Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Ai democratici non conviene un Conte forte

sabato, Gennaio 16th, 2021

di BRUNO VESPA

“La pietra scartata dai costruttori è diventata la pietra d’angolo. Questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi’. Così il Vangelo di Marco. Al Signore, oggi, il cattolico Giuseppe Conte chiede un miracolo più audace: far diventare i ‘costruttori’ stessi pietre d’angolo di una nuova maggioranza. Ogni stagione ha i suoi mercati: si chiamino ‘responsabili’ o ‘costruttori’, si tratta sempre di parlamentari che non vogliono lo scioglimento delle Camere temendo di non rientrarci. Ieri sera, nella sua casa di Firenze, Matteo Renzi era convinto che Conte non avesse ancora recuperato la maggioranza al Senato. Cesa (Udc) parla con tutti, a destra e a sinistra.

Mastella, campione indiscusso del ramo, al grido di “siamo responsabili, ma non fessi” non vuole che i ‘costruttori’ vengano portati alla tavola di Conte come ‘i polli di Renzi’. Perché anche Salvini si muove… Due democristiani d’annata come Franceschini e Guerini sono i soli a non aver partecipato al massacro del senatore fiorentino. E questo ha incoraggiato Renzi a garantire l’astensione nei voti di fiducia. Ma se il governo non raggiungesse la maggioranza assoluta, i renziani ricordano il precedente di Berlusconi: l’8 novembre 2011, sul rendiconto generale dello Stato, il governo ebbe 308 voti (e non 316) e fu mandato a casa da Napolitano.

Ma questi son calcoli che possono cambiare di ora in ora. Il vero paradosso è che – oltre ai grillini – è Zingaretti il più interessato a non andare a elezioni anticipate.

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I dubbi sul Piano/ Il governo e il miraggio dell’immunità di gregge

sabato, Gennaio 16th, 2021
Luca Ricolfi

LUCA RICOLFI

Mentre i politici sono impegnati con i giochi di palazzo, le preoccupazioni degli italiani vanno da tutt’altra parte, e girano intorno a due semplici domande: quando ci ridaranno la libertà? Sarà grazie alla vaccinazione di massa che torneremo a vivere (quasi) normalmente? 
E allora proviamo a rispondere, partendo dalle dichiarazioni delle autorità sanitarie, in ordine di tempo.
5 dicembre: «Il nostro obiettivo è l’immunità di gregge grazie al vaccino» (ministro Speranza). 
17 dicembre: «Immunità di gregge a settembre-ottobre prossimi» (Sandra Zampa, sottosegretario al ministero della Salute).
28 dicembre: «Oggi il ministro Speranza ha precisato che entro marzo raggiungeremo la quota di 13 milioni di italiani vaccinati contro il Covid-19, e quindi in estate potremo già essere molto avanti nel perseguimento dell’obiettivo immunità di gregge data dal 70%» (Sandra Zampa).
9 gennaio 2021: «Per arrivare all’immunità di gregge dobbiamo vaccinare l’80% di 60 milioni di italiani» (Sandra Zampa). 

Dunque il percorso è chiaro. Fra dicembre 2020 e gennaio 2021, molto opportunamente, le autorità sanitarie hanno spostato l’asticella dell’immunità di gregge dal 70 all’80%, presumibilmente per tenere conto della maggiore trasmissibilità di alcune varianti del virus. 

E, anche qui assai saggiamente, hanno indicato ottobre come data limite, per [/FORZA-RIENTR]evitare di trovarci di nuovo impreparati all’inizio della stagione fredda.

