Archive for Agosto, 2021

Afghanistan, Onu: “Si rischia una catastrofe senza aiuti urgenti”

domenica, Agosto 22nd, 2021

Con la presa del potere dei talebani, l’Afghanistan affronterà una “catastrofe assoluta con fame diffusa, persone senza casa e collasso economico a meno che non venga concordato un urgente sforzo umanitario sulla scia del ritiro dal Paese degli Stati Uniti”. A lanciare l’allarme ai leader mondiali è Mary-Ellen McGroarty, direttrice nazionale per l’Afghanistan del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite.

“Dobbiamo portare rifornimenti nel Paese – ha aggiunto -, non solo in termini di cibo, ma anche di forniture mediche, di rifugi. Abbiamo bisogno di soldi e ne abbiamo bisogno ora”.

McGroarty ha sottolineato che “se tarderemo per le prossime sei o sette settimane, inizierà a diventare troppo tardi. La gente non ha niente. Dobbiamo portare il cibo adesso e portarlo alle comunità delle province, prima che le strade siano bloccate dalla neve”.

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In Onda, l’allarme del professore Fabrizio Chiodo: “Terza dose? Se non vacciniamo tutti aumentano le varianti”

domenica, Agosto 22nd, 2021

“È disumano che alcuni Paesi nel mondo riceveranno la prima dose nel 2023 mentre si parla di terza dose”. A “In Onda” nella puntata di sabato 21 agosto è il giovane professore Fabrizio Chiodo, in collegamento da Cuba con Concita De Gregorio e David Parenzo, a lanciare l’allarme. Il ricercatore palermitano che insegna Chimica all’Università dell’Avana, è immunologo ed esperto di tecnologie farmaceutiche e ha progettato il vaccino Soberana, tecnologia avanzata ma molto a basso costo che va incontro ai Paesi più poveri ugualmente colpiti dalla pandemia. Il contributo più importante alla lotta contro il Covid-19, viene principalmente dai vaccini, che devono rispondere a numerosi parametri, oltre all’efficacia, per poter essere incisivi sull’epidemia.

Il ragionamento del prof, con un curriculum internazionale di tutto rispetto, è molto semplice quanto terribilmente profetico: se non si vaccina egualmente in tutti i Paesi, senza distinzioni fra ricchi e poveri, le varianti del Covid aumenteranno e ci ritroveremo tutti allo stesso punto di partenza. Inutile la corsa dei Paesi con maggiori disponibilità senza l’attenzione a quelli poveri, “Non è un gesto di umanità” tuona Chiodo. “Non è un atto di beneficenza ma di sano egoismo quello di vaccinare tutto il mondo contro il Covid per evitare che le varianti aumentino”.

Completamente d’accordo è il farmacologo Silvio Garattini, anche lui in collegamento con la De Gregorio e Parenzo. Terza dose?Anche l’Oms dice no a un altro vaccino“. la priorità adesso devono essere i paesi poveri. E il prof. detta anche la linea: “Inutile continuare a parlarne senza passare ai fatti” denuncia. Come fare? “Si abolisce il brevetto temporaneamente e si fabbrica tutto quello che si può fabbricare ovvero 8 miliardi di dosi per vaccinare tutti senza distinzione tra paesi ricchi e poveri, 7 unità di produzione e 150 filiere con un investimento di 23 miliardi di dollari: in sei mesi si costruisce la struttura e in altri sei si produce. Perché se va male a loro, va male anche per noi”.

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Tajani: “Nel 2023 partito unico con Lega e Meloni”

domenica, Agosto 22nd, 2021

Dario Martini

«Attenzione, quando si parla di federazione tra Forza Italia e Lega non dobbiamo confondere. È solo una maggiore collaborazione dei due partiti di centrodestra che stanno al governo». Antonio Tajani, europarlamentare e vicepresidente azzurro, mette bene in chiaro quale sia la partita in gioco: «Berlusconi è un federatore, lo è sempre stato, e ha un progetto ambizioso, il partito unico del centrodestra nel 2023, quando ci saranno le elezioni».

