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Covid e varianti Omicron, perché ci si reinfetta anche due o tre volte? Ecco chi è più a rischio e come difendersi

domenica, Maggio 15th, 2022

Giampiero Maggio

La diffusione della variante Omicron ha cambiato le carte in tavola sul fronte della diffusione della pandemia. «È meno virulenta delle precedenti forme del virus – spiega il primario dell’Amedeo di Savoia di Torino Giovanni Di Perri – ma come ormai abbiamo visto ha una capacità di contagio molto importante». Non solo: chi ha contratto il Covid può reinfettarsi un’altra o più volte. Lo dicono anche i recenti dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità che dimostrano come la diffusione dei casi di reinfezione sia in aumento.
Dal 24 agosto 2021 al 11 maggio 2022 sono stati segnalati 438.726 casi di reinfezione, pari al 3,6% del totale dei casi notificati. Nell’ultima settimana la percentuale di reinfezioni sul totale dei casi segnalati risulta pari a 5,8%, in aumento alla settimana precedente (il cui valore era 5%).
Chi rischia di più
L’ultimo report pubblicato dall’Iss sottolinea anche un’altra serie di fattori e fa l’identikit di chi rischia di più di reinfettarsi. Il periodo preso in considerazione va dal giugno del 2021 (dati considerati di riferimento all’inizio della diffusione della variante Omicron) ad oggi. Ecco chi rischia di più: le persone con prima diagnosi di Covid avvenuta ad una distanza di 210 giorni dalla prima diagnosi; quelli che la malattia è stata contratta tra 90 e i 210 giorni precedenti. Poi: i non vaccinati o vaccinati con almeno una dose da oltre 120 giorni rispetto ai vaccinati con almeno una dose entro i 120 giorni; sono più a rischio i soggetti di sesso femminile. Il motivo, secondo  nelle femmine rispetto ai maschi.
Perché di più le donne e le fasce di età più a ruschio
Secondo l’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità sono le donne quelle che si reinfettano di più. Scuole, strutture sanitarie e ambiti famigliari (in particolare chi fa il lavoro di badante) i luoghi in cui è più facile contrarre il virus anche per una maggiore facilità di screening. Le fasce di età più a rischio: dai 12 ai 49 anni e dai 50 ai 59 anni.
Perché ci si reinfetta e il ruolo di varianti e sottovarianti
Il vaccino fa certamente la sua parte. Nel senso che limita i casi di infezione. «Si sa che ci si può ammalare anche se si è vaccinati – spiegano gli esperti – ma con conseguenza minori rispetto a chi non lo è». Le varianti e le sottovarianti, in particolare Omicron 4 e 5 hanno un ruolo fondamentale: anche nei casi di reinfezione. «La famiglia Omicron (comprese sottovarianti) è una variante molto contagiosa con un Rt pari a quello del morbillo (16/18)» dice Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di Statistica medica ed epidemiologia del Campus Bio-Medico di Roma. Con queste premesse è chiaro che è più facile reinfettarsi. La diffusione di Omicron 1 e Omicron 2 in Italia e in Europa, sta portando però «a una sorta di immunità naturale che potrebbe fare da scudo e rendere vita difficile alle nuove sottovarianti BA.4 e 5 che invece stanno imperversando in Sudafrica pesando per il 75% sui contagi» dice Ciccozzi. In Sudafrica, inoltre, spiega Ciccozzi, le due sottovarianti 4 e 5 «sembrerebbero spinte da una loro mutazione importante, la F486V che sembra essere implicata nell’eludere gli effetti e quindi favorire i contagi». Sul fattore reinfezioni “chi ha preso la Omicron 1 può reinfettarsi con la Omicron 2 ma poi non può contagiarsi di nuovo con la 1» chiosa l’esperto.

