Archive for the ‘Esteri’ Category

La nuova fase della guerra di Putin e l’appello della Cina: «Serve una tregua e il ritorno al dialogo»

giovedì, Settembre 22nd, 2022

di Guido Santevecchi

Il presidente Xi Jinping teme il «caos mondiale» e le ricadute economiche per il Paese. E pensa a Taiwan

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Vladimir Putin e Xi Jinping a Samarcanda lo scorso 16 settembre (Afp)

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO – Che cosa pensa Xi Jinping della nuova fase della guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina e il campo occidentale? Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, a domanda ha risposto: «La posizione della Cina è stata sempre coerente e chiara nel chiedere un cessate il fuoco attraverso il dialogo e il negoziato, il rispetto della sicurezza, sovranità e integrità territoriale di tutti i Paesi, l’osservanza dei principi contenuti nella carta delle Nazioni Unite». Il diplomatico ha aggiunto che «servono sforzi internazionali per una risoluzione pacifica delle crisi».

Sono mesi che Pechino parla in linea di principio della necessità di un dialogo che porti a una tregua. All’inizio ha invocato ragioni umanitarie, ora comincia a fare i conti anche economici su quello che Xi chiama «il caos mondiale» e fa riferimento all’Onu (dove peraltro si è ripetutamente astenuta nei voti sulla crisi ucraina). Parlare di nuovo ora di cessate il fuoco potrebbe essere uno sviluppo? Anche il rifiuto cinese di definire l’azione russa per quello che è, un’aggressione, era stato letto da alcuni governi ottimisti come un espediente di Xi per mantenersi neutrale e poter agire da mediatore (prima o poi). Di fatto, la Cina ha solo mantenuto la sua ambiguità strategica, non ha mai segnalato una volontà di impegnarsi in un negoziato tra le parti. L’interesse strategico di Pechino sembra la disunione dell’Occidente, più che la vittoria della Russia.

Una novità notevole è venuta da Vladimir Putin, che incontrando Xi a Samarcanda la settimana scorsa ha ammesso che «la Cina è preoccupata e ha delle domande sulla questione ucraina». Tradotto: significa che in questi mesi sono emerse tensioni con l’alleato. E che in realtà gli interrogativi cinesi sono centrati non sulla sorte di Kiev ma sulla tenuta di Mosca.

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Proteste in Russia, voli esauriti e fughe: il fronte interno mostra nuove crepe

giovedì, Settembre 22nd, 2022

di Marco Imarisio

Biglietti aerei dei voli con prezzi alle stelle, 900 arresti nelle maggiori città: la Russia metropolitana (e non solo) non crede più nell’«uomo forte»

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«Credo nel vostro sostegno». Non è una professione di fede, ma una richiesta di aiuto. L’analisi del discorso di Vladimir Putin dovrebbe cominciare dalla fine. Dall’utilizzo di una locuzione mai usata in epoca recente, l’unico precedente risale all’appello per il voto nel 2008, dietro alla quale si nasconde una parziale ammissione. L’uomo della forza per eccellenza , che negli ultimi vent’anni ha convinto il suo popolo di essere l’unica scelta per ridare ordine e potenza a una nazione in crisi di fiducia, questa volta non ce la fa da solo. Non ha più la situazione sotto controllo.

Era la sua guerra, questa. La sua Operazione militare speciale, un giro di parole per dire che non stava succedendo niente. E adesso facendo appello al supporto, e quindi alla benevolenza della sua gente, ammette in modo quasi esplicito di avere cominciato qualcosa che non riesce a finire. Le prime risposte sono arrivate subito, e non sono certo incoraggianti per lui. L’aumento del traffico alla frontiera con la Finlandia, l’unico confine di terra che consente ancora il passaggio ai cittadini russi forniti di visto per i Paesi europei, è un piccolo segnale. Anche se la tendenza era in atto già dalla scorsa settimana quando, con una mossa che lasciava presagire quanto stava per accadere, il Cremlino aveva aumentato le limitazioni per il permesso di espatrio.

