Il risveglio del Nord: la Tav non si tocca

andrea rossi torino

Il risveglio del Nord ha il volto di Monica Giuliano, il sindaco di Vado Ligure, dove tra qualche mese aprirà una piattaforma logistica da 800 mila container. Con Genova e La Spezia formerà una catena logistica di impatto mondiale, «per questa ragione non possiamo rinunciare alla Tav; perderemmo la possibilità di diventare uno snodo centrale per il traffico delle merci». Oppure ha il volto di Giuseppe Pasini, il leader degli industriali bresciani, la prima provincia industriale d’Europa, un distretto con un Pil di 35 miliardi. «Negli ultimi anni abbiamo ottenuto risultati sopra la media grazie alle esportazioni, ma senza infrastrutture adeguate l’export non regge».

Il Nord che scende in piazza è un corpo trasversale e composito, che ingloba forze produttive, mondo delle professioni e sembra aver trovato nei sindaci il proprio coagulo istituzionale. In 114 erano sabato mattina a Torino, in molti di più stanno tessendo reti e alleanze che valicano le contrade di partito ma si assemblano nel nome della battaglia anti decrescita. Di questa reazione la Tav non è altro che un simbolo: «Negli ultimi decenni, nonostante le divisioni tra forze politiche, nessuno ha mai parlato di chiudere imprese o sabotare le infrastrutture», ragiona Alberto Avetta, presidente dell’Anci e leader dei sindaci piemontesi, uno degli ispiratori del documento pro Tav votato da 170 amministratori torinesi. «Sindaci e cittadini scendono in piazza perché sentono messi in discussione i pilastri della crescita e, con essi, il ruolo dell’Italia nel contesto internazionale. La direzione di marcia del Paese è confusa e questo preoccupa un po’ tutti».

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