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Covid, le ultime notizie di oggi dall’Italia e dal mondo |Focolaio in Corea del Nord, 18 mila casi confermati. Seul offre vaccini e attrezzature a Pyongyang

venerdì, Maggio 13th, 2022

di Silvia Turin

Le ultime notizie sulla pandemia di venerdì 13 maggio

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• Sono 39.317 i nuovi casi di Covid in Italia (qui il bollettino). Sale così ad almeno 16.954.784il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 dall’inizio dell’epidemia. I decessi registrati ieri sono 130, per un totale di 164.976 vittime da febbraio 2020.
• Due anni dopo l’infezione da Covid-19, la metà dei pazienti che all’epoca vennero ricoverati in ospedale presenta ancora almeno un sintomo. Lo suggerisce uno studio appena pubblicato su «The Lancet Respiratory Medicine» che ha seguito i pazienti dall’inizio della pandemia e rappresenta dunque la ricerca con il più lungo follow up finora pubblicata.
• La Corea del Nord ha imposto un lockdown per controllare il suo primo focolaio di Covid riconosciuto dopo che, per più di due anni, il Paese aveva dichiarato di essere riuscito a tenere il virus fuori dai suoi confini.

Ore 09:08 – Iss, indice Rt stabile a 0,96

L’ indice Rt stabile a 0,96, l’incidenza cala da 559 a 458 casi su 100mila, in calo occupazione intensive e ricoveri: sono gli ultimi dati del monitoraggio dell’Istituto superiore di sanità. Il tasso di occupazione in terapia intensiva scende al 3,4% (rilevazione giornaliera ministero della Salute al 12 maggio) rispetto al 3,7% della settimana precedente (rilevazione giornaliera ministero della Salute al 5 maggio). Il tasso di occupazione in aree mediche a livello nazionale scende al 12,6% (rilevazione giornaliera ministero della Salute al 12 maggio) contro il 14,5% (rilevazione giornaliera ministero della Salute al 5 maggio) della precedente rilevazione. Nessuna regione a rischio alto.

Ore 08:42 – Il rischio incubo per la Corea del Nord: 18 mila casi confermati

Oltre 18.000 casi di Covid-19 sono stati confermati in Corea del Nord, secondo quanto riferito dall’agenzia nordcoreana Yonhap citando l’organo di stampa ufficiale KCNA di Pyongyang. Secondo un rapporto, sarebbero 6 i morti a causa del virus. Ieri il Paese ha rilevato il suo primo caso della variante BA.2 Omicron, nota anche come stealth Omicron. Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha convocato una riunione dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori al potere e ha ordinato un lockdown a livello nazionale: è scattato il sistema di massima prevenzione dell’emergenza epidemica in Corea del Nord. Insieme all’Eritrea, la Corea del Nord è uno degli unici due paesi che non hanno avviato una campagna di vaccinazione contro il COVID-19, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il programma globale COVAX di condivisione del vaccino contro il COVID-19 ha ridotto il numero di dosi assegnate al Paese, sotto sanzioni per il suo programma nucleare, e Pyongyang ha anche rifiutato le offerte di vaccini dalla Cina. Il leader Kim Jong Un sarebbe stato vaccinato nel luglio 2021, ma non ci sono conferme. E su gli stessi casi testati (350 mila) non tornano i conti rispetto alla capacità di tamponi manifestata dal Paese. Alla fine di marzo, solo 64.207 dei 25 milioni di persone erano state testate per COVID e tutti i risultati erano negativi, mostrano gli ultimi dati dell’OMS. Non è nemmeno chiaro se la Corea del Nord abbia imposto la mascherina dall’inizio della pandemia: sono stati visti cittadini indossarle, ma anche partecipare a eventi politici importanti, che hanno mobilitato decine di migliaia di persone, senza alcuna protezione.