Quindi, vi presenterete con la Lega come un unico soggetto politico?
«L’obiettivo è che il partito unico si generi nel 2023. O in concomitanza con le elezioni o subito dopo. Ciò che ha in mente Berlusconi è un forza come i Repubblicani negli Stati Uniti, in grado di governare l’Italia fino al 2050. È un progetto che coinvolge tutto il centrodestra, quindi non solo Forza Italia e Lega, ma anche Fratelli d’Italia».

Sarà inevitabile scegliere un leader…
«Lasciamo stare la partita dei leader. Non basta mettere uno a comandare. Prima viene il progetto. Non si può far nascere una forza unitaria dalla mattina alla sera. Lavoriamo su una visione di futuro, che deve avere come stella polare l’Europa, la Difesa unica, la politica estera comune, ma anche il rapporto decisivo con gli<ET>Stati Uniti».

Questa idea di Berlusconi è condivisa anche da Salvini?
«Io non parlo per Salvini, posso dire quale sia il progetto di Berlusconi».

Quindi, al momento niente Federazione con gruppi unici di FI e Lega in Parlamento?
«Come ho detto, quella impostata nell’incontro di Villa Certosa tra Berlusconi e Salvini è una maggiore collaborazione dei due partiti di centrodestra al governo. Niente gruppi unici. E non è un progetto contro qualcuno».

Si riferisce alla Meloni?
«Certo. Berlusconi ha incontrato anche lei poco tempo fa. Come è naturale che sia. Perché Fratelli d’Italia, nonostante non sia al governo, condivide con noi l’appartenenza al centrodestra e il confronto deve essere continuo».

In cosa consisterà questa vostra maggiore collaborazione con la Lega?
«Un rapporto più serrato, con riunioni congiunte a cui parteciperanno i ministri, i quattro capigruppo e i vertici dei due partiti».

Per fare cosa?
«Bisogna avere una proposta forte di governo alternativa a quella di Pd e M5s. È un’esigenza naturale di riequilibrare le posizioni per portare in porto le riforme fondamentali di cui il Paese ha bisogno: dalla giustizia al fisco, dalla burocrazia alla politica estera. Ma deve essere ben chiara una cosa».

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Mattarella: «No a ipocrisie e ottusità. In Europa l’ora delle responsabilità»

domenica, Agosto 22nd, 2021

di Marzio Breda

di Marzio Breda

Meeting di Rimini, la spinta del presidente della Repubblica su migranti e riforme Ue. Il capo dello Stato torna sulla lotta al Covid: «I vaccini? Un dovere»

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«Se il destino dell’umanità è comune, il futuro che dobbiamo comporre insieme non può più essere a somma zero. In cui, cioè, al progresso in un’area debba corrispondere, a compensazione algebrica, un arretramento in un’altra. La formula vincente che dobbiamo applicare è quella cosiddetta win-win. Si vince insieme, si perde insieme». Sergio Mattarella apre il Meeting di Cl con una riflessione nella quale attualizza un passo dei diari del filosofo danese Søren Kierkegaard su «il coraggio di dire io». Per lui quel pronome associato a un’idea di coraggio «richiama la necessità di rivolgersi ad altri, a uno o a tanti tu… Per comporre il noi della comunità». Il che, nel suo ragionamento, pesa sia nella crisi provocata da una pandemia ancora irrisolta, sia nella serpeggiante crisi dell’Ue. Infatti, sostiene, «c’è un io, un tu e un noi anche per l’Europa e per le sue responsabilità contro ogni grettezza, contro mortificanti ottusità miste a ipocrisia, che si manifestano in questi giorni, che sono frutto di arroccamenti antistorici e, in realtà, autolesionisti».

