All’ombra di Torre Maura

Un rapido avvicinamento a un casermone – costruito nell’inconfondibile stile delle opere pubbliche, e diventato da due notti un piccolo Fort Apache – lascia ogni idillio a casa, squarcia ogni ordine formale. Sull’asfalto della strada, al di qua di un cordone di camionette delle forze dell’ordine, si agita un mondo incazzatissimo di donne e ragazzi, anziani con qualche cane, e giovanotti in fantasmagoriche tute da rapper (una è di seta con tante teste di tigre. “Bella” dico, e un sorriso finalmente affiora: “grazie”) il cui ruolo è, e rimane per tutto il tempo, inutilmente misterioso – tanto è chiaro cosa stiano facendo. Da dietro le finestre, dentro il fortino resistono gli “zingari” con qualche rapida spedizione sulle porte esterne a forza di “vie’ qua, vediamocela da soli”, o l’inevitabile gesto che punta ai fatali genitali maschili che sempre in queste situazioni vengono coinvolti. “Anvedi che ce provocano” urlano i rapper invocando i soliti “mortacci” della tradizione romana.

L’HUFFPOST

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