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Guido Rasi: “Omicron 4 e 5 sono un pericolo reale, rischiamo un altro autunno difficile”

sabato, Maggio 7th, 2022

PAOLO RUSSO

L’Ema ha lanciato l’allarme sulle nuove sub variante BA.4 e 5. E secondo Guido Rasi, ex numero uno dell’Ema ed ex consigliere di Figliuolo, «il pericolo è reale. Gli studi condotti in Sudafrica indicano che le due sub varianti un vantaggio competitivo lo hanno, altrimenti non avrebbero preso il posto della versione originale di Omicron. E come avremmo dovuto ormai aver appreso dalle altre versioni mutate del virus, se sono più contagiose nel giro di qualche settimana arrivano. L’estate potrebbe rallentarne la marcia ma poi potremmo ritrovarci ad affrontare il terzo autunno problematico dell’era pandemica».

Cosa si può fare per non tornare punto e a capo?

«A mio avviso è indispensabile resettare il sistema di sorveglianza e di sequenziamento del virus per monitorare bene l’eventuale diffusione di nuove varianti e sub-varianti. Mi sembra invece che almeno in periferia ci sia un po’ di rilassamento in questa fase. Poi dovremmo approfittare del periodo di bonaccia estiva per capire se il cocktail di monoclonali, autorizzati a uso preventivo in chi rischia l’evoluzione in forma grave della malattia da Covid, possano funzionare anche contro queste sub varianti. Allo stesso tempo andrebbe aumentato l’uso degli antivirali».

Che sintomi danno Omicron 4 e 5?

«Da quello che si è potuto vedere nei Paesi dove sono già diffuse, variano un po’ rispetto a quelli della versione Omicron originale. Meno colpi di tosse ma più naso che cola, meno febbre ma più spossatezza. E poi vertigini, dolore allo stomaco e all’addome, male all’orecchio. Questi sintomi non escludono però il rischio di polmoniti. Che resta elevato tra la popolazione non vaccinata».

C’è il rischio che sviluppino forme più gravi di malattia?

«Non si può escludere. Ma ora come ora non lo sappiamo. Però un po’ di ottimismo mi viene dal fatto che in genere i virus si modificano per garantirsi la migliore convivenza possibile con l’organismo che li ospita, in questo caso il nostro corpo. Quindi abbiamo buone ragioni per sperare che, pur aumentando la contagiosità, diminuisca la patogenicità».

Ma i vaccini aggiornati su Omicron in fase avanzata di sperimentazione saranno in grado di proteggerci anche da queste sotto varianti?

«Purtroppo non lo sappiamo ancora. Sappiamo però che BA.4 e BA.5 riescono a evadere la difesa immunitaria indotta dagli attuali vaccini e dal contagio con la versione di Omicron attualmente più diffusa da noi. Sarà importantissimo ora condurre dei test di immunogenicità per vedere se il siero di chi è stato vaccinato in via sperimentale con i vaccini aggiornati neutralizza anche queste sotto varianti. Se così fosse potremmo guardare all’autunno con un certo ottimismo».

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Covid, Omicron: ecco le varianti 4 e 5 più contagiose dell’attuale 2

martedì, Maggio 3rd, 2022

di Elena Dusi

Omicron impara a contare. E a ogni nuova cifra fa increspare le acque della pandemia. Se l’Italia oggi è alle prese con la variante numero 2 – e i contagi stentano a scendere come ci si attendeva – il Sudafrica è molto più avanti. La nazione che è considerata patria di Omicron è arrivata alla quinta ondata, alimentata dalle varianti 4 e 5.

La curva, complice l’autunno, è di nuovo in salita. E il resto del mondo si domanda se è solo questione di tempo e lo stesso film arriverà ovunque, anche da noi. In Italia Omicron 4 è già stato “avvistato” da due laboratori a Reggio Calabria il 21 aprile e a Monza il 29.

“Omicron è una variante diversa dalle altre” spiega Carlo Federico Perno, direttore dell’unità di Microbiologia del Bambino Gesù di Roma. “Ha una capacità straordinaria di evolversi e raffinarsi. Purtroppo è un virus patogeno, ma Darwin lo potrebbe considerare un esempio da manuale della sua teoria”.