Come sempre, esiste il rischio di dare grande importanza a indizi parziali, per renderli compatibili ai desideri occidentali. Se davvero c’è un esodo in atto, riguarda soltanto una piccola fascia di popolazione, quella più metropolitana e acculturata. Sono «gli insetti» che Putin ha già dato per persi da tempo. Quelli che hanno le risorse per acquistare biglietti aerei con prezzi all’improvviso schizzati alle stelle. Ieri sera per uno degli ultimi voli disponibili da Mosca a Dubai, la tratta più facile e battuta, bisognava pagare l’equivalente di 12.500 euro. A inizio giornata il costo era di appena mille euro. La verità è che questa mobilitazione parziale, altro giro di parole per negare una chiamata alle armi pressoché generale, dato che le esenzioni previste riguardano finora soltanto età, salute e fedina penale, può contare su un serbatoio immenso. Secondo l’ultimo censimento, effettuato nel 2016, il 74 per cento dei russi non ha un passaporto per l’estero. È la Russia più profonda, che da sempre rappresenta l’architrave del consenso putiniano.

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Guerra Russia – Ucraina, l’ultima follia di Putin: lo zar sceglie l’escalation

mercoledì, Settembre 21st, 2022

Giuseppe Agliastro

MOSCA. La situazione in Ucraina rischia di diventare ancora più difficile e drammatica. Sempre più isolata sul piano politico e in difficoltà sul piano militare, la Russia di Putin potrebbe annettersi illegalmente i territori ucraini occupati dalle sue truppe sfruttando dei “referendum” farsa. Una mossa che non sarebbe ovviamente riconosciuta dalla comunità internazionale e che rischia di condurre a una nuova impennata delle violenze.

Il “voto”, ovviamente illegittimo, è stato annunciato dalle sedicenti “autorità” filo-Cremlino delle zone occupate e viene organizzato a tamburo battente proprio mentre le forze armate ucraine hanno riconquistato alcuni territori nell’Est e nel Sud del Paese. Ma anche all’indomani della batosta diplomatica subita da Putin al vertice di Samarcanda, dove il premier indiano Narendra Modi ha detto chiaro e tondo al presidente russo che «oggi non è tempo di fare la guerra» e lo stesso Putin – che oggi parlerà alla Nazione – ha dovuto riconoscere le «preoccupazioni» della Cina nell’incontro con Xi Jinping.

Nelle zone occupate si voterà dal 23 al 27 settembre, e in particolare nelle zone delle regioni di Kherson e Zaporizhzhia nelle mani di Mosca e nelle autoproclamate “repubbliche” separatiste di Lugansk e Donetsk: “Stati” fantoccio che Putin ha riconosciuto poco prima di iniziare l’atroce invasione dell’Ucraina. Le urne si aprono quindi in tempi da record, addirittura già dopodomani, per dei “referendum” che si svolgono in piena guerra e che con ogni probabilità andranno ben lontano da ogni minimo standard democratico.

Il rischio è quello di una nuova escalation in un conflitto in cui hanno già perso la vita migliaia e migliaia di persone, tra cui moltissimi civili. Annettendosi le regioni occupate, seppure in palese violazione del diritto internazionale, la Russia potrebbe infatti considerare attacchi contro il proprio territorio le controffensive ucraine per riconquistare le zone in mano ai soldati di Mosca. «L’invasione del territorio russo è un crimine che ti permette di usare tutte le forze di autodifesa. Ecco perché questi referendum sono così temuti a Kiev e in Occidente», ha dichiarato l’ex presidente russo e ora numero due del Consiglio di sicurezza di Mosca, Dmitry Medvedev, ritenuto una volta un membro relativamente moderato dell’entourage di Putin ma che si abbandona da tempo a dichiarazioni all’insegna della peggior propaganda. Inoltre, le truppe russe occupano la maggior parte della regione di Lugansk, ma comunque non controllano interamente nessuna delle quattro regioni ucraine che Mosca vuole inglobare: la città di Zaporizhzhia – nella cui regione sorge la centrale nucleare di Energodar, che Russia e Ucraina si accusano a vicenda di bombardare – per esempio è controllata da Kiev e solo il 60% della regione di Donetsk è occupata dai soldati del Cremlino.

Dopo l’annuncio di ieri – di certo non un passo verso la pace – gli indici della Borsa di Mosca hanno registrato un calo di oltre il 10%, ma Putin in questi mesi ha dato più importanza agli obiettivi militari che a quelli economici e secondo la politologa Tatiana Stanovaya, citata dal Moscow Times, «tutto questo parlare di referendum immediati è un ultimatum assolutamente inequivocabile dalla Russia all’Ucraina e all’Occidente. Per garantire la “vittoria” – afferma l’esperta – Putin è pronto a indire immediatamente dei referendum per ottenere il diritto (pensa lui) di usare le armi nucleari per difendere il territorio russo».

