Criminalità, quei 6 miliardi di euro che l’Italia regala ai condannati

Il meccanismo di riscossione

La macchina della riscossione si attiva alla fine del percorso giudiziario: da quando viene commesso il fatto alla condanna definitiva passano mediamente 7/8 anni. La pena è stabilita dalla legge ed è uguale per tutti: se il reato prevede 50.000 euro di multa, 50.000 restano, indipendentemente dal fatto che il condannato abbia un reddito o sia un indigente. La procedura è lunga, e ogni passaggio ha lo stesso costo, sia per incassare una multa da 30 euro che da 30.000. Per cercare di migliorare un sistema che arranca da sempre, dal 2010 la quantificazione, l’iscrizione a ruolo e la riscossione dei crediti di giustizia a favore dell’Erario è passata dalle cancellerie dei tribunali nelle mani di Equitalia Giustizia (società al 100% pubblica). A sua volta Equitalia Giustizia invia le cartelle all’Agenzia delle Entrate, che deve procedere alla riscossione con l’invio delle raccomandate. A quel punto, il destinatario della cartella, che magari a suo tempo i soldi per pagare li aveva, se li è spesi, o si è liberato dei suoi beni, mentre chi era nullatenente, tale è rimasto.

Il 97% non paga

Per fare le verifiche sul patrimonio e il reddito reale serve l’intervento della Guardia di Finanza con indagini approfondite e dispendiose. Alla fine il 97% non paga, e per recuperare quel 3%, si è speso il doppio. Il caso italiano è così grave da essere entrato nei manuali di diritto. I giuristi della Statale di Milano Emilio Dolcini e Giorgio Marinucci hanno più volte sottolineato: «Le pene pecuniarie non vengono né eseguite, né convertite. Le statistiche evidenziano un grave stato di ineffettività della pena». Eppure sarebbe da promuovere come alternativa alla detenzione per una serie di reati di media entità, visto che il 70% di chi sconta la pena in carcere torna a delinquere, oltre al sovraffollamento delle strutture (10 mila detenuti in più). Missione impossibile, perché di fatto la pena pecuniaria si trasforma in impunità.

Il modello tedesco

Su questo tema, il Paese che viene preso a modello dal resto d’Europa, è la Germania, dove la pena pecuniaria supera l’80% del totale delle condanne e il tasso di riscossione si aggira intorno al 90% dei casi. Il tagessatzsystem tedesco ruota intorno a due pilastri: il giudice stabilisce, a seconda del tipo di reato, i giorni di pena da infliggere (si chiamano tassi giornalieri), e in quanti giorni il condannato deve pagare, da un minimo di 90 ad un massimo di 360 giorni. Poi, in proporzione alla capacità reddituale, viene fissata la rata da versare. In sostanza ti chiedo di pagare in base alle tue possibilità, dopodiché se non saldi il conto, rischi il carcere o in alternativa il lavoro di pubblica utilità (non retribuito). Si chiama principio di realtà. In Italia sarebbe inapplicabile sia per profili di incostituzionalità, che per l’inefficienza generale del sistema giudiziario.

Le nuove norme: di male in peggio

E quindi come si argina il problema? La legge dice che in caso di mancata riscossione, e dopo aver tentato in tutti i modi di riscuotere la somma (anche attraverso pignoramenti), su richiesta del pm, il magistrato di sorveglianza può convertire la somma in libertà controllata, ovvero «l’insolvente» deve presentarsi una volta al giorno a firmare dai carabinieri, viene sospesa la patente di guida e poco altro. Il criterio: un giorno di libertà controllata ogni 250 euro da versare (per un massimo di 18 mesi). Con la legge di Bilancio 2018 il Governo prende atto che Equitalia Giustizia riscuote ben poco, e cambia le regole. Obbliga chi non paga il dovuto a svolgere lavori socialmente utili? Sarebbe di grande aiuto alla collettività per esempio ripulire gli argini dei fiumi. Nulla di tutto questo, il nuovo articolo del Testo unico in materia di spese di giustizia all’articolo 238 bis dice: «L’ufficio investe, altresì, il pubblico ministero se, decorsi ventiquattro mesi dalla presa in carico del ruolo da parte dell’agente della riscossione, non risulti esperita alcuna attività esecutiva». In sostanza, l’agente di riscossione può anche astenersi dallo svolgere qualunque attività di recupero del credito, e dopo due anni la pratica arriva automaticamente al magistrato di sorveglianza, al quale non resta altro da fare che trasformare il debito con lo Stato in libertà controllata. Vuol dire che se la pena è di 2.500 euro, basta che ti presenti per 10 giorni dai carabinieri a firmare e la cosa finisce lì. Risultato: nei primi dieci mesi del 2019 le somme riscosse sono precipitate dal 3% (dato medio degli ultimi 6 anni) allo 0,3%.

Falliti i tentativi di invertire la rotta

Ogni tentativo di modificare il sistema è caduto nel vuoto, a partire dalla proposta di appaltare tutto ad una banca specializzata nel recupero crediti, la quale può, in quanto soggetto privato, selezionare il credito recuperabile da quello irrecuperabile. Un’ipotesi sollevata nel 2013 dal ministero della Giustizia allora guidato da Paola Severino, che aveva costruito la possibilità di affidare a gara pubblica i crediti partendo dalle sentenze passate in giudicato, saltando così tutte le trafile successive. I vantaggi: annullare le spese di recupero a monte e monetizzare subito denaro da reinvestire nel sistema giudiziario (per miglioramenti tecnologici e strutturali, nonché per programmare nuove assunzioni di magistrati e personale amministrativo). Sarebbe stato anche un valido deterrente per tutti quei condannati che trovano la strada per sottrarsi ai propri obblighi grazie all’inefficienza del sistema. C’erano i margini per una verifica sul campo, con un progetto sperimentale che prevedeva una convenzione tra il Tribunale di Milano e Unicredit Credit Management Bank che offriva il 25/30%. Certo per fare questo ci voleva un riforma legislativa, ma il progetto si incagliò nei dipartimenti del Ministero dell’Economia. Le ragioni non sono difficili da intuire: meglio non privarsi di 6 miliardi da mettere in bilancio fra le partite attive, pur sapendo che quei soldi non li incasserai mai. Se lo facesse una società privata finirebbe a processo per falso in bilancio.

CORRIERE.IT

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