Ogni nuova subvariante, finora, si è mostrata più abile nell’infettarci rispetto alla precedente, tanto che Omicron e i suoi fratelli oggi sono considerati i virus più contagiosi fra quelli noti nella storia.

Il consigliere per la pandemia della Casa Bianca, Ashish Jha, ha avvertito che in pratica nessuno sfuggirà: “Sarà assai arduo evitare che qualcuno prenda il Covid. E non è nemmeno il nostro obiettivo”. Jha la settimana scorsa commentava la positività della vicepresidente Kamala Harris (guarita ieri senza gravi sintomi), arrivata dopo il suo quarto vaccino.

Dal Sudafrica intanto cominciano ad arrivare le prime scene del film cui potremmo assistere anche noi. La salita di Omicron 4 e 5 è stata molto rapida. Si stima che le ultime due sorelle di Omicron siano dell’8% e del 12% più contagiose di Omicron 2. Da marzo, in un mese, i contagi sono passati da mille a 6mila e le subvarianti 4 e 5 dal 5% al 50% dei casi, dividendosi la “piazza” più o meno a metà fra l’una e l’altra.

Ricoveri e decessi, però, in quel paese sono aumentati in modo lieve. “La storia dei virus ci insegna che l’evoluzione li porta a diventare più contagiosi, ma non necessariamente più aggressivi” spiega Perno.

Ancora incerti, invece, sono i dati sulla probabilità di reinfettarsi. Dal Sudafrica arriva un primo studio pubblicato su MedrXiv dall’Africa Health Research Institute che non contiene ottime notizie: gli anticorpi di 24 persone contagiate con Omicron 1 alla fine dell’anno scorso, e non vaccinate, non sono stati in grado di contrastare Omicron 4 e 5. Gli altri 15 volontari, sempre contagiati con Omicron 1, ma vaccinati, hanno invece nel sangue anticorpi capaci di neutralizzare le nuove subvarianti.

Un campione di 39 persone è considerato troppo piccolo per fornirci indizi certi. “Ma sospettiamo che se oggi ci ammaliamo di meno è più per merito dei vaccini che per l’evoluzione del virus” spiega Perno.

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Bollettino 27 aprile, nuova fiammata di contagi e 186 morti: “Restano le mascherine”, le cifre e le conseguenze

giovedì, Aprile 28th, 2022

Sono 87.940 i nuovi contagi da Covid registrati in Italia nelle ultime 24 ore: lo si legge nel bollettino diramato dal ministero della Salute. Il dato è in crescita rispetto a ieri, quando invece erano stati segnalati 29.575 positivi. In aumento anche i morti, che passano da 146 a 186. A fronte di 554.526 tamponi eseguiti, invece, il tasso di positività cala al 15,85%. 
In lieve diminuzione le ospedalizzazioni, sia in terapia intensiva che nei reparti medici ordinari: In quest’ultimo caso, infatti, i ricoverati calano di 173, portando il totale dei pazienti con sintomi a 10.155; mentre nei reparti più critici i ricoverati calano di 15 unità, facendo scendere il totale dei ricoverati gravi a 394. La buona notizia è che i pazienti di terapia intensiva scendono sotto quota 400 per la prima volta dopo oltre cinque mesi. 

Nel frattempo si discute del nuovo decreto Covid che dovrebbe essere approvato nei prossimi giorni. Al centro del dibattito la proroga dell’obbligo di mascherina al chiuso. Secondo il sottosegretario alla Salute Andrea Costa, bisogna continuare a “mantenere l’obbligo al chiuso e riservarlo in alcune situazioni: trasporti pubblici, cinema, teatri, luoghi dove c’è un affollamento maggiore. Lì è ragionevole pensare a una proroga di un mese dell’obbligo. Per tutto il resto si può passare a una raccomandazione”, ha detto ai microfoni di Rtl 102.5.

