Archive for the ‘Editoriali – Opinioni’ Category

Molto di nuovo

domenica, Aprile 11th, 2021

MASSIMO GIANNINI

Mario Draghi che dà del “dittatore” a Erdogan. È la classica buccia di banana sulla quale scivola un leader arrivato al potere con le apparenti credenziali di un “impolitico”, o è invece la ruvida frustata di un primo ministro che insegue un più raffinato disegno diplomatico? Le sacre fonti di Palazzo Chigi invitano a non caricare di significati eccessivi l’accusa che il presidente italiano ha rivolto al suo omologo turco: era indignato per il trattamento scandalosamente sessista riservato alla presidente della Commissione europea in visita ufficiale ad Ankara, e questo è tutto. Può darsi che sia così. Ma quello che è accaduto, depurato dalla possibile motivazione psicologica, sollecita comunque qualche riflessione politica. Intanto perché l’affondo del premier rappresenta in ogni caso uno strappo lessicale e istituzionale: nel galateo delle diplomazie nessun capo di Stato e di governo usa dire ciò che pensa in modo così netto e quasi brutale. E poi perché, a distanza di quattro giorni e nonostante le proteste ufficiali della Turchia, il premier non ha fatto nulla per troncare e sopire.

Dunque, cosa c’è dietro la sortita di Draghi? Suggerisco due chiavi di lettura. La prima chiave di lettura è fattuale: Erdogan è un dittatore perché viola sistematicamente i diritti del suo popolo e del popolo curdo e reprime le libertà fondamentali, di espressione e di genere. Comprensibile nella sostanza, irricevibile nella forma: come ha scritto giustamente Nathalie Tocci, Erdogan è un pessimo autocrate, maschilista e nazionalista, ma in Turchia non c’è una dittatura, il presidente è stato eletto dai cittadini, le tre maggiori città sono in mano a sindaci dell’opposizione e tra due anni si svolgeranno nuove elezioni. Draghi non può non saperlo.

Se nonostante questo ha evocato la “dittatura”, e poi non ha fatto nessuna marcia indietro, è verosimile che abbia voluto lanciare qualche messaggio. Agli amici e ai nemici. E qui siamo alla seconda chiave di lettura, che è invece geo-strategica. Con la sua intemerata, per quanto “tecnicamente” imprecisa, il premier riempie a modo suo l’inquietante vuoto di leadership dell’Unione in Europa, in Medioriente, nel mondo. Un vuoto che deriva dal declino dell’asse franco-tedesco, con una Merkel in uscita e un Macron in attesa. Che precipita nella ritirata comunitaria dai grandi teatri globali del conflitto militare-industriale, dal Corno d’Africa alla Siria all’Iraq.

Che si manifesta nel clamoroso fallimento della campagna vaccinale, con una copertura finora limitata al 14% dei cittadini europei, contro il 38% degli americani e il 58% dei britannici. Che deflagra simbolicamente proprio con il “Sofà-gate” in terra turca, con un patetico Charles Michel che invece di cedere la poltrona alla collega Von der Leyen usa a vanvera il “protocollo” per giustificare la sua figuraccia, quasi più oscena di quella di Erdogan.

Rating 3.00 out of 5

Dante per Dante

domenica, Aprile 11th, 2021
desc img

di   Massimo Gramellini

A Caprona, cinquecento anime nei pressi di Pisa, spunta un murales dove il nasone del Sommo Poeta è in primo piano per onorare le vittime della mafia con uno dei suoi versi più famosi: «E quindi uscimmo a riveder le stelle». Qualcuno del posto esce a rivedere il dipinto e ne rimane sconvolto. Quel Dante glorificato nel murales non è forse lo stesso Dante che il 16 agosto 1289, praticamente l’altro ieri, partecipò con i guelfi di Firenze all’assedio del castello di Caprona, abitato dai ghibellini di Pisa, e che ebbe pure l’ardire di citare l’episodio nella Divina Commedia, paragonando i pisani ai diavoli di Malebolge? L’affronto reclama una rappresaglia letteraria immediata. Non avendo a disposizione Petrarca e nemmeno un rapper, gli offesi la affidano a un ultrà di calcio. Lo striscione appeso nei pressi del murales recita: «Calci e Caprona, Dante non rappresenta la zona». I critici diranno se si tratta di un verso immortale. Di sicuro l’episodio rivela come gli italiani – e in primis i toscani, che sono i più italiani di tutti – coltivino una riserva insospettabile di memoria storica, destinata a venire allo scoperto ogni volta che intercetta un loro rancore.