Se questa è la tabella di marcia, si tratta di vaccinare 13 milioni di italiani entro il 31 marzo, e 48 milioni di italiani entro il 31 ottobre. Tenuto conto del fatto che, per ora, i vaccini richiedono 2 dosi, l’obiettivo si raggiunge con circa 2 milioni di vaccinazioni alla settimana. Attualmente ne facciamo poco più di mezzo milione, quindi per raggiungere l’obiettivo dobbiamo circa quadruplicare il ritmo. Se il ritmo rimanesse quello degli ultimi 7 giorni, per il 31 ottobre i vaccinati totali (con 2 dosi ciascuno) sarebbero più o meno il 20%, ossia un italiano su 5. E l’obiettivo dell’80% di vaccinati non si raggiungerebbe mai, nemmeno in seguito (a meno si scoprisse che una sola vaccinazione basta, e che non occorre rivaccinare tutti ogni anno).

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Chi Rutte e chi no

sabato, Gennaio 16th, 2021
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di   Massimo Gramellini

Il frugale Rutte, l’olandese con la flessibilità di un rasoio che ci avrebbe visto volentieri in ginocchio sui ceci e senza un euro, si è dimesso prima di Conte, a due mesi da elezioni che a questo punto rischia persino di perdere. All’inizio confesso di avere provato un brivido sottile ma intenso di piacere. Oltretutto la storia che ha indotto Rutte alla resa sembra perfettamente coerente con il suo autoritratto di Torquemada della contabilità: anni fa il Fisco olandese aveva contestato a ventimila famiglie povere di avere percepito il bonus-figli senza averne i requisiti, costringendole a indebitarsi per restituirlo. Poiché adesso si è appurato che avevano ragione loro, l’amministrazione ha risarcito il maltolto con gli interessi e Rutte si è caricato l’errore sulle sue spalle da Terminator, affermando che «lo Stato di diritto deve proteggere i cittadini dall’onnipotenza dei governi». È stato allora che ho pensato a come sarebbe finita da noi una faccenda del genere. E ho subito smesso di godere.

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Giuseppe e Matteo la strana sfida che esalta entrambi

venerdì, Gennaio 15th, 2021

GIOVANNI DIAMANTI

Siamo arrivati alla fase decisiva di una sfida scacchistica estenuante tra Matteo Renzi e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Un confronto che contiene un paradosso: il leader più apprezzato del panorama politico italiano secondo i sondaggi, Conte, rischia di cadere per una mossa del leader con il più basso livello di gradimento, Renzi.
Secondo l’istituto di rilevazione Ipsos, ad esempio, l’operato del premier è promosso dal 57% degli italiani, quello del leader di Italia Viva dall’11%. Non solo, un sondaggio dello stesso istituto pubblicato ieri sul Corriere della Sera mostra come anche in un testa a testa tra i due i risultati siano simili: 55% a 10% per Giuseppe Conte, con una larga percentuale degli intervistati che si sottrae alla scelta.


La forza di Conte, oggi, è anche la sua debolezza: una trasversalità che lo porta ad essere apprezzato da una fascia ampia di elettorato, ma che ne limita le possibilità di fidelizzare una base solida. Questo pone diversi interrogativi sulla sua forza elettorale: quale può essere la base socio-culturale di un partito di Conte? Quali gli elementi che possono mobilitare un segmento elettorale rilevante su di lui in caso di voto? Il consenso non si trasforma facilmente in voti – e Mario Monti ce l’ha dimostrato non troppi anni fa.


Tuttavia, la contrapposizione con un leader così osteggiato dall’opinione pubblica può avere effetti benefici per il premier: passando dalla trasversalità alla polarizzazione con un avversario impopolare può più facilmente costruirsi una “nuova base”, primo passo per la discesa nel campo elettorale. Viceversa, anche Renzi vede diversi sviluppi possibili da questa crisi. In primis, le sue mosse rispondono al suo classico schema strategico, tutto incentrato sulla propria innata capacità di occupare il centro della scena. Non ci possono essere altri protagonisti oltre a lui – e l’abbiamo visto anche nella conferenza stampa, in cui ha completamente oscurato le ministre dimissionarie -, un concetto che stride con la leadership di un partito del 3%, ma che Renzi è riuscito ad affermare ritagliandosi comunque un ruolo da ago della bilancia, alla guida di un partito piccolo ma fondamentale per il raggiungimento della maggioranza in parlamento.