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Tony Blair: “Quando la mia Regina cucinò e sparecchiò per me e Cherie senza perdere la sua aura”

mercoledì, Settembre 21st, 2022

Marcello Sorgi

L’uomo che convinse la Regina Elisabetta II a cambiare opinione su Diana e a chinare il capo davanti al feretro di Lady D è seduto nel suo ufficio alle spalle di Oxford Circus, paradiso dello shopping di lusso nel pieno di centro di Londra. Cravatta rigorosamente nera per il lutto nazionale proclamato per la scomparsa della sovrana, Tony Blair ricorda volentieri i suoi dieci anni da primo ministro in cui la incontrava regolarmente. Tra i due, anche dopo la fine dell’esperienza di Blair a Downing street, la storica residenza del capo del governo inglese, si era consolidato un rapporto personale di stima reciproca. Tanto che quest’estate, il 13 giugno, Elisabetta aveva voluto insignire lui, insieme a Camilla, l’attuale Regina consorte, dell’Ordine della Giarrettiera, la più alta onorificenza concessa dalla monarchia.

«L’avevo vista solo pochi mesi fa – racconta Blair -. Era in ottima forma. La sua morte, per me come per tutti è stata una grande tragedia inattesa, un grave momento epocale per il Paese e per tutto il mondo». Ma se gli si chiede che tipo fosse la Regina, vista da vicino, Blair risponde: «Per dieci anni da primo ministro la vedevo ogni settimana. Nel corso del tempo ho imparato a conoscerla. Ma oggi, quando la gente mi chiede quali fossero le sue vedute politiche, la risposta è che non lo so. Perché era sempre al di sopra delle vicende politiche contingenti. Ciò che le ha consentito di lavorare come garante dell’unità del Paese è che non ha mai preso parte alle vicissitudini politiche quotidiane».

Per quanto Blair si spenda a testimoniare l’assoluta superiorità della sovrana, è difficile credere che in dieci anni non le sia sfuggita una frase, un sospiro, un’espressione che lasciasse capire. Eppure Tony conferma: «Non ha mai cercato di spingermi in una direzione o in un’altra. Ma aveva istintivamente la capacità di cogliere l’umore collettivo del Paese e dell’opinione pubblica. Oltre a una grande empatia nei confronti del primo ministro, chiunque egli fosse. Ha avuto a che fare con molti primi ministri durante il suo regno. Capiva il peso delle responsabilità delle decisioni, ed era sempre molto gentile in privato. Questo è il motivo per cui la sua morte ha causato tanto dolore nel Paese. Tutti la consideravano una donna eccezionale, e non solo una monarca eccezionale».

La vita di Blair è trascorsa tutta nel segno di Elisabetta. Lei c’era già al momento della sua nascita, lui era bambino quando la vide per la prima volta. «Ero molto piccolo, ma non posso dimenticarlo. Vivevo a Durham, una città del Nord dell’Inghilterra in cui sono cresciuto, e mi ricordo che la Regina venne in visita. Io ero per strada a sventolare con altri bambini la bandiera britannica. Da allora in poi c’è stata per tutta la mia esistenza».

Ma occorre aspettare il 2 maggio del ‘97 – Blair intanto è diventato il giovane leader quarantenne del Labour party che ha vinto le elezioni – per il primo incontro faccia a faccia. «Quando ho avuto la prima udienza con lei, mi disse subito: “Lei è il mio decimo primo ministro, il primo è stato Winston Churchill, prima che lei nascesse”».

Un messaggio non esattamente incoraggiante, ma che certo conteneva il senso della sfida. In quel momento Elisabetta aveva superato i quarantacinque anni di Regno, le sue parole erano dettate dalla lunga esperienza che già aveva alle spalle. «È stata una presenza costante in un momento di grande cambiamento del Regno Unito – spiega Blair -. Negli anni ’50, quando è diventata Regina, il Regno Unito era un luogo completamente diverso da come è oggi. È una delle sue caratteristiche più straordinarie è stata di aver accompagnato la monarchia in un periodo di così grandi mutamenti: il Paese appare diverso, si sente diverso ed è diverso da quello che era 70 anni fa. Ma la presenza costante è stata lei».

