Archive for the ‘La Giustizia’ Category

La Corte costituzionale elegge Giuliano Amato: è il nuovo presidente

domenica, Gennaio 30th, 2022

È Giuliano Amato il nuovo presidente della Corte Costituzionale. Torinese, 83 anni, professore emerito di diritto pubblico comparato, più volte ministro, ha all’attivo due mandati da presidente del Consiglio nel 1992-1993 e nel 2000-2001. Nominato da Giorgio Napolitano il 12 settembre 2013, è il giudice costituzionale con maggiore anzianità, rimarrà in carica circa 8 mesi prima del termine del suo mandato di nove anni.

Giuliano Amato è stato eletto all’unanimità. L’esito è stato comunicato dal segretario generale della Consulta Umberto Zingales. Giudice con maggiore anzianità, Amato è stato vicepresidente della Corte Costituzionale dal settembre 2020 sotto le presidenze di Morelli e Coraggio.

Come primo atto, il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato ha nominato vicepresidenti le giudici Silvana Sciarra e Daria de Pretis e il giudice Nicolò Zanon.

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Sabino Cassese, tsunami di elettori positivi? “Quirinale, il successore di Mattarella si può votare a distanza”

mercoledì, Gennaio 12th, 2022

Antonio Rapisarda

Né la variante Omicron, che secondo la vulgata rischia di depennare almeno un centinaio di grandi elettori, né tantomeno la riforma costituzionale, che secondo un’altra lettura renderebbe trecento e passa degli attuali parlamentari di fatto “abusivi”, possono compromettere forma e sostanza dell’elezione per il nuovo capo dello Stato. «Nessun problema. La costituzione prevede che il calcolo dei voti si faccia sugli aventi diritto, non sui presenti». Lo assicura in questa lunga intervista a Libero Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, che – con la sua solita schiettezza – non si è sottratto alle nostre domande sul futuro di Mario Draghi, sul presidenzialismo, sull’obbligo vaccinale così come su due nodi fondamentali, rispetto ai quali il celebre giurista non ha dubbi: l’iniquità del sistema sociale rispetto ai «non garantiti» e la «ferita aperta» della giustizia.

Professore, l’eventualità di rinviare il voto sul Colle, dovesse esplodere la curva dei contagi in Parlamento, è da escludere a priori?
«È certamente da escludere. Le votazioni si svolgono dal primo giorno in cui il Parlamento in seduta comune è convocato, anche se vi sono pause tra una votazione e l’altra; e possono solo concludersi con la scelta di un presidente della Repubblica».

Almeno il problema del voto in presenza, inclusi coloro che risultano positivi al tampone, si potrebbe risolvere con l’elezione a distanza. Meno “sacrale” come procedura ma in linea con il diritto dell’emergenza dell’era Covid?
«L’elezione del presidente della Repubblica è una mera votazione, non preceduta da una discussione. Quindi richiede soltanto l’espressione del voto. Se si fanno appositi collegamenti video tra le diverse sedi del Parlamento, i parlamentari possono svolgere la votazione in luoghi diversi e ciascuno dei membri del Parlamento in seduta comune ha la possibilità di controllare visivamente il regolare svolgimento della procedura di elezione».

Le pressioni internazionali – senza scomodare la tesi del “vincolo esterno” – sono orientate a chiedere un bis del duo Mattarella-Draghi. Di certo senza l’attuale premier, sostengono oltre confine, sarebbe a rischio il Pnrr. Non si può fare a meno di Draghi in nessun senso?
«Draghi ha ricoperto una carica, alla Banca centrale europea, che ritengo più importante di quella di presidente della Repubblica italiana. Io preferirei che il Parlamento italiano gli desse la fiducia per lasciarlo sette anni a Palazzo Chigi».

Davvero un bis di Mattarella, dopo quello di Napolitano, sarebbe un “tradimento” della Costituzione?
«La costituzione italiana non prevede un bis, ma non lo esclude. Certamente quello che non sarebbe corretto è un bis a termine».