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Una splendida partita di rubamazzetto

venerdì, Gennaio 15th, 2021

Le forze in campo sono disposte così: Matteo Renzi, che il 4 marzo 2018, giorno delle ultime elezioni politiche, era il segretario del Pd, e a causa del tracollo fu sostituito dal reggente Maurizio Martina (nel frattempo passato alla vicedirezione generale della Fao, evviva e auguri), a sua volta sostituto in piena funzione da Nicola Zingaretti, Matteo Renzi, dicevamo, è stato prima all’opposizione di Giuseppe Conte, poi ha fatto nascere il Conte bis, ma contemporaneamente ha lasciato il Pd per fondare Italia Viva e adesso prova a far cadere il Conte bis.

Nicola Zingaretti, inizialmente contrario al Conte bis, nel quale fu trascinato per la collottola da Renzi, ora non vuol far cadere il Conte bis, ma è probabile che si farà trascinare da Renzi per la collottola dentro una prossima eccitante avventura, magari con un nuovo premier, magari del Pd, senza nemmeno sporcarsi le mani.

Beppe Grillo, fondatore di un movimento col rifiuto di qualsiasi alleanza nella sua ragione sociale, nella natura stessa della sua esistenza, si è alleato con la Lega di Matteo Salvini, per poi mollarla e saltare con un oplà nelle braccia del Pd, il partito della mafia e di Bibbiano, a seconda delle requisitorie del giorno, e anzi con un oplà dentro le braccia dell’ultimo preclaro rigurgito della partitocrazia corrotta, secondo le geremiadi dell’onestà, ovvero Renzi, e adesso, dicevamo Beppe Grillo, condivide su Facebook l’appello all’orgia globale e istituzionale, tutti i partiti dentro a tenere Conte sul trono, chi ci sta ci sta, ’ndo cojo cojo, in nome di una purezza evoluta fino alle struggenti crode del più scatenato meretricio.

E intanto Giuseppe Conte, uomo buono per tutte le alcove, ancheggia davanti a ogni Scilipoti, assistito nella caccia dai suoi ministri a cinque stelle dalla rettitudine flessibile a prezzi scontati e trattabili. Come Isabella di Castiglia si concede a chi lo piglia: responsabili, senzatetto parlamentari, truppe mastellate.

Che spettacolo grandioso. Quanto era più tragica, cioè più dignitosa, per dire, una maxitangente Enimont? Pensavamo che il moralizzatore viene epurato dal più puro, ma qui siamo a moralizzatori che si sono liberati della loro bigotteria, sguazzano orgogliosi nel vizio come nemmeno il più libertino dei preti spretati, pensano che noialtri ci si beva tutto, invece assistiamo rapiti dalla magnificenza del disastro.

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O Conte o morte

venerdì, Gennaio 15th, 2021

In sintesi: siccome le parole hanno un peso e se dici che uno, coi suoi metodi e il suo stile di governo ha creato un “vulnus democratico”, anche se poi non ne ha chiesto le dimissioni, dicendosi disponibile a un tavolo, non si può fare finta di niente, come se fosse un normale rilancio in un normale negoziato. E dunque, detta in modo un po’ garibaldino, la linea è “o Conte o morte”. Anzi, sempre detta in modo un po’ garibaldino, “Conte e morte a Renzi”. Il cuore della posizione del Pd, che coincide col cuore della posizione dei Cinque Stelle, di tutti, anche di quelli che, in fondo, l’iniziativa di Renzi l’avevano assecondata per smuovere l’immobilismo del governo, è in un aggettivo rivolto al leader di Italia viva (“inaffidabile” anche per governi futuri) e in un sostantivo (“parlamentarizzazione” della crisi). Che prevede, a questo punto, una conta in Aula, non più rinviabile, come nelle precedenti intenzioni perché, per come si messa, non è sostenibile discutere di provvedimenti senza sapere se c’è ancora un governo. Roba da rendere legittimo un putiferio delle opposizioni.