Per completezza vi segnalo che l’amministrazione comunale, con una mossa da trapezista, ha deciso di difendere il murales pro-Dante e al tempo stesso di non rimuovere lo striscione anti-Dante. A riprova che l’Italia è fatta di guelfi e di ghibellini, ma soprattutto di democristiani.

Rating 3.00 out of 5

Un mondo più difficile per l’Italia

domenica, Aprile 11th, 2021

di Angelo Panebianco

Il mondo sta diventando un posto molto pericoloso anche per noi italiani. Si pensi a come si è surriscaldato il clima diplomatico. La settimana scorsa abbiamo espulso due diplomatici russi che ottenevano segreti Nato da un nostro ufficiale. La Russia ha minacciato ritorsioni. Ieri l’altro, il nostro Primo ministro ha definito Erdogan un dittatore. Ha poi aggiunto, con realismo, che dobbiamo collaborare anche con i dittatori quando sono in gioco gli interessi vitali del nostro Paese. Erdogan ha risposto con finta indignazione e ha convocato il nostro ambasciatore. Questi due episodi ci ricordano quanto siano ora agitate le acque internazionali.

Consideriamo proprio il caso Erdogan. Le parole di Draghi non esprimevano solo biasimo per il trattamento riservato alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. C’era, implicito, anche un riferimento alla questione libica. In Libia Draghi è stato tre giorni fa. Allo scopo di riannodare i legami (spezzati o, quanto meno, assai logorati) fra l’Italia e un Paese le cui sorti hanno uno stretto legame con il nostro interesse nazionale: si tratti di rifornimenti energetici, della presenza in Libia delle nostre imprese, di flussi migratori, di contrasto al terrorismo o di sicurezza militare. Una Libia che è oggi spartita fra russi e turchi. Gli uni e gli altri ritengono di essersi conquistati sul terreno il diritto di essere lì, avendo partecipato, su fronti opposti, alla guerra fra la Tripolitania e la Cirenaica.

L’Italia è impegnata ad appoggiare gli sforzi dell’attuale governo libico di riconquistare l’unità del Paese. Se coronati da successo danneggerebbero gli interessi sia di Erdogan che di Putin. La Libia non potrà essere davvero riunita se l’esercito turco e i mercenari russi non se ne andranno. Quello italiano è un tentativo necessario ma difficile. Puntiamo sui rapporti economici per ricostituire i nostri legami con la Libia. Ma può la capacità di offrire cooperazione economica sconfiggere le posizioni di forza di coloro (come appunto Erdogan) che hanno soldati e armi sul terreno? I precedenti storici non sono incoraggianti. In ogni caso, il governo Draghi è impegnato, in Libia, in una partita i cui esiti saranno assai importanti per l’Italia. In sintesi: di quanta sicurezza disporremmo (non solo noi, anche il resto dell’Europa), se il Mediterraneo diventasse stabilmente un mare russo/turco?

Alzare il tiro della polemica con Erdogan, serve forse a perseguire diversi obiettivi. È un messaggio implicito alla Nato(di cui la Turchia fa tuttora parte), un messaggio che dice: non possiamo più trattare Erdogan con i guanti, come se la Turchia fosse ancora l’alleato di un tempo. È un richiamo agli Stati Uniti, è la richiesta di un loro rinnovato impegno nel Mediterraneo. Potrebbe essere anche un messaggio alla Germania: lo scambio denaro contro controllo delle frontiere forse dovrebbe essere rinegoziato in modo più favorevole per l’Europa. È infine, certamente, un messaggio indirizzato agli italiani: non possiamo evitare di cooperare col dittatore di turno quando ciò serva a tutelare certi nostri vitali interessi ma dobbiamo anche essere consapevoli del fatto che ci sono grandi differenze fra noi e il suddetto dittatore, dobbiamo monitorare con attenzione le conseguenze spiacevoli che da queste differenze possono in ogni momento derivare.

Rating 3.00 out of 5

I nostri anziani trascurati, ora un investimento straordinario

sabato, Aprile 10th, 2021
desc img

di   Maurizio Ferrera

Gli anziani stanno pagando un prezzo altissimo per la pandemia. Lo dimostrano giorno dopo giorno i dati sulla mortalità e sui ricoveri in terapia intensiva. È vero che gli over 80 sono in Italia particolarmente numerosi. Ma fatta cento la popolazione anziana, i nostri tassi di mortalità sono i più alti in Europa, dopo quelli del Regno Unito: 46 decessi ogni cento casi accertati, di contro ai 34 della Germania.