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Così i tre gradi di giudizio rallentano la giustizia

mercoledì, Gennaio 12th, 2022

Giuseppe Pignatone

«Troppe leggi, troppe norme, troppi processi» ha ripetuto anche di recente la ministra Cartabia, individuando con precisione quella che – insieme alla cronica, finora, insufficienza delle risorse – è la causa principale dei tempi lunghi che affliggono la giustizia penale. Ho già sottolineato su questo giornale (Troppi reati frenano la giustizia, 8 ottobre 2019, Tre proposte per la giustizia, 10 maggio 2021) l’importanza del dato quantitativo che rende irragionevole ogni confronto con altri Paesi. Mi limito qui a citare il fatto che le notizie di reato e quindi i procedimenti, che incamera un pm italiano sono otto volte superiori alla media europea. Peraltro, data l’obbligatorietà dell’azione penale scritta in Costituzione, il pm deve trattare ogni singolo fascicolo, sottoponendolo al vaglio di un giudice anche in caso di archiviazione. È un dato numerico che lascia poche speranze e che potrebbe essere ridimensionato solo da una seria depenalizzazione, opzione ancora oggi esclusa dalle forze politiche. Sui “troppi processi” che ne conseguono, la Guardasigilli è già intervenuta introducendo norme per evitare che almeno parte dei procedimenti definiti dalle Procure arrivi al dibattimento. Sapremo nei prossimi anni se e in quale misura sarà stato raggiunto questo risultato.

Tra le concause dei tempi inaccettabili del fare giustizia, vanno considerati anche l’innata litigiosità degli italiani, confermata dalle statistiche, e la storica presenza delle mafie nel nostro Paese. Quelli di mafia sono spesso processi molto complessi e con imputati detenuti: hanno quindi la priorità e rallentano il trattamento di tutti gli altri. Non è un caso che tra le sedi più in difficoltà ci siano proprio quelle di Napoli e di Reggio Calabria. Ma sui tempi lunghi della giustizia incide in modo altrettanto significativo la scelta (del tutto politica) di mantenere nel nostro ordinamento, nonostante l’adozione del rito accusatorio, tre gradi di giudizio (e altri tre gradi previsti per ogni misura cautelare), tutti fondati sull’obbligo di motivazione. Anche in questo caso non sono possibili paragoni con i sistemi di altri Paesi europei. Non solo con quelli anglosassoni, in cui il verdetto è emesso da una giuria senza motivazione, ma anche con altri più simili al nostro come quelli continentali. Vero è che anche questi prevedono i tre gradi di giudizio, ma mentre in Italia a ogni sentenza di condanna possono seguire (e di solito seguono) l’appello e il ricorso in Cassazione, altrove esistono filtri efficaci per ridurre il numero delle impugnazioni. In Francia e in Germania, solo per fare un esempio, gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione sono rispettivamente 50 e 100 a fronte dei 55mila italiani. Ciò significa che all’estero sono gli stessi avvocati abilitati a fare da filtro e a limitare i ricorsi alle questioni più importanti o sulle quali non esista una giurisprudenza consolidata.

Questo spiega anche perché le sentenze di quelle Corti sono poche migliaia l’anno a fronte delle oltre 50mila emesse dai giudici di Piazza Cavour, costretti a occuparsi anche di processi di importanza trascurabile e di questioni riproposte all’infinito, dato che comunque conviene fare ricorso sperando nella prescrizione (e, in futuro, nella improcedibilità), o in una nuova legge o in un mutamento di giurisprudenza che capovolga il giudizio o almeno mitighi la pena. Una valanga di decisioni che peraltro implica un certo tasso di contraddittorietà e quindi un’erosione di autorevolezza dell’organo che dovrebbe assicurare l’uniformità della giurisprudenza.

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Le toghe rifiutano i giudizi. “Vietato darci pagelle”