Parole dure. Una frustata che il presidente, pur senza riferimenti espliciti, indirizza a certe Nazioni sovraniste sistematicamente attive a ostacolare ogni politica di solidarietà (dal modello d’intervento del Recovery plan alla emergenza di quanti sono in fuga da Kabul), inceppando il percorso comunitario. E questo proprio mentre l’Unione «si fa motore di un nuovo sviluppo dei nostri Paesi, uno sviluppo più equilibrato e sostenibile». Quella scarsa condivisione e quelle «ipocrisie» (lo hanno colpito le bandiere afghane esposte in segno di vicinanza ai profughi in alcune capitali refrattarie però ad accoglierli) alimentano ormai, secondo Mattarella, «l’esigenza di potenziare e rendere non illusorie la sovranità comunitaria che sola può integrare e rendere non illusorie le sovranità nazionali». Vale a dire la necessità che i 27 mettano al più presto in agenda le modifiche istituzionali indispensabili per una maggiore integrazione. Perché «la sovranità comunitaria è un atto di responsabilità verso i cittadini e di fronte a un mondo globale che ha bisogno della civiltà dell’Europa e del suo ruolo di cooperazione e di pace». A Bruxelles serve insomma «un’ampia visione storica e non una scialba ordinaria gestione dell’esistente».

CORRIERE.IT

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Green pass, il paradosso dei ristoranti: «Se ce l’hai, mangi dentro»

domenica, Agosto 22nd, 2021

di Agostino Gramigna

«Se fate mangiare fuori i non vaccinati non vengo più in questo locale». È la singolare «minaccia» registrata dal presidente del Movimento imprese ospitalità della Lombardia, Salvatore Bongiovanni, che fotografa assai bene la strana querelle che dal sei agosto si sta giocando tra clienti vaccinati e ristoratori. Tanto che qualcuno l’ha ribattezzato paradosso del green pass. Il motivo è semplice. Chi ce l’ha, il pass, spesso viene costretto a mangiare dentro. Mentre chi ne è sprovvisto può godersi il pranzo o la cena nel dehors. Per molti clienti una discriminazione. Per i gestori di locali una necessità. «Mettetevi nei nostri panni, argomenta uno di loro: se facciamo accomodare all’aperto un cliente con il pass rischiamo di perdere l’incasso dei coperti al chiuso».

Le lamentele sui social

Molti ci restano male. Mugugni, disappunto. Così le lamentele e le segnalazioni finiscono puntualmente sui social. Scrive uno dei tanti clienti vaccinati: «In un ristorante ho chiesto se c’era posto per due. Ha il green pass? Allora deve andare dentro». Angelo, indignato, ha postato la sua decisione: «In quella pizzeria non ci vado più. Mi hanno costretto a magiare dentro, vicino al forno. Ti vaccini, compi il tuo dovere etico e ti discriminano». Termine forse eccessivo. Discriminazione evoca significati più forti. Ma resta il dilemma di molte persone: «Per sedermi fuori mi conviene mentire e dire che non sono vaccinato?».

Il movimento di protesta

Umberto Carriera, leader di «Io apro», il movimento di protesta dei ristoratori, conferma il paradosso e la tendenza : «Purtroppo anche io, nei miei ristoranti, ho dei tavoli fuori e li riservo a chi ha il green pass. Chi resta dentro storce il naso. Con la bella stagione vorrebbe mangiare fuori. I clienti italiani sono più comprensivi. Ma vallo a spiegare agli stranieri, “voi dovete stare dentro”. Vengono qui per il sole, per i tramonti».

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Ho provato a entrare nella testa degli amici No vax

domenica, Agosto 22nd, 2021

di   Beppe Severgnini

Ho convinto un No vax. Non so come ho fatto, ma è successo. Ho un dubbio: forse il merito è della giovane fidanzata bruna che, dal finestrino dell’automobile, mostrava orgogliosa il cerottino post-vaccinazione. Ma, insomma, è accaduto. Se ogni vaccinato convincesse qualcuno, avremmo risolto il problema. Anzi, basterebbe meno, considerato che 36 milioni di noi — pari al 67% della popolazione over 12 — hanno già completato il ciclo vaccinale, e molti sono prenotati al ritorno delle vacanze.

Chi sono quelli che non riesco a convincere? Breve identikit: persone in buona salute, istruite, socialmente consapevoli, attente all’ambiente, con un tocco new-age. Perché non si vogliono vaccinare? Dopo tanti ragionamenti, sono arrivato a una conclusione: hanno più paura del vaccino che del virus.