E se è comprensibile leggere nella relazione di Zingaretti la delusione, l’amarezza, per una mediazione faticosamente tentata e franata – convincere Conte ad andare al Colle per poi “aprire” a Renzi – e al tempo stesso quel sentimento scattato nella base del Pd (fatevi un giro sui social) contro il “novello Bertinotti”, la vera novità, non di poco conto è nell’elogio dei “responsabili”. Brutalmente il ragionamento suona così: dopo quello che è accaduto, discutere di ogni formula politica con Renzi, sia esso un Conte ter sia essa un’altra soluzione, significherebbe consegnargli lo scalpo che cerca, e allora basta, ora e sempre: ci si conta, in Aula, o la va o la spacca, provando ad andare avanti con chi ci sta.

La vera novità, tuttavia, è, appunto l’elogio dell’operazione, affidata alle parole di Franceschini: “Non c’è niente di male, alla luce del sole”. Spieghiamo bene: la linea del principale partito della sinistra italiana che più volte nella sua storia ha mostrato una certa severità verso transfughi, voltagabbana, Razzi e Scilipoti vari, chiede un atto trasformistico, sia pur alla luce del sole. E lo chiede anche il Movimento che aveva come programma il “vincolo di mandato”, per mettere fine allo “scandalo” di eletti con una casacca a convertitisi sulla via di Damasco per la cadrega. Confidando che arriverà qualcuno dal centrodestra, qualcuno dal partito di Renzi, qualcuno dal misto magari attratto dai posti di governo nelle mani del premier, dopo le dimissioni dei renziani.

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Governo e maggioranza: la strada smarrita

venerdì, Gennaio 15th, 2021

di Roberto Gressi

Il virus è ancora vivo, per quanto contrastato dai primi vagiti del vaccino, e la possibilità della ripresa, sulle ali del Recovery fund, è ancora colpevolmente immersa nella nebbia. È in questo quadro che si apre la crisi di governo, con tutti che si affidano alla saggezza del presidente della Repubblica dopo aver fatto solo finta di ascoltarne gli avvertimenti. La apre Matteo Renzi, forte di poco più del due per cento nel Paese ma poggiando la sua spregiudicatezza su ragioni di crisi più profonde, su un governo ormai quasi immobile, bloccato dai veti e convinto che si potesse andare avanti con la sola suspense dei Dpcm. Renzi si tiene le mani libere: vorrebbe cambiare il premier ma non chiude a un Conte ter e esclude solo le elezioni con la più disarmante delle motivazioni: vincerebbe il centrodestra. Anche Giuseppe Conte si tiene le mani libere: soprattutto percorre la strada perlomeno non più sotterranea dei «responsabili» per sostituire Italia viva al Senato, pur conoscendo le perplessità di Sergio Mattarella su maggioranze raccogliticce. Arma comunque a doppio taglio: pure il centrodestra potrebbe cercare dei responsabili per ribaltare gli equilibri.

Il Pd di Nicola Zingaretti è il partito più esasperato da questa situazione. Ha chiesto un patto di legislatura fin dagli esordi e lo ha rilanciato a novembre, trovando proprio in Conte solo un sì di pura facciata. Zingaretti è l’unico leader della maggioranza a considerare il voto come uno strumento per fare chiarezza, al di là dei tatticismi di cui anche i suoi parlamentari sono pieni, ma ora che la crisi c’è manca una proposta che non può fermarsi alla sola ricerca di nuovi voti al Senato da parte del partito più strutturato dell’alleanza. Il Movimento Cinque Stelle ha cercato di annegare le sue difficoltà in una interminabile fase congressuale e ora si arrocca su Conte, dopo aver frenato Beppe Grillo che evocava a sorpresa un governo di tutti.