lunedì, Dicembre 20th, 2021

Massimo Malpica

Arriva un «no» secco, firmato Anm, all’idea del Guardasigilli Marta Cartabia di introdurre le «pagelle» per i magistrati come misura per rendere più credibili le valutazioni periodiche di professionalità delle toghe. Valutazioni che al momento si traducono, di fatto, in avanzamenti di carriera automatici. Ma la possibile novità, appunto, non è stata accolta affatto con favore dal sindacato delle toghe, che nonostante gli scandali degli ultimi anni alza subito la voce di fronte all’ipotesi, e con un documento approvato ieri dal direttivo Anm sulle proposte di riforma della giustizia della Cartabia mette nero su bianco la propria «ferma contrarietà all’idea di introdurre, in sede di valutazioni periodiche di professionalità, il sistema delle cosiddette pagelle con previsione di un giudizio di graduazione nel merito (sufficiente, discreto, buono e ottimo) con riferimento alle attitudini organizzative». Un «no» non motivato dal timore dei magistrati di sottoporsi a un giudizio sul proprio operato bensì, secondo l’Anm, dal rischio di accentuare «la gerarchizzazione degli uffici giudiziari dilatando il potere dei dirigenti che verrebbe esercitato con criteri la cui discrezionalità non sarebbe agevolmente verificabile». Il problema, insomma, starebbe nella penna che quelle pagelle dovrebbe redigere. Ma il sindacato dei magistrati, nel documento di ieri, critica anche altre ipotesi di riforma, rimarcando in particolare «l’assenza di un espresso richiamo, nei propositi di riforma, della necessità di portare a compimento l’incarico direttivo e semi-direttivo nella sua interezza e fino alla scadenza del termine» e poi «l’attribuzione, ai fini del conferimento degli incarichi, di un ruolo assolutamente residuale al criterio dell’esperienza maturata nella giurisdizione». L’ultima bocciatura l’Anm la riserva al coinvolgimento nelle decisioni dei Consigli giudiziari dell’avvocatura, alla quale verrebbe riconosciuto il diritto di voto nelle delibere sulla valutazione di professionalità e in materia di conferimento degli incarichi direttivi e semi-direttivi. Una novità che, per l’Anm, potrebbe «alterare il principio di parità delle partì nel processo e incidere sulla serenità e imparzialità della giurisdizione». E siccome il momento è quello che è, e la popolarità della magistratura non è al suo massimo, ecco che l’Anm dirige le sue critiche verso le paventate riforme come se queste fossero «ispirate a criteri esclusivamente produttivistici», rischiando così di provocare «un abbassamento del livello di qualità del lavoro giudiziario, con lo svilimento e lo scadimento della funzione».

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Uccise il padre per salvare la madre: assolto

giovedì, Novembre 25th, 2021

di VIVIANA PONCHIA

Alex Pompa, 20 anni, insieme con la mamma Maria Cotoia e il fratello Loris
Alex Pompa, 20 anni, insieme con la mamma Maria Cotoia e il fratello Loris

“Mi auguro che i giudici capiscano – diceva la mamma nell’attesa della sentenza che avrebbe cambiato le loro esistenze – vogliamo solo una vita normale”. Ai giudici aveva passato la palla il pm Alessandro Aghemo, “costretto” dal codice a chiedere una condanna a 14 anni. E dopo sei ore di camera di consiglio la corte d’Assise presieduta da Alessandra Salvadori ha emesso quel verdetto difficilissimo, assolvendo il ventenne Alex Pompa, che il 30 aprile dell’anno scorso – quand’era appena maggiorenne – a Collegno uccise il padre Giuseppe, operaio di 52 anni, per difendere la madre durante l’ennesima lite: “Il fatto non è reato”. Esulta Maria Cotoia: “Abbiamo vinto noi, finalmente la vita vera”. Mentre suo figlio ha “fretta di tornare a casa ad abbracciarci”, perché in tribunale non è la stessa cosa. Alex aveva ucciso il padre violento con 34 coltellate e sei coltelli diversi, spezzando la lama nell’ultimo fendente mortale. Ma aveva poi subito chiamato i carabinieri confessando il delitto commesso.

Il verdetto prevedeva solo due alternative: 14 anni oppure l’assoluzione come chiesto dall’avvocato Claudio Strata che ha spiegato la drammatica situazione vissuta in quella casa. Una motivazione che la corte ha riconosciuto in pieno, anche se l’introduzione delle regole per il ’codice rosso’ portano a escludere la concessione di attenuanti per chi uccide una persona legata a vincoli familiari. Quindi il fatto in sé non costituisce reato. “Ce lo meritiamo – dice il ragazzo frastornato – Ora posso riprendermi la mia vita. Abbiamo sempre confidato nella giustizia e abbiamo sentito il supporto di tutti nonostante tanti momenti duri”. Il fratello maggiore Loris gli tiene una mano sulla spalla: “Abbiamo visto la morte in faccia e Alex ci ha salvato la vita“. In aula ad ascoltare la sentenza c’era anche “il mio angelo custode”, l’imprenditore trevigiano Paolo Fassa, che ha deciso di aiutarlo dopo aver sentito la notizia al telegiornale. Ha trovato il miglior penalista della città, seguito tutte le tappe della vicenda, dispensato consigli telefonici. E il super avvocato per convincere la Corte ha fatto ascoltare 250 registrazioni scioccanti, 9 ore di audio con le urla e gli insulti fra marito e moglie.