Il vaccino, nel momento in cui decidi di farlo, è una cosa concreta, certa, creata dall’uomo; il virus è naturale, invisibile, incerto, improbabile (secondo loro). Non serve ripetergli che la medicina, la statistica e i governi di tutto il mondo ripetono in coro: il problema è il Covid, il vaccino è la soluzione! Credono nel complotto planetario? No, quella è la convinzione dei mattocchi, con cui non val la pena sprecare il fiato. I miei No vax educati, ripeto, hanno più paura del vaccino che del virus. Ma non lo vogliono ammettere.

Sono campioni di rimozione, e hanno gli strumenti intellettuali per mettere insieme scuse blande. Ricordo quello che diceva mio papà notaio: i clienti migliori sono i contadini e i grandi giuristi perché, per motivi diversi, si affidano a te; i clienti peggiori sono quelli che credono di saperne qualcosa. Vale per i miei conoscenti No vax: sono intelligenti a sufficienza da crearsi una giustificazione, non abbastanza saggi da fidarsi di scienza, competenza ed evidenza.

Stimolare il loro senso civico? Ricordargli — come hanno fatto il Papa, il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio — che il vaccino è un dovere morale, una forma di rispetto per gli altri? Non serve. Senso civico ne hanno — la raccolta differenziata dei miei No vax è impeccabile — ma passa in secondo piano, davanti alla paura del vaccino. Infaticabile, irriducibile, inconfessabile.

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Covid, perché il vaccino non è obbligatorio?

domenica, Agosto 22nd, 2021

Flavia Amabile

Se ne discute ogni giorno di più. Si litiga ogni giorno di più ma per il momento l’obbligo vaccinale è lontano dai tavoli del governo. Al ministero della Salute sarebbero anche favorevoli ma fonti vicine al dicastero fanno capire che non ci sono le condizioni. Per introdurre un obbligo è necessaria una legge che dovrebbe essere votata dal governo e poi dal Parlamento. Sul Green Pass Draghi è riuscito a ottenere l’approvazione all’unanimità da parte del Consiglio dei ministri ma il decreto è stato travolto da una valanga di emendamenti alla Camera anche da parte della stessa maggioranza. L’esecutivo quindi sa che su una misura ancora più coercitiva come l’obbligo vaccinale difficilmente si troverebbero i numeri in Consiglio dei ministri e ancora più difficilmente in Parlamento. Nulla però esclude che la situazione cambi nelle prossime settimane sottolineano dal ministero della Salute. E lo ha precisato due giorni fa anche il sottosegretario alla Salute Andrea Costa che ha definito l’obbligo l’«ultima ipotesi» se la campagna non dovesse raggiungere l’obiettivo dell’80% dei vaccinati entro fine settembre.