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Putin, mistero sul discorso: cancellato l’intervento sui referendum nel Donbass

mercoledì, Settembre 21st, 2022

di Fabrizio Dragosei

Dopo ore di attesa, due canali ufficiali russi hanno cancellato l’annuncio del discorso con il quale il presidente avrebbe dovuto annunciare i referendum per l’annessione del Donbass: «Rinviato a mercoledì»

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Il presidente russo Vladimir Putin avrebbe dovuto parlare alla nazione nella serata di martedì 20 settembre — ma il suo discorso, atteso per le 19, ora italiana, non è mai iniziato, e mentre le tv russe cancellavano l’annuncio dell’intervento, fonti spiegavano che lo zar non parlerà prima di mercoledì. Non ci sono spiegazioni ufficiali sul rinvio, o sulla cancellazione, del discorso. Forbes Russia, citando due fonti, spiega che il discorso, pre-registrato, dovrebbe andare in onda alle 8 ora locali (le 7 in Italia) di mercoledì mattina. La caporedattrice di Russia Today, Margarita Simonyan, ha scritto sul suo canale Telegram: «Andate a dormire».

Ci si aspettava che Vladimir Putin parlasse al Paese sui referendum proclamati dalle autorità filorusse del Donbass per appoggiare la loro richiesta di entrare nella Federazione russa e portare così lo scontro con Kiev a uno stadio di ulteriore tensione. Ma il leader del Cremlino sembra aver deciso di prendere tempo, forse nella speranza che la Comunità internazionale prema sull’Ucraina per concessioni che possano soddisfare Mosca. Le reazioni, per ora, sono state di segno contrario. Qualcosa potrebbe venir fuori da un colloquio telefonico che si dovrebbe svolgere tra il presidente russo ed il francese Macron.

I referendum di annessione si faranno a partire da dopodomani nelle regioni ancora occupate dai russi, Donetsk, Lugansk, Kherson, Zaporizhzhia e daranno certamente il risultato previsto: sotto la «protezione» dell’Armata russa la stragrande maggioranza della popolazione voterà per uscire dalla repubblica ucraina ed entrare nella Federazione.

Naturalmente, si tratterà di risultati più che contestabili, vista la situazione (di una qualche parvenza di campagna elettorale, neanche un cenno, tanto per dirne una). E appare chiaro che il ricorso alle urne è stato accelerato dalla recente avanzata delle truppe di Kiev. A novembre, quando i capi locali avevano in mente di celebrare la ricorrenza della rivoluzione del 1917 (spostata dal sette al quattro e con un altro nome da Putin) alcune delle zone chiamate a votare avrebbero potuto non essere più nelle mani dei russi.

È anche una forte pressione nei confronti del Cremlino che potrebbe anche essere tentato di abbandonare al loro destino una parte degli indipendentisti.

Tra coloro che più ardentemente hanno approvato l’iniziativa dei referendum c’è l’ex presidente Dmitrij Medvedev, diventato uno dei più accesi sostenitori della guerra totale. Medvedev ha spiegato bene quali sarebbero le conseguenze dei referendum e delle annessioni. Conseguenze che potrebbero portare anche a un confronto nucleare.

Il voto si dovrebbe svolgere nelle quattro regioni ucraine da venerdì a martedì prossimo. Poi verranno proclamati i risultati e quindi la Russia dovrà decidere cosa fare. Se accetterà la «volontà» dei cittadini ucraini di quelle aree di «riunirsi finalmente alla madrepatria», come ha auspicato Medvedev, allora l’annessione procederà con speditezza.

A passare sotto la guida di Mosca non sarebbero però solo gli oblast attualmente nelle mani delle milizie filorusse o dell’esercito regolare. Diventerebbero parte integrante del territorio della Federazione anche quelle fasce e quelle città che fanno parte delle quattro regioni ma che sono attualmente controllate dagli ucraini. Slovyansk, Kramatorsk, tanto per citarne due.

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Vertice a Berlino, Scholz fa il tifo per Letta. La Spd: “Non vinca la postfascista Meloni”

martedì, Settembre 20th, 2022

Uski Audino

BERLINO. Nell’ultimo scorcio di campagna elettorale il segretario del Pd Enrico Letta vola a Berlino per ricordare che è nel cuore dell’Europa che si trovano soluzioni comuni a problemi condivisi dai cittadini europei. Il caro energia non si combatte solo con misure nazionali. «Abbiamo bisogno di soluzioni europee perché solo queste possono farci uscire dalla drammatica crisi energetica nella quale Putin ci sta mettendo tutti», ha detto il segretario del Pd dalla sede dei socialdemocratici tedeschi.