LIBERO.IT

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Epatite acuta nei bambini, il vademecum: sintomi, esami, cosa fare in caso di sospetto, cure

martedì, Aprile 26th, 2022

di Adalgisa Marrocco

Sulle cause della nuova epatite acuta che colpisce i bambini ancora non si hanno certezze. Gli scienziati continuano a scandagliare le ipotesi, mentre i casi crescono. Al 21 aprile 2022, secondo l’Oms, sono stati segnalati almeno 169 casi da 11 Paesi europei e uno nella regione delle Americhe. Ma cosa sappiamo finora? Quali sono i sintomi e cosa devono fare i genitori nel caso notassero segnali strani da parte dei loro bambini? Huffpost ha risposto con un piccolo vademecum stilato insieme al professor Guido Castelli Gattinara, pediatra infettivologo dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma e membro del tavolo tecnico Malattie Infettive e vaccinazioni della Società Italiana di Pediatria (SIP).

I sintomi a cui fare attenzione

“I sintomi segnalati più frequentemente sono piuttosto banali e tipici di molte infezioni virali dell’età pediatrica: malessere generale, dolore addominale, vomito, diarrea, debolezza, perdita di appetito, qualche volta febbre. Si tratta quindi di segni piuttosto aspecifici, a cui si aggiunge però un sintomo proprio dell’epatite: l’ittero, ovvero il colorito giallo di pelle e della parte bianca degli occhi”, dice il professor Castelli Gattinara. È proprio l’ittero il segnale più evidente dell’insufficienza epatica.

Cosa possono fare i genitori in caso di sospetto

“Siccome i sintomi più frequenti sono aspecifici, comuni a diverse malattie e confondibili – afferma l’infettivologo – bisogna attendere e consultare sempre il proprio pediatra. Sarà lui, conoscendo il quadro del piccolo paziente, a fornire le migliori indicazioni ai genitori. In un primo momento quindi sarebbe consigliabile una fase di osservazione e riposo, con un’alimentazione leggera e curata”. “Nel caso sia presente l’ittero, invece, bisogna recarsi subito in ospedale per procedere ad accertamenti specifici e valutare se effettivamente c’è un danno al fegato”, aggiunge.

Quali esami di laboratorio può prescrivere anche il pediatra di famiglia per escludere l’ipotesi epatite

“Il pediatra può prescrivere l’esame delle transaminasi, ovvero degli enzimi prodotti dal fegato che segnalano un danno epatico”, dice il professor Guido Castelli Gattinara. Una circolare del Ministero della Salute del 23 aprile, infatti, sollecita la segnalazione di epatiti sospette con transaminasi oltre 500 U/L. “In caso di transaminasi alte – prosegue l’infettivologo – si deve eseguire un’ecografia al fegato per verificare se il bambino ha un’infiammazione in corso, necessita di ricovero e di ulteriori accertamenti”.

Entro quanti giorni dalla comparsa dei sintomi è bene eseguire gli esami

Castelli Gattinara ribadisce che “finché i sintomi rimangono aspecifici è bene attendere, senza creare allarmismi. Potrebbe trattarsi di una lieve infezione virale destinata a rientrare nel giro di qualche giorno”. Le analisi invece vanno fatte subito in caso di colorito giallo di pelle e della parte bianca degli occhi.

Niente allarmisi: è una patologia rara ma curabile 

“Prima di tutto va ribadito che i casi di epatite di origine sconosciuta ci sono sempre stati e che si tratta di episodi estremamente rari, oggi stupisce la concentrazione dei casi. Al di là di alcune manifestazioni importanti che hanno necessitato di trapianto, sappiamo che la maggior parte dei bambini non è andata incontro ad insufficienza epatica ed ha risolto con terapia medica”, dice il pediatra infettivologo rimarcando che “la gran parte di queste forme di epatite regredisce e guarisce senza andare incontro a grandi strascichi”.