La richiesta del voto anticipato è una coperta che copre a malapena le divisioni del centrodestra. Matteo Salvini non è mai riuscito finora a trasformare i suoi voti in una leadership riconosciuta. Giorgia Meloni lo tallona e Silvio Berlusconi, che in queste ore combatte con le bizze della sua salute, vede una tenuta e anche una crescita di Forza Italia garantita dal rifiuto del populismo e dal non aver seguito Trump nelle sue derive più estremiste.

In questo clima di crisi spaventa il caos ma ancora di più preoccupano soluzioni raffazzonate, dove a gestire l’occasione unica di ripresa che ha l’Italia sia una maggioranza pasticciata e messa insieme solo per la paura delle elezioni, magari simile all’attuale, corrosa da odi personali sedimentati. O più probabilmente, come appare in queste ore, con Renzi sostituito dalla truppa dei responsabili, tornati all’improvviso presentabili dopo essere passati per la lavatrice dello stato di necessità. Nascerebbe così una maggioranza che rischierebbe di dividersi di nuovo a luglio, quando il semestre bianco impedirà il voto e sarà più facile sfidarsi nel gioco degli agguati e dei ricatti, peraltro avvicinandosi alla scelta del nuovo presidente della Repubblica in una situazione dove a regnare sarebbero le fazioni e i franchi tiratori e in vista di una nuova legislatura segnata dal taglio dei parlamentari confermato dal referendum.

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Crisi di governo: uno scontro fra due caratteri. E che caratteri

giovedì, Gennaio 14th, 2021

di MICHELE BRAMBILLA

Qualcuno dice che la crisi, appena cominciata, è già finita. Conte ha lasciato intendere che con Renzi potrebbe ritrovare un accordo, e Renzi ha ricambiato sostenendo di non avere pregiudiziali personali contro il premier. Come finirà non lo sappiamo e al momento non lo possiamo sapere, perché i politici parlano come i medici scrivono le ricette, cioè non lasciano capire nulla, affinché ad intendere siano solo gli iniziati: i farmacisti nel caso dei medici, i frequentatori di corridoi nel caso dei politici. Più chiaro è invece come ci si sia arrivati, a questo punto. Comunque la si voglia rigirare, è soprattutto un duello fra due persone, quindi fra due caratteri. E che caratteri.

Renzi dice che le motivazioni dello strappo sono esclusivamente politiche. Dice che il Paese è bloccato e che il governo, invece di vivere, vivacchia. Su questo non ha torto, anzi ha ragione. Tuttavia, checché ne dicano i suoi protagonisti, anche la politica – come tutte le cose – è questione di personalità.

E di pance. Quella di Renzi non si dà pace dal momento stesso in cui è nato questo governo. È vero che, di questa maggioranza, lo stesso Renzi è la levatrice. Ma, se vi ricordate, già pochi giorni dopo fece venire un mezzo colpo al premier (e pure a Zingaretti, e pure forse al Capo dello Stato) uscendo dal Pd e fondando Italia Viva. Con un gruppo tutto suo, poteva avere libertà di manovra: e ha manovrato.

Poi c’è la pancia di Conte. Come tutte le pance, obbedisce alla vecchia regola secondo la quale l’appettito vien mangiando. All’inizio, lo sconosciuto avvocato sbucato dal nulla si accontentava anche, come si accontenta chi stacca il biglietto vincente della lotteria. Era diventato premier per miracolo, e un miracolato si considerava. Poi però è arrivato il momento in cui ha cominciato a prenderci gusto.

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Una spirale pericolosa

giovedì, Gennaio 14th, 2021

di Massimo Franco

L’illusione di una tregua in extremis è durata poche ore. Matteo Renzi l’ha dissolta annunciando le dimissioni della sua delegazione dal governo. Esito non scontato, ma temuto. Di più, sconcertante per l’alone di irresponsabilità che lo sovrasta. Aprire una crisi mentre l’Italia è immersa in una pandemia drammatica viene percepito come un gesto distruttivo, accolto con stupore rabbioso. E pazienza se a questo epilogo si arriva in modo confuso, e se a favorirlo sono stati anche errori marchiani del premier Giuseppe Conte e della sua cerchia di collaboratori. Lo strappo renziano accentua la sensazione di un piccolo partito di guastatori, incuranti di imboccare un sentiero buio e al momento cieco. Anche perché, nella gragnuola di accuse a Palazzo Chigi, al Pd e ai Cinque Stelle, suoi alleati fino a ieri, Renzi non ha chiarito quali saranno i suoi passi successivi. L’impressione è che «dovesse» rompere dopo essersi spinto troppo avanti negli attacchi.