Le inefficienze organizzative, il deficit di informazione, lo scarso coinvolgimento dei medici di base e, da ultimo, il ritardo nelle vaccinazioni hanno giocato un ruolo determinante. Ma a monte c’è un problema più generale: l’inadeguatezza dei servizi di assistenza, in particolare quelli a sostegno della non autosufficienza. Per ogni mille anziani sopra i 65 anni di età, i posti disponibili nelle residenze assistite sono meno di venti, in Spagna sono il doppio, in Olanda il triplo. Più o meno la stessa situazione si registra per i servizi a domicilio. Oltre che sulla salute e sulla qualità della vita degli anziani, il deficit di servizi ha ripercussioni molto negative anche sull’occupazione. Molte donne sono costrette alla inattività o al lavoro part time per motivi di cura. L’atrofia dei servizi pubblici comprime l’offerta di posti di lavoro. Lo Stato risparmia in termini di spesa pubblica, ma molte famiglie devono pagare di tasca propria badanti e altre forme di aiuto. I circoli viziosi generati da questa situazione sono un «male collettivo» che va al più presto superato.

Nel contesto delle politiche pubbliche italiane, la parola «presto» ha perso purtroppo ogni significato. La Commissione Onofri aveva raccomandato una riforma dell’assistenza agli anziani già nel 1997. Nessun governo ha mai promosso un intervento di sistema, di ampio e lungo respiro. L’Unione europea ha da tempo incluso il sostegno alla non autosufficienza fra le priorità che gli Stati membri dovrebbero affrontare. L’articolo 18 del Pilastro europeo dei diritti sociali (il nuovo «faro» della politica sociale Ue) recita: «Ogni persona ha diritto a servizi di assistenza a lungo termine di qualità e a prezzi accessibili, in particolare ai servizi di assistenza a domicilio e ai servizi locali». Parole che sembrano scritte di proposito per dare una scossa ai governi italiani.

Oggi abbiamo un’opportunità di agire che non si ripeterà. Da un lato, il pacchetto Next Generation Fund mette a nostra disposizione una quota significativa di risorse per investimenti e riforme che siano in linea con l’agenda Ue. Dall’altro lato, esiste già un progetto elaborato dal Network Non Autosufficienza, promosso da Caritas, il Forum Diseguaglianza e Diversità e quello del Terzo settore, Cittadinanzattiva e molte altre organizzazioni della società civile. Manca solo la «scintilla», il veicolo decisionale. O meglio, il veicolo c’è, basta volerlo usare: il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, che il governo sta mettendo a punto per ottenere i fondi Next Generation. Per chi non lo vedesse, il nesso fra politiche a sostegno della non autosufficienza e generazioni future sta nell’alleggerimento dei carichi familiari per le donne e nell’espansione dell’occupazione, auspicabilmente anche sui tassi di natalità. Il nesso peraltro risponde ad un altro obiettivo chiave della Ue: la parità di genere.

Il progetto messo a punto dal Network prevede un forte rafforzamento dei servizi domiciliari, la riqualificazione e l’ammodernamento delle strutture residenziali, la creazione di punti di accesso unici per la definizione di prestazioni individualizzate, un nuovo modello di relazioni fra livelli di governo, coordinato in tandem dal Ministero della Salute e da quello del Welfare, e l’istituzione di un efficiente sistema di monitoraggio. La stima dei costi per il periodo 2022-2026 è di circa 7,5 miliardi.

Rating 3.00 out of 5

Il fallimento di un’Europa senza identità

venerdì, Aprile 9th, 2021

di GABRIELE CANÈ

Chissà su che divano ci hanno fatto accomodare quando abbiamo trattato gli acquisti dei vaccini? Non di prima fila di sicuro, quello dei clienti migliori. Se fossimo euroscettici ci fregheremmo le mani: visto che figura ha fatto Bruxelles! Siccome c’è di mezzo la vita e la salute di milioni di persone, e pure il presente e il futuro di una istituzione in cui vogliamo ancora credere, non troviamo invece nulla di cui rallegrarci. Anzi. Detto questo, però, non bisogna neppure essere “eurociechi”, quindi non vedere e non denunciare una situazione partita male e che continua a non ingranare al meglio.

Se tutta l’Europa balbetta, stenta, ritarda nelle forniture e nelle somministrazioni, e quindi nelle guarigioni e nelle riaperture, bisogna dirlo: il difetto è nel manico. Che sarebbe Bruxelles, e il governo continentale della Commissione. Benemerito e insostituibile in tante cose, pensiamo solo al paracadute quotidiano che ci offre la Bce comprando a man bassa i titoli di un Paese, il nostro, con un debito mostruoso che aumenta di 30 miliardi al mese solo in ristori, come fossero caramelle, e come se l’economia tirasse a mille. Ma fallimentare nel capitolo vitale delle fiale salvavita, in cui gli uomini di Big Pharma hanno potuto fare gli Erdogan (“il dittatore”) con i nostri compratori come il ras di Ankara con la von der Leyen; in cui i mercanti Ue (“mai più contratti cosi”, parola di Draghi) erano troppo sprovveduti per non sbattere i pugni o lasciare il salotto.