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Epatite nei bambini, allerta del ministero già il 14 aprile

sabato, Aprile 23rd, 2022

di Margherita De Bac

Non ci sono elementi per spiegare gli episodi di epatite grave sconosciuta. In Italia 9 segnalazioni dai centri ma nessun allarme

Il 14 aprile con una circolare alle Regioni il Ministero della Salute ha trasmesso alle Regioni un’informativa sui casi di epatite acuta grave di origine sconosciuta che aveva colpito già diversi bambini , di età prevalente fra 2 e 5 anni, prima in Scozia e poi in Inghilterra (60 in due mesi).

Il centro europeo

Ai centri italiani è stato raccomandato di inviare segnalazioni eventuali. Per il momento i casi sotto osservazione sarebbero 9 ma per il momento non c’è niente che faccia pensare allo stesso fenomeno che anche l’ECDC, il centro europeo per il controllo delle malattie infettive, ha portato all’attenzione degli Stati membri il 13 aprile. In contemporanea è partito l’allerta rilanciato dalle autorità sanitarie italiane.

Al Bambino Gesù

Per ora l’unico episodio che si pensava potesse essere accostato a quelli del Regno Unito (epatite acuta grave di origine sconosciuta in assenza di virus A,B,C,D ed E) è il bambino ricoverato al Bambino Gesù di Roma dopo essere stato curato al Meyer di Firenze che subito lo ha «dirottato» sull’ospedale della Capitale, sede di un centro di trapianti pediatrici di fegato. L’origine di queste epatiti sconosciute va ancora accertata, chiariscono fonti del nostro ministero, e non trovano riscontro tutte le ipotesi avanzate (conseguenza del Covid, presenza di adenovirus, calo immunitario).

Infezione o tossicità?

Potrebbe trattarsi di un’infezione come di episodi di tossicità. In 4 anni in Italia sono stati effettuati 7 trapianti di fegato su bambini che presentavano alti valori di transaminasi, pure in assenza dei virus dell’epatite.

CORRIERE.IT

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Covid, il nodo mascherine: vanno o restano?

martedì, Aprile 19th, 2022

FRANCESCO RIGATELLI

Passata la Pasqua tornerà sul tavolo del ministro Speranza il nodo mascherine. In questi giorni di grandi movimenti le protezioni individuali sono state utili per accompagnare la discesa della curva dei contagi, ma con l’aumento della vita all’aperto potrebbero diventare meno necessarie. «Ci sono le condizioni per un’estate senza restrizioni», spiega il sottosegretario alla Salute Andrea Costa, sottolineando che «dopo due anni di regole e divieti, soprattutto dopo che gli italiani si sono vaccinati, e hanno rispettato tutte le indicazioni del governo, è giusto dare messaggi positivi».

La decisione verrà presa a fine mese, una volta monitorati gli effetti degli spostamenti pasquali sulla curva dei contagi. I numeri di questi giorni sembrano buoni, ma scontano l’effetto della minore vigilanza durante le feste. E anche il premier Draghi è risultato positivo asintomatico. I contagi accertati a Pasqua sono 18.380 a fronte di 105.739 tamponi effettuati, mentre sabato l’incremento era di 51.993 con 334.224 test. Ieri i decessi sono stati 79 contro gli 85 di sabato per un totale di 161.766 morti da inizio pandemia. Salgono tasso di positività (dal 15,6% al 17,4%), ricoveri in terapia intensiva (+8) e nei reparti ordinari (+182). Il quadro complessivo è in miglioramento: negli ultimi 7 giorni ci sono stati 406.374 casi, in diminuzione del -7,1% rispetto alla settimana prima. Anche i decessi sono in calo: negli ultimi 7 giorni ci sono stati 903 morti, in diminuzione del -5,3% rispetto alla settimana prima.