Per il momento il governo resta convinto della necessità di convincere gli italiani vaccinarsi senza ricorrere a obblighi. Una linea condivisa quasi ovunque nel mondo. Lo ha ricordato ieri il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini a margine del suo intervento al Meeting di Rimini che ha confermato di essere a favore dei vaccini ma ha ricordato che «nessun Paese al mondo, tranne l’Indonesia e forse l’Uzbekistan, ha finora stabilito l’obbligo di vaccino anti Covid». Eppure in tanti stanno chiedendo al governo di decidersi. Alcuni anche con la voglia di scaricare sull’esecutivo ogni responsabilità, come ha denunciato ieri il presidente di Confindustria Vincenzo Bonomi che dopo la richiesta della Cisl di due giorni fa all’esecutivo di intervenire sull’obbligo, ha attaccato il sindacato. «È troppo facile rimandare la lattina alla politica. C’è una differenza di posizione tra i partiti che difficilmente potrà farci arrivare a una legge. Ma possiamo sederci a un tavolo oggi stesso», ha spiegato Bonomi invitando i rappresentanti dei lavoratori a raggiungere un accordo e evitare ulteriori chiusure. La decisione, quindi, è innanzitutto politica ma, nonostante le pressioni di alcuni settori della popolazione, ovunque i governi preferiscono affidarsi alla responsabilità dei cittadini perché l’obbligo è una fonte di grane certe. In Italia l’obbligo è stato introdotto solo per chi esercita professioni sanitarie e, in modo indiretto, nelle scuole e nelle università, chiedendo il Green Pass per i lavoratori, e nelle università anche per gli studenti. Un migliaio di sanitari, tra medici e infermieri, hanno presentato un ricorso al Tar della Toscana per chiedere la sospensione dei provvedimenti nei confronti di coloro che non si sono vaccinati. Lo ha confermato due giorni fa Tiziana Vigni, avvocata che li assiste nella causa. «Abbiamo già notificato ed è in corso di deposito del ricorso con circa 1.000 ricorrenti ma stiamo raccogliendo altre firme, circa 200, per un altro ricorso uguale». Sono solo una parte dei tanti ricorsi presentati da aprile in poi, quando è stato introdotto l’obbligo di vaccino per i sanitari, da parte di chi ha deciso di opporsi. Nelle ultime settimane, Tar e giudici hanno respinto molti di questi ricorsi ma l’opposizione legale non si ferma. Francesco Fontana, avvocato, presidente di Iustitia in Veritate, sta monitorando 200 casi di sanitari non vaccinati decisi a impugnare le sospensioni che stanno per arrivare dalle amministrazioni. «L’obbligo non ha alcun fondamento. Da un lato si viene obbligati a firmare un consenso che per legge dovrebbe essere libero e dall’altro lo Stato si dichiara esente da ogni responsabilità in caso di effetti sulla salute» spiega.

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Afghanistan, Draghi dà il via libera agli scali per i profughi nelle basi americane

domenica, Agosto 22nd, 2021

ALESSANDRO BARBERA

ROMA. I primi tre aerei sono stati già autorizzati ad atterrare sulla pista della base americana di Aviano. Altri sono attesi a Sigonella, in Sicilia. E’ il primo segnale concreto della telefonata di ieri notte fra il premier Mario Draghi e il presidente americano Joe Biden. Washington non sa più dove evacuare le migliaia di afghani a cui ha promesso asilo politico, e per questo ha chiesto assistenza ai partner. Un primo velivolo carico di profughi è già atterrato nella base americana a Ramstein, in Germania, altri sono attesi in Albania, Kosovo e Macedonia. Le autorizzazioni italiane sono concesse da Farnesina e ministero della Difesa: l’esercito americano potrà ospitare sul suolo italiano i profughi il tempo necessario a organizzare il trasferimento negli Stati Uniti.  

Il sì di Palazzo Chigi e degli altri governi alleati agli americani ha un valore umanitario e politico. La caduta rovinosa di Kabul nelle mani dei talebani e le prime dichiarazioni alla Casa Bianca di Joe Biden avevano fatto calare il gelo fra Washington e i partner europei. Passati i primi giorni, e toccate con mano le conseguenze dell’abbandono militare del Paese, Biden ha cambiato toni. Se durante il primo discorso alla nazione non aveva fatto alcun cenno alla collaborazione coi governi occidentali, ieri ha detto sì ad un vertice straordinario dei G7 in videoconferenza: dovrebbe svolgersi mercoledì. Solo dopo, se ce ne saranno le condizioni, Draghi chiederà un secondo vertice dei capi di Stato allargato al G20, soprattutto ai non alleati all’Occidente: Cina, Russia, Arabia saudita, Pakistan. Chi in queste ore tenta di fare da ponte fra Nato, talebani, Cina e Russia è l’autocrate turco Recyyp Erdogan. Ieri ha parlato al telefono sia con la cancelliera tedesca Angela Merkel che col russo Vladimir Putin. Erdogan è fra coloro che ha più da temere da una gestione incontrollata della crisi afghana. La Turchia, porta d’ingresso a est dell’Europa, nel 2015 si fece carico dell’emergenza siriana in cambio di sei miliardi di euro. Quest’anno non sembra interessata a fare altrettanto, con o senza lauti guadagni.

