Atenei, la rivolta dei docenti a contratto: “Facciamo didattica pagati 3 euro l’ora”

fabrizio assandri
torino

«Insegno in ateneo da 13 anni e sono pagata 3,02 euro all’ora». Maria Grazia Turri tiene un corso di Linguaggi della comunicazione aziendale all’Università di Torino e, su Facebook, ha pubblicato il suo contratto, raccogliendo decine di commenti solidali e indignati da parte dei suoi studenti. Non è un caso isolato. La sua è la condizione dei «docenti a contratto», una figura non di ruolo all’interno delle università. È pensata per le collaborazioni occasionali: a insegnare a contratto dovrebbero essere professionisti, che hanno un altro lavoro, e che portano le loro competenze nel mondo universitario. In alcuni casi anche a titolo gratuito, come per direttori di musei o imprenditori. In realtà spesso questa figura contrattuale sarebbe solo un modo per mascherare la precarietà. Almeno, è quanto denuncia il coordinamento precari della Flc-Cgil, insieme con la rete precari dell’Università di Bologna, che ha organizzato un incontro sul tema e fatto un’analisi dei curricula dei professori a contratto dell’ateneo emiliano.

 I numeri

Su 544 casi, 166 sono dottori di ricerca, senza altre attività lavorative che non siano le docenze a contratto. Un centinaio insegna nello stesso ateneo da oltre 10 anni. Insomma, precari per i quali questo tipo di collaborazione sottopagata è l’unica opportunità per bazzicare nei corridoi dell’ateneo. Più spesso si alterna ad altri contratti precari. «Questo identikit dimostra che in realtà quello che si fa è esternalizzare la didattica», sostiene Barbara Grüning, del coordinamento precari e docente a contratto. Lo dimostrerebbe, secondo la Cgil, anche «la crescita esponenziale: i docenti a contratto erano 16.274 nel 1998, sono saliti a 26.162 nel 2015».

Lo stesso ministero ne è consapevole: il rapporto biennale sul sistema universitario del 2016, redatto dall’Anvur per il Miur, mette nero su bianco: «I contratti di insegnamento dovrebbero rappresentare una risorsa speciale e aggiuntiva del sistema. Tuttavia il personale di ruolo delle università spesso non è sufficiente a coprire l’offerta formativa; questo ha portato al ricorso, cospicuo, a personale con contratti di diritto privato», si legge. L’Anvur dice anche i docenti a contratto sono il 25,5% del totale (va detto che la loro presenza è molto più forte nelle università non statali).

 

I compensi

È vero, ogni ora di lezione frontale in aula viene pagata da un minimo di 25 a un massimo di 100 euro, a discrezione del dipartimento, ma nulla è previsto per gli esami, il ricevimento studenti, le tesi che pure si è tenuti a seguire. «Per questo ogni ora effettiva ci viene pagata in media meno di dieci euro, ma anche molto, molto meno», protesta Grüning.

 

«Ci sono differenze tra i professori di ruolo e i docenti a contratto. I primi entrano per concorso e fanno ricerca e didattica basata su di essa i secondi mettono a disposizione degli studenti la loro esperienza professionale e ciò è un valore aggiunto» spiega Elisabetta Barberis, prorettrice dell’Università di Torino, dove quest’anno le ore «a contratto» sono state 52495 (1557 contratti, per 1014 teste). «È prevista una forbice ampia nei compensi che permette di ricompensare in modo differenziato la didattica per i corsi di laurea, master o scuole di specialità, e anche in dipendenza del numero di studenti da seguire. Il compenso e la quantità di lavoro richiesti sono noti in anticipo a chi fa domanda. I singoli atenei non possono intervenire sulla forbice, è prevista dalla legge». La docente Turri, quella che ha fatto la denuncia sui social, obietta che Management, il dipartimento di Torino in cui lei insegna, «si regge sui docenti a contratto». E dal coordinamento precari protestano chiedendo di essere equiparati alle altre figure accademiche, almeno nei compensi. «Per trenta ore di didattica frontale – dice Grüning – ai ricercatori vengono riconosciute 200 ore di didattica, a noi solo quelle effettivamente di lezione». E in programma hanno iniziative di protesta, a partire da un questionario sulle loro condizioni, per iniziare a compattarsi.

LA STAMPA

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