Alla Willy Brandt Haus, il segretario del Pd incassa l’endorsment del cancelliere Olaf Scholz, che incontra per una buona mezz’ora a quattrocchi, e poi del presidente del Spd Lars Klingbeil, che si augura una vittoria del partito alleato e non di Giorgia Meloni, presidente di un partito «postfascista, che porterebbe l’Italia sulla strada sbagliata». Va detto, che l’aggettivo «postfascista» per definire la formazione di Meloni, è usato in Germania come un attributo neutrale e descrittivo tanto dai media di destra che di sinistra. Sulla stessa linea anche la stampa britannica. Ieri il Financial Times, in un pezzo dal titolo «I molti volti della probabile nuova prima ministra italiana», sottolinea che la leader di Fratelli d’Italia «si definisce una conservatrice di centro-destra, ma ha rifiutato di rinnegare le radici del suo partito, la cui bandiera porta ancora la fiamma fascista», aggiungendo che «permangono gravi riserve sulla Meloni, in particolare nel momento in cui un’ondata di partiti di destra dura sta vivendo una preoccupante rinascita in tutta Europa». Anche il The Guardian definisce la formazione di Meloni «di estrema destra».

Del resto è evidente, ha proseguito il presidente del Spd Klingbeil, «che in questa tornata è in gioco molto di più dell’Italia», è in gioco l’orientamento futuro dell’Europa. E allora qual è l’idea di Europa che ha in mente Enrico Letta? «Le opzioni sono due: ci si può collocare al cuore dell’Europa con Bruxelles, Berlino, Parigi, Madrid» quindi cercando soluzioni condivise a problemi comuni e puntando al voto di maggioranza, «oppure c’è l’Europa delle nazioni, del diritto di veto, che ha come principale interlocutori il governo ungherese e polacco. Un destino che non ci piace».

La memoria va al voto della settimana scorsa al Parlamento europeo, che ha condannato a larga maggioranza il governo di Budapest «per i suoi tentativi deliberati e sistematici» di minare i valori della democrazia europea. In quell’occasione Fratelli d’Italia e Lega hanno votato contro, in sostegno al governo di Viktor Orbán. «La scelta di Meloni e Salvini di aiutare Orbán è gravissima», contraria ai valori su cui si fonda la nostra democrazia come lo stato di diritto, ha commentato Letta. E per il segretario del Pd il viaggio a Berlino, da dove ribadisce «credo nella rimonta» e «mai al governo con la destra», sembra una risposta al posizionamento degli avversari. Questa è la nostra idea di Europa, sembra dire Letta: quella della socialdemocrazia, dei diritti e dello stato di diritto. Ma c’è un secondo aspetto importante, che nei fatti è anche un implicita risposta alla battuta di Draghi della settimana scorsa: «Non bisogna soltanto scegliere gli alleati in base ai valori condivisi, ma anche cercando di capire quali hanno la capacità di portare avanti meglio gli interessi degli italiani». Letta sceglie di parlare del gas e disaccoppiamento del prezzo dell’energia non solo con chi è parte della sua stessa famiglia politica, ma soprattutto con chi da mesi sta tentennando sul tetto al prezzo del gas e su possibili misure europee che intervengano nel mercato del gas. Quello che Letta incassa a Berlino è una buona dose di ottimismo e la speranza concreta di una svolta al prossimo Consiglio europeo sull’energia del 30 settembre. «Dopo questa visita a Berlino sono molto più ottimista perché ho visto che c’è la consapevolezza e l’impegno nel risolvere un problema comune», di imprese e famiglie sul caro bolletta, e ha visto «Scholz determinato a perseguire soluzioni europee».

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Viktor Orban cerca l’aiuto di Giorgia, il voto dell’Italia sarà decisivo per bloccare la maxi-stangata

lunedì, Settembre 19th, 2022

MArco Bresolin

DALL’INVIATO A BRUXELLES. La trattativa con Bruxelles per scongiurare il taglio dei fondi è già partita ed entrerà nel vivo nelle prossime 6-8 settimane, ma Viktor Orban è consapevole che potrebbe non andare a buon fine. Per questo sa che la vera partita potrebbe giocarsi tra la metà di novembre e quella di dicembre: per vincerla avrà bisogno del sostegno di alcuni governi amici e il posizionamento del prossimo esecutivo italiano rischia di rivelarsi determinante. Roma potrebbe aiutarlo a costruire quella minoranza di blocco necessaria per respingere il tentativo della Commissione di chiudere il rubinetto dei fondi di coesione. E i segnali ricevuti giovedì con il voto degli eurodeputati di Lega e Fratelli d’Italia vanno proprio nella direzione auspicata dal premier ungherese.