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L’Occidente tra ipocrisia e Apocalisse

domenica, Agosto 22nd, 2021

Massimo Giannini

Le promesse da talebano sono durate mezza giornata. La faccia buona dei mullah era un bluff ad uso delle famose e fumose Cancellerie, la conferenza stampa con gli smartphone era cortina fumogena per i pochi giornalisti rimasti. Bin Laden è morto, Saddam Hussein è morto, ma Haibatullah Akhundzada e il Mullah Baradar sono più vivi che mai. E in fondo, vent’anni dopo, non sono poi tanto cambiati. I rastrellamenti casa per casa dei collaborazionisti, la caccia alle ragazzine non ancora sposate, persino le esecuzioni sommarie dei “traditori”. In Afghanistan è tornata l’Apocalisse. Kabul è un inferno che brucia. Si spara e si muore per strada. E quegli uomini abbarbicati sul carrello degli Hercules che precipitano nel vuoto dopo il decollo, quelle donne che urlano il loro terrore dalle cantine in cui si sono rinchiuse, quelle madri che lanciano i loro figli oltre il filo spinato gridando “salvate almeno loro”: ecco, tutto questo è ciò che resta della “guerra giusta” contro il cosiddetto Asse del Male tra il 2001 e il 2002. Questo 8 settembre americano, questo Joe Biden che scappa come il generale Badoglio, secondo il racconto magistrale di Domenico Quirico. E questi eserciti Nato che lo seguono alla spicciolata. Lasciando lì una montagna di macerie, e qui un fiume di ipocrisie.

Che l’operazione Enduring Freedom lanciata dopo l’eccidio delle Torri Gemelle sia stato “un fallimento epocale finito in maniera umiliante” (come ha titolato il New York Times) è tema di discussione solo nel pollaio italiota. Dopo quel colpo al cuore di Manhattan, e dunque dell’intero Occidente, le democrazie ferite avevano il diritto e il dovere di difendersi. Ma già allora sapevamo che l’attacco all’Afghanistan era una reazione istintiva e non risolutiva.

Già allora sapevamo che i bombardamenti a tappeto su Tora Bora non avrebbero annientato le basi del fondamentalismo jihadista, che non si nascondeva al buio di quelle grotte ma incubava alla luce del sole, nelle banlieue delle nostre città. Già allora sapevamo che non uno dei 19 kamikaze delle Twin Towers era afgano. Ma bisognava rispondere in qualche modo all’offensiva di Al Qaeda. Bisognava trovare a annientare Bin Laden, dopo averlo foraggiato per anni con i petrodollari delle monarchie del Golfo, quando faceva comodo per sostenere la guerriglia anti-sovietica. Così ci siamo armati e siamo partiti, al seguito del Commander in Chief di Washington, riparandoci almeno in quell’occasione sotto l’ombrello dell’Onu e dell’Alleanza Atlantica. Ma non ci bastò. E subito dopo l’Afghanistan toccò all’Iraq, dove superammo noi stessi. Senza uno straccio di prova, credemmo di nuovo a Bush Junior e alla favola delle “armi di distruzione di massa” in mano a Saddam. E ci intruppammo entusiasti nella “Coalition of the Willing”, sulla base di una inesistente “Yellow Cake” irachena fabbricata ad arte e con dolo dai servizi anglo-americani. Una bufala vergognosa e smaccata, che Bush e Blair vollero a ogni costo e che non bastò a fermare neanche noi italiani brava gente, in quel caso aggregati al Comando Britannico con l’operazione Antica Babilonia voluta dal governo Berlusconi (lo stesso che oggi strilla ‘hanno sbagliato tutto’).

