La libertà secondo Matteo

Passata la breve bufera, rieccoci al Papeete Beach. Valerio Lo Muzio osa chiedere: “Scusi ministro, si sa qualcosa di chi mi ha minacciato?”. L’uomo forte ci ha abituati a fare la faccia feroce. Gli riesce benissimo, specie quando ci sono di mezzo i più deboli, che siano gli alleati di governo dei 5 Stelle o i migranti dei barconi, donne uomini bambini, non stiamo a sottilizzare.



Figurarsi un videomaker impertinente. Ascoltate come lo rimette subito in riga: “I figli devono essere tenuti fuori dalla politica. Attaccate me, lasciate stare mio figlio”. Ma non è questo il punto, ministro. Nessuno ha attaccato suo figlio, neanche nominato. Il problema è con tutta evidenza il comportamento della sua scorta, che è composta di uomini dello Stato, che è anche il nostro Stato; è di tutti, lo Stato, non di chi di volta in volta vince un’elezione.

Macché, il ministro ripete a raffica: “I figli vanno lasciati fuori. Non parlo di figli e di bambini. Punto”. Poi, non pago dell’ennesima distorsione della realtà, l’uomo forte va all’attacco. Un attacco brutale, personale, ingiustificato, inaccettabile. “Lei che è specializzato”, sibila cupo a Lo Muzio, “vada a riprendere i bambini, visto che le piace tanto”. Per inciso, il figlio incolpevole del ministro ha sedici anni, un ex bambino. Ma non stiamo a sottilizzare. Bambino è più efficace, e quindi bambino sia. “Mi sta dando del pedofilo?”, chiede allibito il videomaker. Qualcuno dei colleghi, invece di sostenerlo, si schiera coraggiosamente dalla parte del Salvini infastidito, coprendo con un “ma basta” le insistenze del giornalista che fa per Repubblica le domande che professione vorrebbe chiunque facesse. Il brutto sogno, che brutto sogno non è, si conclude con una battuta persino più volgare, se possibile, dell’insinuazione che l’ha preceduta: “Andiamo insieme in pedalò. Visto che sei maggiorenne, ti posso invitare”.

Prima che la riunione si sciolga, Carmelo Lopapa, sempre del nostro giornale, si rivolge al vicepresidente del Consiglio, nonché ministro dell’Interno, nonché plenipotenziario della Lega, nonché aspirante primo ministro di un’Italia a misura di superuomo, e gli chiede lumi sugli ultimi malaffari di Gianluca Savoini, il ministro ombra degli affari esteri del capo, sede distaccata Hotel Metropol di Mosca. “Repubblica mi diverte un sacco”, si congeda Salvini, con la camicia macchiata di sudore. “Se voglio ridere, leggo il vostro giornale”.

Non si preoccupi, onorevole. Le garantiamo risate grasse finché ci sarà possibile, e finché le sarà possibile liquidare le domande scomode con un grugnito o una minaccia. Ci ricorderemo comunque questa data, primo agosto 2019, e questo luogo, Papeete Beach. Su quella spiaggia da vacanze all’italiana, abbiamo perso un altro centimetro della nostra dignità e anche della nostra libertà. E per nostra non si intende di Repubblica. Per nostra si intende di tutti, anche quelli che hanno votato e voteranno Matteo Salvini.

REP.IT

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