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DiMartedì, Alessandro Sallusti contro Davigo: “Mi chiedo come abbia potuto fare il magistrato”

mercoledì, Ottobre 27th, 2021

Ha appena finito di parlare, Piercamillo Davigo, e Alessandro Sallusti lo travolge dialetticamente. A DiMartedì si discute su Silvio Berlusconi al Quirinale e l’ex pm di Mani Pulite ha usato parole sprezzanti. Il direttore di Libero ascolta e lo impallina: “Mi è sembrato di ascoltare il Marchese del Grillo, io sono io e voi non siete nessuno. Berlusconi non può fare il presidente? E io mi chiedo come uno come Davigo abbia potuto fare il magistrato, visto che non ha nessuna fiducia nella magistratura. Ha divulgato degli atti secretati perché non si fidava della Procura di Milano, ritiene le iniziative di altri magistrati contro di lui delle bazzecole, ha fatto ricorso alla magistratura civile contro il suo prepensionamento al Csm, è Davigo che non ha nessuna fiducia nella magistratura”. 

“Un polemista dell’Ottocento diceva – è stata la freddura con cui si è presentato Davigo pochi minuti prima -: in democrazia tutti possono diventare presidente. Comincio a temere che sia vero”. “Le cose che dice su Berlusconi – ribatte Sallusti- non mi stupiscono. Non sono diverse da quelle che ha sempre detto ma la vera diversità è che Davigo non ha più alcuna autorevolezza per dirle. Ripeto: se c’è uno che ritiene la magistratura fallibile è lui e lo sta dimostrando”. 

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Infermiera assolta dopo 7 anni da killer

martedì, Ottobre 26th, 2021

Annamaria Bernardini De Pace

La Corte d’Assise di Appello di Bologna, con l’appello ter, ha assolto l’ex infermiera di Lugo di Romagna, Daniela Poggiali, perché il fatto non sussiste. Era stata denunciata, incarcerata e condannata per la morte, nel 2014, di una signora di 78 anni, ma anche per la morte di un signore di 94 anni. Una storia processuale inquietante, per chiunque creda ancora alla giustizia italiana. Prima condannata all’ergastolo, per la morte della donna, poi due assoluzioni in appello e quindi due annullamenti in Cassazione. Per la morte dell’uomo, 30 anni di carcere, poi in appello l’assoluzione. Oggi la scarcerazione. Il Procuratore Generale aveva chiesto la conferma della condanna, mentre gli avvocati, ovviamente, l’assoluzione.

Dunque, l’infermiera non aveva ucciso i degenti, come si era detto, con iniezione di potassio. Pertanto, primo grado, appello, Cassazione, poi ancora Appello e Cassazione fino all’appello, definitivo di oggi: una marea di giudici e pubblici ministeri coinvolti, per dire ognuno la sua che non corrispondeva mai a quella dell’altro. Oggi possiamo dividere i magistrati innocentisti e i colpevolisti e decidere che gli innocentisti dall’origine, sono stati i più bravi. O no? Il nostro codice prevede che l’imputato debba essere condannato al di là di ogni ragionevole dubbio. Cioè, fino alla prova schiacciante, c’è la presunzione di innocenza. Una volta esisteva la formula dell’assoluzione per insufficienza di prove, e questa era la conclusione di quasi tutti i processi indiziari. Oggi, invece, nel dubbio si condanna. Pensiamo solo a Bossetti o al delitto di Garlasco e a quanti più che ragionevoli dubbi ci fossero e non sono stati presi in considerazione. Questa volta, invece, con l’infermiera, il principio è stato rispettato: tra condanne e assoluzioni il dubbio è evidente. Tuttavia, è proprio la discordanza di giudizio tra i vari giudici che sconvolge il cittadino. Sono i 6 processi resisi necessari per arrivare all’assoluzione, che creano panico in chi teme di poter avere a che fare con la giustizia. Sono gli oltre tre anni di carcere dell’infermiera, oggi assolta perché il fatto non sussiste (il fatto non sussiste! Ovvero, la formula più categorica di assoluzione) che provocano dubbi in chiunque sul funzionamento della magistratura. In un periodo storico, peraltro, nel quale i magistrati hanno perso di credibilità, e non solo per le confessioni di Palamara.