Al contempo non ci si può nascondere che laddove le protezioni individuali vengano meno utilizzate, come per esempio in Regno Unito o negli Stati Uniti, il numero dei morti, soprattutto tra anziani e fragili, risulta elevato. Una questione che divide gli scienziati. Il microbiologo Andrea Crisanti suggerisce le mascherine solo ad anziani e fragili, in combinazione con la quarta dose, perché «con Omicron è cambiato il paradigma ed è diventato impossibile controllare la diffusione del virus, come dimostra la situazione di Shanghai in lockdown da un mese».

Di altro avviso l’infettivologo Massimo Galli: «La mascherina al chiuso non va abolita, e mi pare fuori discussione sui mezzi pubblici. Poi in molti continueranno a usarla comunque, in fondo siamo un Paese anziano e prudente». Galli, rispetto a Crisanti, pensa che «utilizzare l’infezione come vaccino sia inaccettabile. Basta ricordare le conseguenze possibili del long Covid, anche nei bambini. Tutti temi di cui tra l’altro si sa ancora poco».

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“Covid tornerà di certo in autunno, ma non fa paura. Si spera ci saranno già vaccini panvarianti”

sabato, Aprile 16th, 2022

di  Silvia Renda

“Essendo un virus respiratorio sicuramente lo ritroveremo in autunno/inverno. Di certo non è destinato a scomparire ancora, ci sarà sempre a livello endemico e avrà un picco nella stagione invernale. Quello che ci conforta è che il continuo comparire di varianti può aumentare la contagiosità, ma diminuisce la patogenicità. Ci saranno sempre meno ricoveri e ad ogni modo la speranza è che arrivi per quel peridodo un vaccino parivariante”. Il ritorno del Covid è atteso, ma non fa paura secondo Pierangelo Clerici, presidente dell’Associazione Microbiologi Clinici Italiani (AMCLI) e della Federazione Italiana Società Scientifiche di Laboratorio. La recrudescenza del virus, prevista dagli esperti nella fase autunnale, a parere del microbiologo sarà più gestibile e non necessiterà nuovamente la presenza del Cts e di Fiugliolo per domarne gli effetti.

Professor Clerici, quindi è improbabile che ci troveremo nella stessa fase degli ultimi due autunni passati, come se nulla fosse stato fatto?

Assolutamente, la condizione sarà migliore. Le vaccinazioni sono ormai incrementate in maniera importante, nonostante qualcuno non abbia risposto agli ultimi richiami. Non dovremmo ritrovarci come l’inverno scorso, drammatico non tanto per la quantità di ricoveri ospedalieri, ma per la positività riscontrata su un numero di tamponi giornalieri allucinante e ingiustificato.

Eppure in Italia si parla spesso di un problema di tracciamento. I casi Covid sarebbero molti di più di quelli rilevati.

Ma i casi sommersi ci sono sempre stati. Se una persona non ha sintomatologia e non sa di aver avuto un contatto, difficilmente si sottoporrà a tampone. Ma è giusto che sia così. Il sommerso c’è in tutte le malattie infettive, quello che ci può preoccupare è chi, pur consapevole di essere a rischio, non controlli. Ma in assenza di sintomi se fosse messa in atto l’autosorveglianza con Ffp2, siamo sufficientemente tranquilli. Il ritorno alla normalità avviene per step e uno è proprio questo. Non serve tamponare tutti. È inutile caricare le strutture con tamponi che non servirebbero a nulla.

E il sequenziamento?

È vero, siamo molto indietro rispetto ad altri paesi come Inghilterra e Francia, ma sappiamo che la variante Omicron è prevalente al 100%: i dati li abbiamo.

A proposito di varianti: possiamo stare tranquilli o dovremmo temere l’arrivo di qualcuna più pericolosa?