Per il resto, sostenendo che si muoverà «senza pregiudiziali», lascia aperte tutte le strade: perfino quella, almeno in via di principio, di un terzo governo Conte. Affida al premier il compito teorico di indicarla, accettando le critiche e facendone tesoro. Ma le dinamiche che si sono aperte tendono a ridurre gli spazi per una mediazione in grado di proiettare l’attuale esecutivo sul resto della legislatura.

È vero che formalmente la crisi non è ancora aperta. Occorrono la sfiducia del Parlamento oppure le dimissioni di Conte nelle mani del capo dello Stato. Al momento si indovina solo un dibattito alle Camere, per verificare se il premier abbia ancora una maggioranza dietro di sé. Ma le diffidenze si sono inspessite e incattivite. Anche perché negli ultimi giorni alle minacce renziane su un governo «al capolinea» si sono affiancate parole di sfida di Palazzo Chigi che non hanno fatto bene ai tentativi di tregua: al punto che quando ieri Conte ha addolcito i toni e tentato di blindare la coalizione e se stesso, le sue parole sono suonate vuote, e comunque fuori tempo massimo.

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I limiti del Recovery plan. Più coraggio: si deve investire in grandi opere

mercoledì, Gennaio 13th, 2021

di DAVIDE NITROSI

Un passo avanti è stato fatto, ma di fronte alla violenta crisi che ci ha colpito e alla straordinaria mole di risorse messe in campo dall’Europa che non avrà mai più eguali, il nuovo testo del Recovery plan partorito in affanno dal governo non basta. Ci vuole il coraggio di dirlo, perché stavolta la partita deve essere assolutamente vinta. Non basta un pareggio, non è giustificabile fare melina. Bisogna buttarsi tutti all’attacco, osare tutto e non sbagliare. E invece nel nuovo testo inviato l’altro ieri sera ai ministri, Palazzo Chigi e il Tesoro sembrano continuare a tenere il freno a mano tirato, muovendosi come se si trattasse semplicemente di scrivere una manovra un po’ più ambiziosa del solito.

E invece questa non è una manovra. Dovrebbe essere molto di più. Invece resta eccessivo il peso di risorse destinate a sostituire fondi già allocati in precedenza su progetti previsti: un terzo dell’intera cifra. Il governo vuole usare il Recovery (prestiti ultra agevolati e sovvenzioni) per abbattere la quota interessi dei debiti già decisi. Ma così il piano incide poco sulla crescita. Invece in una situazione di emergenza senza precedenti, occorre sfruttare al massimo le cartucce non per sopravvivere in trincea, ma per conquistare terreno. Il Paese cresce solo se il Pil fa un sostanzioso balzo in avanti, non se si punta a restare a galla. Meglio osare investimenti nuovi e strategici, piuttosto che asserragliarsi in difesa pensando solo a risparmiare.

Altro aspetto che continua a non convincere è il fatto che il piano non delinea con nettezza una visione di Paese. Che cosa vogliamo consegnare ai nostri figli, vittime di una pandemia che è una cambiale sul loro futuro? Più coraggio, allora. Inutile spacchettare le risorse in troppi rivoli, solo per esigenze politiche. Bisogna uscire dalla logica dei bonus e concentrare il bazooka europeo verso pochi progetti. Bene la digitalizzazione, ma qui serve una vera rivoluzione, non aiutini a pioggia. La scuola va completamente cambiata, non basta centellinare investimenti tra edilizia o corsi di formazione. E infine le infrastrutture.

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