L’ultima mossa di Bruxelles preoccupa seriamente Orban. Soltanto tre giorni fa aveva definito «una noiosa barzelletta» il report del Parlamento europeo, che lo accusa di aver trasformato l’Ungheria in una «autocrazia elettorale». Si tratta di una critica durissima, perché secondo la maggioranza degli eurodeputati l’Ungheria non può più essere definita una democrazia. In realtà questa contrapposizione è pane per i denti del leader che siede da più tempo al tavolo del Consiglio europeo e che si è sempre nutrito dello scontro con le istituzioni Ue. Ieri, però, la reazione del suo governo è stata decisamente diversa. Il taglio dei fondi proposto dalla Commissione non è un affondo ideologico, ma una misura concreta dagli effetti tangibili. Vale 7,5 miliardi, che corrispondono al 5% del Pil annuale ungherese: un colpo capace di mettere in ginocchio l’economia del Paese. Per questo Orban è convinto che il provvedimento vada fermato a tutti i costi: cercando un compromesso con Bruxelles oppure, qualora questo non bastasse, aggrappandosi ai governi pronti a sostenerlo.

Per cercare di dirimere le controversie sullo Stato di diritto con Polonia e Ungheria, l’Unione europea aveva sin qui utilizzato l’arma dell’articolo 7. Una procedura che può portare persino alla perdita del diritto di voto in Consiglio, ma che si è rivelata inefficace. Per far scattare la maxi-sanzione è necessario un via libera all’unanimità e i due Paesi si sono sempre coperti a vicenda, disinnescando ogni possibile provvedimento nei loro confronti. Ma con il nuovo meccanismo di condizionalità le cose sono cambiate: per approvare il taglio dei finanziamenti del bilancio Ue non è necessario raggiungere l’unanimità in Consiglio, basta la maggioranza qualificata. Per far diventare immediatamente esecutiva la proposta della Commissione è sufficiente che almeno 15 Stati membri rappresentanti il 65% della popolazione diano il via libera. Per Orban diventa dunque fondamentale costruire una cosiddetta minoranza di blocco, che si forma riunendo almeno quattro Stati che rappresentino più del 35% della popolazione europea.

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I funerali della regina Elisabetta, il summit del secolo: un rebus diplomatico e di protocollo

lunedì, Settembre 19th, 2022

di Luigi Ippolito

Biden: mondo migliore grazie a lei. Mosca lamenta l’esclusione, il principe bin Salman rinuncia

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Joe Biden davanti al feretro di Elisabetta II (Lapresse)

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA — Il summit internazionale del secolo: con 500 dignitari di 200 Paesi, fra i quali circa 100 capi di Stato e di governo, i funerali di Elisabetta sono anche un grande evento diplomatico. Bisogna andare indietro alle esequie di Nelson Mandela, nel 2013, o a quelle di papa Giovanni Paolo II, nel 2005, per trovare qualcosa di simile: e sicuramente in Gran Bretagna l’unico precedente sono i funerali di Giorgio VI, il padre di Elisabetta, nel 1952.

Non ci si aspetta un grande gesto, come la stretta di mano fra Barack Obama e Fidel Castro ai funerali di Mandela, che avviò il disgelo tra gli Stati Uniti e Cuba: ma ieri, al ricevimento offerto a Buckingham Palace da re Carlo e dalla regina consorte Camilla, ci saranno stati approcci e conciliaboli che serviranno a far avanzare i rapporti futuri.

Gallery: Le foto dei leader arrivati a Londra per il funerale della regina Elisabetta II

È stato un momento più informale, quello di ieri a Palazzo, rispetto ai funerali di oggi: agli ospiti sono stati serviti drink e canapé nella Picture gallery, la pinacoteca reale che ospita inestimabili capolavori della pittura europea, prima di spostarsi nelle State Room. Il presidente americano Joe Biden, accompagnato dalla moglie Jill, è arrivato a bordo della sua auto ufficiale, mentre gli altri dignitari sono stati trasportati in autobus. Biden ha firmato il libro di condoglianze e ha reso omaggio alla regina che, ha detto, in qualche modo gli rammentava sua madre: «Il mondo è migliore» a motivo di Elisabetta, ha commentato il presidente.