La variante per tradizione nei virus aumenta la loro capacità di trasmettersi, ma con una riduzione del potere patogeno. Quello che potrebbe spiazzarci è un ricombinante: due virus di genotipi diversi che si uniscono, ad esempio il ceppo Wuhan con quello Omicron. Ma è un evento estremamente raro.

Il controllo del virus passa anche dal vaccino. In autunno potremmo ritrovarci tutti a effettuare la quarta dose?

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Variante XE, sintomi e contagiosità: cosa sappiamo finora

martedì, Aprile 12th, 2022

di Cristina Marrone

Figlia di Omicron BA.1 e BA.2 potrebbe essere più trasmissibile ma al momento non sembra causare malattia più grave. Gli «ibridi» saranno sempre più frequenti

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Che cosa è XE?

Ormai se ne parla da giorni: la nuova variante ibrida del Covid 19, battezzata XE sta suscitando nuove preoccupazioni proprio nel momento in cui quasi tutto il mondo sta abbandonando le restrizioni, Italia compresa. XE è una combinazione di varianti già altamente trasmissibili BA.1 e BA.2 di Omicron ed è stata rilevata per la prima volta il 19 gennaio nel Regno Unito. XE presenta tre mutazioni che non sono presenti né in BA.1 né in BA.2. La sua proteina Spike deriva da BA.2, che in Italia aveva raggiunto una prevalenza del 44 per cento già lo scorso 22 marzo.

Secondo alcuni scienziati chi si è contagiato con BA.2 dovrebbe conservare una certa protezione contro XE (il tampone rileva tuttavia solo la positività e non il ceppo), anche se per ora si tratta ancora di ipotesi ancora molto preliminari.

«Le varianti ricombinanti sono ben descritte per altri virus e spesso non sono associate a un pericolo maggiore«, afferma il dottor Andrew Badley, professore di malattie infettive presso la Mayo Clinic

Quanto è diffusa XE?

Nel Regno Unito sono stati assegnati a XE oltre mille genomi virali. La variante ricombinante è presente anche negli Stati Uniti, Thailandia, India, Giappone e altri Paesi. In base al report inglese la variante XE sembrerebbe più frequente nelle donne in ogni fascia di età.

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Uk Health Security Agency

È davvero più trasmissibile?

Secondo le stime attuali che arrivano dal Regno Unito XE ha un vantaggio di trasmissione che va dal 12,6% al 20,9% rispetto a Omicron 2 e questo la renderebbe la sottovariante di Omicron più trasmissibile finora emersa. Ogni volta che emerge una nuova variante più trasmissibile è altamente probabile che con il tempo possa diventare dominante. I dati disponibili tuttavia non permettono di trarre conclusioni su questo punto. Tuttavia se i dati di trasmissibilità venissero confermati alcune stime si spingono ad affermare che nel Regno Unito XE potrebbe diventare dominante nel giro di un paio di mesi.

È una variante preoccupante?

L’Organizzazione mondiale della Sanità non ha assegnato a XE una lettera greca: per il momento appartiene a Omicron, almeno fino a quando non verranno identificate differenze significative nella trasmissione e nelle caratteristiche della malattia, inclusa la gravità. Non è stata classificata come una nuova VOC (variante di preoccupazione)

Che tipo di malattia provoca?

Non ci sono dati statisticamente rilevanti sulla sua gravità (anche se non sembra essere variato il tasso di mortalità o di ricovero) o sulla capacità di eludere l’immunità acquisita da vaccino o da precedente contagio. Finora non si registrano segnalazioni di sintomi differenti che includono affaticamento, letargia, febbre, mal di testa, dolore muscolare e osseo. Tuttavia al momento la gravità della malattia da XE sembra essere lieve e non ci sarebbero differenze con Omicron, anche se va tenuto conto che sempre più persone, a livello globale, sono vaccinate, e che questo possa contribuire a una manifestazione di sintomi più lievi.

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