Tutto sommato, di fronte a giudici e pubblici ministeri così macroscopicamente difformi nel pensiero e nel giudizio, meno male che il nostro ordinamento preveda tre gradi di giudizio e, in particolare, il controllo di legittimità sulle pronunce di merito: così infatti, e solo così, c’è la possibilità di rimediare agli errori dei giudici che vengono prima. Non c’è dubbio che l’ex infermiera chiederà allo Stato di essere risarcita per l’ingiusta detenzione, ma potrebbe e dovrebbe far valere anche tutti gli altri danni possibili (morale, esistenziale, alla reputazione, biologico, alla salute, etc…) provocati dall’errore madornale di quei giudici che l’hanno costretta al carcere. E quanto alla reputazione, pensiamo che, benché assolta, sarà nell’immaginario di tutti sempre l’infermiera killer, fotografata vicino al paziente deceduto con le dita in segno di vittoria.

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Ruby ter, processo Siena: assolti Silvio Berlusconi e il pianista Mariani | La difesa: “E’ il giusto epilogo”

venerdì, Ottobre 22nd, 2021

Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, e il pianista di Arcore Danilo Mariani sono stati assolti al processo Ruby ter a Siena perché il fatto non sussiste. Erano imputati per corruzione in atti giudiziari. Questa la sentenza del tribunale dopo circa un’ora di camera di consiglio. “Ho sentito Berlusconi poco fa, è evidentemente sollevato e soddisfatto”, ha riferito l’avvocato Federico Cecconi, uno dei suoi legali.

“Grandissimo risultato, tutti e due assolti con formula piena: sono veramente contento. Non stupito: è il giusto epilogo di questo processo che forse si doveva fermare un po’ prima”, ha commentato uno dei legali di Silvio Berlusconi, l’avvocato Enrico De Martino, al termine del processo.

Secondo quanto si apprende da fonti di Forza Italia, il leader della Lega, Matteo Salvini e la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni hanno chiamato Silvio Berlusconi dopo l’assoluzione nel processo di Ruby ter.

Bernini (Fi): si chiude pagina persecuzione giudiziaria – “L`assoluzione del presidente Berlusconi nel processo Ruby Ter è il logico epilogo di una
vicenda giudiziaria che ha generato una micidiale gogna mediatica, una sentenza anticipata di colpevolezza smentita prima dai fatti e poi dai giudici di Siena, perché, semplicemente, il fatto non sussiste”, afferma in una nota la presidente Anna Maria Bernini.

“Si chiude così un`altra pagina della persecuzione giudiziaria contro il leader del centrodestra, costruita su teoremi tanto infamanti quanto velleitari. Al presidente Berlusconi il mio più caloroso abbraccio e quello di tutti i senatori di Forza Italia. Da oggi siamo tutti più forti”, conclude.

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Caso Regeni, salta processo a 007 egiziani: per la corte d’Assise gli atti devono tornare al Gup

venerdì, Ottobre 15th, 2021

Gli atti del processo agli 007 egiziani accusati di avere sequestrato e ucciso Giulio Regeni devono tornare al Gup. La decisione della III corte d’Assise di Roma è legata all’assenza in aula degli imputati, nodo affrontato nella prima udienza. Il Gup dovrà usare tutti gli strumenti, compresa una nuova rogatoria con l’Egitto, per rendere effettiva e non solo presunta la conoscenza agli imputati del procedimento a loro carico.

I giudici, dopo una camera di consiglio durata oltre cinque ore, hanno annullato l’atto con cui il Gup ha disposto il rinvio a giudizio degli imputati nel maggio scorso. Si riparte quindi dall’udienza preliminare.

Il nodo sulla presenza del generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif si annunciava complesso. A parere della corte d’Assise di Roma “il decreto che disponeva il giudizio era stato notificato agli imputati comunque non presenti all’udienza preliminare mediante consegna di copia dell’atto ai difensori di ufficio nominati, sul presupposto che si fossero sottratti volontariamente alla conoscenza di atti del procedimento”.