Un raduno simile non poteva essere esente da problemi. Forti critiche aveva suscitato l’invito al principe saudita Mohammed bin Salman, implicato nell’assassinio del dissidente Jamal Khashoggi: e alla fine lui ha rinunciato a venire. Mentre Mosca ha avuto l’ardire di definire «profondamente immorale» la decisione del governo britannico di non invitare il despota russo Vladimir Putin: «Un tentativo — ha detto la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova — di utilizzare la tragedia nazionale che ha toccato il cuore di milioni di persone in tutto il mondo, per scopi geopolitici per regolare i conti con il nostro Paese». Nemmeno i leader di Bielorussia, Birmania, Siria, Afghanistan e Iran sono stati invitati: la presenza della Cina pure ha suscitato malumori e alla fine Pechino ha inviato il vice-presidente.

Un altro rompicapo è stato il protocollo. Innanzitutto la diplomazia britannica ha dovuto convincere i dignitari stranieri ad arrivare in autobus, stamattina, all’abbazia di Westminster: ma si è dovuto fare un’eccezione per Biden, così come per il presidente francese Macron, che non vuole mai sentirsi secondo a nessuno, e per ragioni di sicurezza anche per il presidente israeliano. Incredibilmente, non si è lamentato l’imperatore del Giappone. «Non capisco tutta questa agitazione per il bus», ha commentato pragmatica la premier neozelandese, Jacinda Ardern.

Altro rebus è stata la disposizione dei posti a sedere nell’Abbazia. L’ordine di precedenza delle famiglie reali era semplice, basato sulla «anzianità» di regno, ma per i capi di Stato si è dovuto tenere conto delle sensibilità individuali e politiche: diversi leader arabi, per esempio, non avrebbero gradito di ritrovarsi a fianco agli israeliani.

Parallelamente a tutto questo, anche la neo-premier britannica Liz Truss ha avuto modo di tessere la sua tela diplomatica: significativamente, ha incontrato solo i leader della Anglosfera, cioè Canada, Australia e Nuova Zelanda (Biden lo vedrà mercoledì a New York, alle Nazioni Unite), oltre al premier irlandese . Una visione del mondo conseguente al fatto che Liz Truss, all’ultimo congresso conservatore, nel suo discorso non menzionò mai una volta l’Europa.

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Funerali della regina Elisabetta, le proteste di Mosca: «Immorale che la Russia sia stata esclusa»

domenica, Settembre 18th, 2022

di Enrica Roddolo

Con Biden e molti capi di stato già arrivati nella capitale britannica, da Mosca sale il disappunto per l’esclusione della Russia dall’evento del secolo, un grande vertice globale di dimensioni senza precedenti

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DALLA NOSTRA INVIATA
Londra Mentre il presidente Usa Joe Biden con la First Lady Jill, atterrava a Stanstead , Londra nella notte per il funerale di stato della regina domani, con molti Royals e capi di stato già arrivati nella capitale britannica, da Mosca sale il disappunto per l’esclusione della Russia dall’evento del secolo. Un grande vertice globale di dimensioni senza precedenti.

La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, citata dalla Bbc, ha condannato la scelta britannica di non invitare a Londra alla cerimonia il presidente russo Vladimir Putin. Cerimonia alla quale è attesa invece la First Lady ucraina Olena Zelenska.

Mosca condanna il «tentativo britannico di utilizzare la tragedia nazionale che ha toccato il cuore di milioni di persone in tutto il mondo, per scopi geopolitici per regolare i conti con il nostro Paese, è profondamente immorale».

Non ci saranno domani dunque Putin, Lukashenko (Bielorussia), Myanmar, il siriano Assad e i presidenti afghano e iraniano. Un invito è arrivato invece per una rappresentanza Nordcoreana ai funerali.

Neppure Donald Trump: ragioni di spazio, ogni Paese ha l’invito per Capo di stato e un accompagnatore, spesso la First Lady o personalità di primo piano). Ma è stato esteso un invito a Trump per il Queen’s memorial service di Washington.

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Siamo la Taiwan del Mediterraneo, sulle nostre coste la sfida Usa-Russia

sabato, Settembre 17th, 2022

Lucio Caracciolo

«Le lacrime dei nostri sovrani hanno il gusto salato del mare che vollero ignorare». Il motto attribuito al cardinale di Richelieu (1585-1642) traversa i secoli. Non potremmo trovarne di più pertinente per l’Italia d’oggi. Battuta dai venti della Guerra Grande la nostra poco sovrana repubblica stenta a coglierne la posta strategica: dominio delle onde. Del mare di casa, Mediterraneo per la cartografia corrente, Medioceano in geopolitica perché connette Atlantico e Indiano, già a fuoco nel Mar Nero investito dall’assalto russo all’Ucraina. E dei Mari Cinesi, cuore del Medioceano estremo-orientale, epicentro dello scontro tra Washington e Pechino sulle rotte dell’Indo-Pacifico.