Ci hanno raccontato, e molte anime belle ci hanno anche creduto, che con queste due invasioni avremmo “esportato la democrazia”, dove per anni avevano regnato il terrorismo islamico e la dittatura manipolata dal Corano. Un’impostura, con tutta evidenza. Perché esportare la democrazia come fosse un container è folle, come provò a dire Joseph Nye che suggeriva di sostituire l’Hard Power delle armi con il Soft Power dei valori. E perché comunque non era quello che interessava all’America, né ai volonterosi che la seguirono. Interessava mostrare i muscoli dopo l’attentato alle Torri Gemelle, il più devastante della Storia moderna, e questo è comprensibile. Ma interessava soprattutto riprendere il controllo delle forniture energetiche, come scrisse allora Tiziano Terzani nella sua celebre lettera a Oriana Fallaci: “Il grande interesse per l’Afghanistan è legato al fatto d’essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell’Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l’India e da lì nei Paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall’Iran. Nessuno, in questi giorni, ha ricordato che ancora nel 1997 due delegazioni degli ‘orribili’ talebani sono state ricevute a Washington per trattare di questa faccenda…”. Niente di nuovo sotto il sole, se è vero che Baradar, dopo l’arresto a Karachi, era stato appena liberato su ordine di Trump, per negoziare a Doha le condizioni della ritirata. Sono le geometrie variabili dell’Occidente Americano: oggi sei il mio miglior amico, domani il mio peggior nemico, dopodomani chissà.

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Il governo fra assistenza e timori. Via tutti, ma attenzione a chi arriva

domenica, Agosto 22nd, 2021

Francesco Grignetti

Ora che a Kabul tutto è precipitato, è perfino ovvio che non si può stare a sottilizzare con i pezzi di carta e la burocrazia. Sugli aerei dell’Aeronautica militare che vanno e vengono dall’Afghanistan si cerca di imbarcare più persone possibile. C’è un eroico console, Tommaso Claudi, diplomatico trentenne al suo primo incarico, che si è ricavato uno spazietto nell’aeroporto e lì da giorni firma i documenti d’ingresso per chi verrà in Italia. È questo l’imperativo morale che viene dal governo: salvare non solo i collaboratori del contingente o dell’ambasciata, compresi i loro familiari, ma anche attivisti e chiunque si sia esposto contro i taleban in passato. E quindi, nella fretta, nel caos, nella frenesia, sono saltati anche i controlli di sicurezza che erano una competenza dei servizi segreti. Ma ciò non significa che i controlli non si faranno più: semplicemente si sono rovesciate le priorità e quei controlli che andavano fatti a monte, ora si faranno a valle. Già, perché comunque nessuno può escludere che un terrorista islamista si infili tra tanti disperati che fuggono verso Occidente.

Il problema è stato toccato in diverse sedi istituzionali. Quando i comunicati ufficiali del Copasir, per dire, inseriscono il «pericolo terrorismo» tra gli argomenti su cui sono stati sentiti il responsabile dei nostri servizi segreti, l’ambasciatrice Elisabetta Belloni, o il ministro Luigi Di Maio, si dice anche questo. Il «pericolo terrorismo» si può nascondere nel grande prevedibile flusso di persone che scapperanno nelle prossime settimane o prossimi mesi dall’Afghanistan. Ma può celarsi anche tra le centinaia di persone che sono arrivate o sono in arrivo attraverso il ponte aereo.

Nelle riunioni e audizioni del Copasir è emerso con chiarezza che la gran fretta imposta dagli eventi, considerando poi che circola la notizia che l’evacuazione dovrà concludersi in pochissimi giorni, ci espone al pericolo di infiltrazioni. Ne parleranno sicuramente anche con il direttore dell’Agenzia esterna, il generale Gianni Caravelli, che è atteso domani. Ma il tema è all’attenzione di tutti gli apparati coinvolti: Esteri, Difesa, Interno. Lo sforzo di dare una sistemazione «degna» a questi profughi afghani, che peraltro hanno diritto all’asilo umanitario secondo una legge del 2014, e che sarebbe una ignominia abbandonare a loro stessi, in fondo nasconde anche questa esigenza: creando un canale parallelo e dedicato, non mescolando gli arrivi dall’Afghanistan con gli arrivi normali degli sbarchi, crea le premesse per un’accoglienza sicuramente migliore, ma anche più attenta. E quindi, quei controlli di sicurezza che i servizi segreti avrebbero dovuto svolgere a Kabul prima di dare il nullaosta al trasferimento in Italia, ora li faranno da noi. E non solo l’intelligence, ma anche le forze di polizia, attraverso i classici uffici dell’antiterrorismo e della polizia dell’immigrazione, saranno chiamate a vigilare su questi nuovi arrivati.

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