Legale della famiglia: “Battuta di arresto, ma non ci arrendiamo” – “Riteniamo importante che il governo italiano abbia deciso di costituirsi parte civile. Prendiamo atto con amarezza della decisione della Corte che premia la prepotenza egiziana. È una battuta di arresto, ma non ci arrendiamo. Pretendiamo dalla nostra giustizia che chi ha torturato e ucciso Giulio non resti impunito. Chiedo a tutti voi di rendere noti i nomi dei 4 imputati e ribaditelo, così che non possano dire che non sapevano”. Così l’avvocato Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni, lasciando l’aula bunker di Rebibbia al termine dell’udienza. Presenti accanto alla Ballerini anche Paola Deffendi e Claudio Regeni, genitori di Giulio e Irene, la sorella.

Fonti procura: “Sorpresa e amarezza per decisione” – La decisione dei giudici è stata accolta a piazzale Clodio con “sorpresa e amarezza”. Fonti della procura affermano che “il tentativo di impedire che il processo si celebrasse non collaborando è andato a buon fine malgrado un lavoro intenso di oltre cinque anni che ha permesso l’identificazione dei presunti autori dei fatti”. Le fonti giudiziarie “si augurano che riprendano con rinnovata determinazione le azioni, a tutti i livelli, per ottenere l’elezione di domicilio degli imputati così che il Gup cui la corte d’Assise ha rimesso gli atti possa riavviare il processo al più presto”.

Giudici: “Imputati non raggiunti da alcun atto ufficiale” – Gli 007 egiziani “non sono stati raggiunti da alcun atto ufficiale”. E’ un passaggio dell’ordinanza dei giudici della III corte d’Assise che ha annullato il rinvio a giudizio disposto dal Gup a maggio. “Le richieste inoltrate tramite rogatoria all’autorità giudiziaria egiziana contenenti l’invito a fornire indicazioni sulle compiute generalità anagrafiche e sugli attuali ‘residenza o domicilio’ utili per acquisire formale elezione di domicilio non hanno avuto alcun esito”, scrivono i giudici. “L’acclarata inerzia dello Stato egiziano a fronte di tali richieste del ministero della Giustizia italiano, certamente pervenute presso l’omologa autorità egiziana, seguite da reiterati solleciti per via giudiziaria e diplomatica nonché da appelli di risonanza internazionale, effettuato dalle massime autorità dello Stato italiano, ha determinato l’impossibilità di notificare agli imputati, presso un indirizzo determinato, tutti gli atti del procedimento a partire dall’avviso di conclusione delle indagini. Gli imputati, dunque, non sono stati raggiunti da alcun atto ufficiale”, aggiungono i giudici.

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Illeciti nella gestione dei migranti, Mimmo Lucano condannato: “Nemmeno a un mafioso”

venerdì, Ottobre 1st, 2021
Riace, condannato l'ex sindaco Mimmo Lucano

“Nemmeno a un mafioso”. Così Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, commenta la condanna di 13 anni e due mesi di reclusione nel processo “Xenia”, svoltosi al tribunale di Locri, sui presunti illeciti nella gestione dei migranti. “Oggi sono morto dentro. Non c’è più giustizia” ha aggiunto. “Questa è una vicenda inaudita. Sarò macchiato per sempre per colpe che non ho commesso. Mi aspettavo un’assoluzione”.  

Una sentenza pesantissima – L’ex sindaco di Riace ha poi ringraziato i suoi legali per il lavoro svolto. “Io, tra l’altro, non avrei avuto modo di pagare altri legali, non avendo disponibilità economica” ha spiegato. Lucano, tra l’altro,  secondo la sentenza di primo grado, dovrà anche restituire 500mila euro riguardo i finanziamenti ricevuti dall’Unione europea e dal governo. “Ho speso la mia vita per rincorrere ideali, contro le mafie, dalla parte degli ultimi, dei rifugiati, ho immaginato di poter contribuire al riscatto della mia terra. È stata una esperienza indimenticabile e fantastica, ma oggi è finito tutto” ha sottolienato. “È una sentenza pesantissima, non so se per i delitti di mafia arrivano sentenze simili“.

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