Il centro di quel mare è Taiwan, del nostro l’Italia. Rispettate le proporzioni, la sfida scalena fra Stati Uniti, Cina e Russia si deciderà sul controllo dello Stretto di Taiwan e di quello di Sicilia. Perni delle rotte oceaniche che legano Cina e America via Eurafrica. Oggi. Domani forse attraverso la rotta artica, ovvero russa, per la cui liberazione dai ghiacci si prega ogni giorno al Cremlino con spreco d’incenso. Cerimonia che confidiamo si ripeta nei nostrani “palazzi del potere” a intenzioni invertite. Giacché la fusione del pack artico comporterebbe declassamento del Medioceano di casa, riportato all’originario calibro mediterraneo, frontiera aperta fra Europa, Africa e Asia. Placche geopolitiche in avvicinamento. Non vorremmo un giorno risvegliarci attraccati a Caoslandia.

Dal 24 febbraio l’Italia ha un nemico autodichiarato. Per la Federazione Russa siamo “Paese ostile”. Scrutato con rancore, dopo che da quando esistiamo come Stato unitario e sotto qualsiasi regime o governo abbiamo stabilito con la Russia – zarista, rossa o post-sovietica – relazioni davvero speciali in ogni campo, fino a dipendere dal suo gas. Il filo della russofilia italiana non s’è mai spezzato, nemmeno quando ci avventurammo alla conquista dell’Unione Sovietica al fianco di Hitler. Su quella catastrofe costruimmo anzi il mito “italiani brava gente”. Battezzato dall’omonimo film di Giuseppe De Santis, coproduzione italo-sovietica (Galatea-Mosfil’m) del 1964. Colonna sonora “Italiano Karascio” interpretata da Giancarlo Guardabassi e Teddy Reno su musica di Armando Trovajoli. Con variazioni tattiche nel titolo della pellicola: sul mercato alleato virava nel tecnico-allusivo “Attack and Retreat”, mentre per i compagni/nemici valeva l’anodino “Loro andavano a Oriente” (“Oni šli na Vostok”), dove il movimento monodirezionale dei nostri alpini era bravamente smilitarizzato.

Ancora oggi ai russi riesce difficile odiarci con l’intensità che merita uno hostis. L’attività militar-spionistica congrua all’”operazione militare speciale” è punteggiata da messaggi sotterranei all’insegna del «dài parliamoci noi che ci capiamo», cui i nostri apparati di norma oppongono prudente silenzio. Per una volta italiani e russi sono d’accordo nel vietarsi la parola “guerra”. Loro perché la fanno ma preferiscono non dichiararla per non eccitare proteste domestiche. Noi perché non possiamo dirlo nemmeno quando la facciamo – estremo il caso dell’attacco alla Jugoslavia – causa tabù psico-cultural-costituzionale.

Resta che in guerra siamo. Posto che con questo termine non si descrive più solo l’uso della forza da parte di eserciti contrapposti ma la sequenza di operazioni ambigue, palesi e segrete, “cinetiche” ed economiche che investe tutte le dimensioni del conflitto. Le attività non convenzionali come convenzione. Rovesciamento identificato nel gergo mediatico quale “dottrina Gerasimov”, onore al capo di Stato maggiore della Difesa russo, cui ironia della storia aveva imposto la responsabilità di gestire il conflitto ucraino, quanto di più simile alle classiche guerre di posizione sia possibile con le tecnologie correnti. Forse anche per questo la sua performance è risultata tanto scadente da indurre Putin a esautorarlo di fatto dopo pochi giorni. Né si sa dove vaghi la sua ombra, di cui si segnalano rapsodiche apparizioni.

Ammesso e difficilmente concesso che noi si sia “brava gente”, questa leggenda è assurta a maschera della molto più concreta tendenza italiana all’irresponsabilità. Fondata sul rifiuto della realtà. Chi non si rende conto dell’ambiente in cui vive ne diventa vittima quando l’atmosfera si surriscalda. Nel contesto bellico in espansione, visto dal mare il Belpaese è boccone grosso, gustoso, disponibile.

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