenendo come un approccio inclusivo sia il solo a poter portare buoni frutti con quei partner con i quali si devono negoziare accordi su blocco degli sbarchi e rimpatri. Un pressing portato avanti anche con Ghassan Salameh, inviato Onu per il paese, e che verrà ribadito con Jean-yves Le Drian, capo delle feluche francesi con il quale è in programma un accordo nei prossimi giorni. Perché sulla Libia. “Gli unici contenti sono gli scafisti, quelli che campano di immigrazione clandestina”, ha continuato a martellare Salvini intervistato da Skytg24. La partita della Libia, mediaticamente parlando, si gioca tutta su questo tema. Ed è solo all’inizio.

L’HUFFPOST

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