Ministro in mutande

Mai si era vista una conferenza stampa in bermuda, costume, insomma in mutande o come diavolo volete chiamare l’abbigliamento di Salvini al Papeete Beach, trasformato nella sede estiva del Viminale. Metafora poco metafora, di una continua commedia dell’assurdo entro cui si muove e fa muovere il suo universo politico. E davvero non si capisce perché i giornalisti debbano scarpinare nella sabbia calda, per assistere al puro teatro del ministro desnudo, in infradito e infastidito dalla camicia sbottonata fino all’ombelico, che dopo un po’ scompare per esibire il petto volitivo ai selfie.

È un combinato disposto di onnipotenza e paura quello che va in scena al Viminale Beach, nelle invettive ai giornalisti, nei toni sopra le righe, nelle battute da bar di provincia per fuggire alle domande sul tema che più lo angoscia, la vicenda russa, proprio nel giorno in cui trapela dalla Procura che sarebbe italiana la “manina” della famosa registrazione al Metropol. Il che alimenta domande inquiete e ipotesi complottarde su chi l’abbia eterodiretta. Ecco, l’onnipotenza di chi si considera al di sopra delle regole e la sindrome da assedio di chi sa che l’enorme Potere conquistato in poco tempo può precipitare in fretta. È in questo binomio psicologico l’enorme nervosismo che gli applausi della claque non riescono a coprire, nel compiacimento collettivo del ministro-bagnante che esaspera l’estetica dell’uomo della porta accanto, che parla come “uno di noi”, “va al mare come gli altri”, beve birra e ha il figlio che fa le bravate. E manda al diavolo i rompiscatole.

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