Il valore politico delle proteste pacifiche

La violenza cambia tutto. Il consenso diffuso della prima fase si riduce drasticamente. Da questo punto di vista, il fatto che frange violente (per definizione, sempre minoritarie) siano riuscite ad imporre il proprio modo di protestare, è una sconfitta per la parte del movimento che si era illusa di poter capitalizzare su quel consenso.

Ma, attenzione, la violenza, una volta impiegata dalle suddette frange, ha anche altre conseguenze, non tutte negative per il movimento. Obbliga il governo che lo fronteggia a distinguere fra i violenti e i cosiddetti «moderati», coloro che, nel movimento, non condividono la scelta della violenza. Ciò può aprire insperati spazi di manovra ai suddetti soi-disant moderati. Perché li mette nelle condizioni di possibili punti di riferimento del governo se e quando si daranno momenti di negoziazione. La violenza, infatti, spinge il governo a cercare interlocutori nel movimento al fine di isolare e sconfiggere i violenti. Senza contare il fatto che anche l’opposizione parlamentare si inserisce nel gioco e cerca di sfruttare l’effervescenza sociale in atto. Si noti che i «moderati» sono, per lo più, tali solo in rapporto ai mezzi ma sono altrettanto immoderati dei violenti in rapporto ai fini. Ciò significa che la democrazia, quando e se tratta con loro, rischia di aprire la propria agenda politica a temi e a modi di pensare che sono incompatibili con quanto vuole la maggioranza degli elettori. Il rischio è che sul processo democratico finisca per pesare, introducendovi gravi distorsioni, l’ipoteca di chi democratico non è.

Diverso, naturalmente, è il caso dei movimenti di protesta che non fanno ricorso alla violenza e che riescono ad impedire, anche nel lungo periodo, che i violenti si prendano la piazza. Questi movimenti, normalmente, mantengono un certo consenso diffuso e diventano subito interlocutori delle classi politiche o di settori di esse. Per esempio, l’opposizione parlamentare, nei casi in cui non sia fin dall’inizio uno dei centri di promozione della protesta, cerca di entrare in sintonia con il movimento perché spera che esso diventi un prezioso bacino di consensi elettorali.

Fortunatamente, in questi casi non ci sono gravi problemi di ordine pubblico. Qui il rischio è un altro. È che alcuni fini che il movimento propone vengano ripresi di peso dalla politica senza quelle mediazioni che sarebbero necessarie per non mettere in difficoltà la democrazia.

Prendiamo le questioni ambientali. Ci sono due modi di affrontarle. C’è un modo pragmatico (in altri tempi, si sarebbe detto riformista), quello che il filosofo Karl Popper chiamava «riformismo a spizzico» e che, per lui, era l’unico compatibile con la democrazia. Si va avanti per tentativi ed errori, in modo incrementale, cercando di conciliare le varie esigenze (poniamo: la crescita economica e il sostegno a certe misure eco-sostenibili che non la compromettano).

Si noti che, da questo punto di vista, le società aperte (liberali) occidentali sono in netto vantaggio rispetto alle società chiuse, autoritarie. Perché il pluralismo che le caratterizza, la presenza, in esse, di una miriade di centri di potere (politici, economici, amministrativi, giudiziari, eccetera) e una diffusa libertà individuale, fanno sì che — se e quando una certa sensibilità per le condizioni dell’ambiente si diffonde — allora ci siano miglioramenti, come esito di una grandissima quantità di comportamenti individuali fra loro non coordinati, anche in quel settore. Non è un caso che i livelli di inquinamento nelle città siano sempre stati nettamente maggiori nei regimi comunisti che nelle società occidentali.

Ci sono dunque aspetti della sensibilità pro-clima che sono utilissimi, perfettamente coerenti con le esigenze della democrazia, e che, una volta diffusi, migliorano la qualità della vita di tutti. Ma c’è anche il risvolto della medaglia. Alcuni di coloro che lanciano allarmi per il clima sembrano inconsapevoli delle conseguenze politiche ed etiche che si avrebbero se ciò che essi propongono diventasse realtà. La maggioranza dei manifestanti è composta da persone che, ragionevolmente, chiedono aria pulita e sostenibilità ambientale. C’è poi una minoranza che avanza proposte irricevibili, una minoranza che non comprende che l’opposizione alla crescita economica (globale) e la «guerra ai consumi» che essa perora come mezzo per «salvare l’ambiente» richiederebbero un pugno di ferro su scala planetaria, un potere coercitivo così forte da riuscire a imporre a qualche miliardo di persone di smettere di consumare. Quando trattano questi argomenti alcuni adulti sembrano ignari della complessità del mondo.

Più in generale, le proteste di piazza hanno di solito successo quanto più usano toni apocalittici, e un linguaggio manicheo (di qua il Bene, di là il Male), quanto più semplificano argomenti troppo complessi per poter essere trattati con sapienza nella suddetta piazza. Come sempre è stato, le democrazie, di fronte alle periodiche proteste, hanno il problema di separare il grano dal loglio, prendere ciò che serve e buttar via tutto ciò che non va. A volte ci riescono e a volte no.

CORRIERE,IT

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