Ora è tardi e si naviga a vista, sperando che l’”amico” Biden faccia in fretta a vaccinare tutti i suoi (America First, ovvio) e arrivino i fiumi di dosi necessarie a farci immunizzare e ripartire; e che finisca pure la caccia ad AstraZeneca, troppo poco costosa per non avere qualche contro indicazione vera o…tedesca. Nel frattempo, sarebbe sbagliato non avviare da subito una riflessione su questa Europa.

Rating 3.00 out of 5

Per chi suona il campanello

venerdì, Aprile 9th, 2021

Mattia Feltri

Nei giorni scorsi ho scherzato un poco, ma mica tanto, sulla possibilità ogni un milione di casi di una trombosi dopo la vaccinazione Astrazeneca, e sulla possibilità ogni due milioni e mezzo di morire, se paragonata alla possibilità di ictus ogni mille casi indicata dal bugiardino di un antinfiammatorio senza ricetta che tengo sulla scrivania, o sulla possibilità ogni 750 mila di salutare il mondo cadendo dal letto.

Ma, per scherzare un po’ meno, e per illuminare la fondatezza delle preoccupazioni, conviene riportare i numeri diffusi ieri da errorigiudiziari.com: dal 1992 al 2020, ventinove anni, le persone risarcite perché finite in galera da innocenti – non indagate o processate, bensì rinchiuse in cella – sono state trentamila, oltre mille all’anno.

Mettiamola così: una possibilità ogni sessantamila di essere arrestati a casaccio. Attenzione, secondo alcune stime, due persone su tre non ottengono il risarcimento a causa dei soliti cavilli, e dunque gli innocenti arrestati sarebbero il triplo, novantamila, tremila all’anno. Stiamo bassi, diciamo il doppio: duemila all’anno. Diciamola meglio: è oltre ottanta volte più probabile che una mattina vi suonino al campanello e vi portino in prigione, anche se non avete fatto niente, che di morire dopo la vaccinazione Astrazeneca. Ho letto qualche articolo, non so quanto fondato, secondo il quale l’Unione europea rinuncerà presto ad Astrazeneca perché ormai il rapporto di fiducia è compromesso. Se è vero, avremmo ragioni moltiplicate per ottanta di dichiarare compromesso il rapporto di fiducia con lo Stato e la Giustizia. Ma la matematica, come la paura, è un’opinione.

LA STAMPA

Rating 3.00 out of 5

Furbetti e sciamani/ Se il dolore per il virus non redime le anime

giovedì, Aprile 8th, 2021

Carlo Nordio

Giusto un anno fa, all’inizio della pandemia, fiorì l’auspicio, e per alcuni la convinzione, che un periodo di sofferenze e di rinunce avrebbe favorito il recupero di una sensibilità solidale logorata da anni di consumismo edonistico: che insomma saremmo diventati tutti più buoni. Ogni spirito scettico nutrì dei dubbi davanti a questo ottimismo ispirato dalla speranza ma smentito dall’esperienza.

Perché il concetto che il dolore ci redima e le disgrazie ci migliorino è solo l’aspirazione consolatoria dell’anima afflitta, e un’illusoria alternativa alla rassegnazione. La natura umana se potesse evitare una pena ne farebbe volentieri a meno e davanti alle sventure tende a ribellarsi. Persino Giobbe, alla fine, perse la pazienza. 

E’ quello che sta avvenendo in una parte non trascurabile di cittadini, che mostra segni di insofferenza e di protesta. Sentimenti che tuttavia si manifestano in varie forme, che proviamo a esaminare. 

La prima è quella, agitata e vociferante, che abbiamo visto in questi giorni a Roma e in qualche altra città. Essa esprime l’esasperazione di quei lavoratori autonomi costretti a una forzata inattività. La loro rabbia non è alimentata solo dall’impoverimento, per alcuni irreversibile, ma anche da altri fattori: le incaute promesse del precedente governo che aveva assicurato adeguati ristori rivelatisi parziali, insufficienti e tardivi; l’incredibile andirivieni di chiusure totali e riaperture parziali, determinate da criteri opinabili, e comunque intervenute senza congrui preavvisi; le spese sostenute per adeguarsi alle prescrizioni sanitarie, rivelatesi poi inutili e irrecuperabili; e non ultima la manifesta disparità tra la loro catastrofe finanziaria e la solidità reddituale di quei lavoratori e pensionati che, costretti tra l’altro a un risparmio forzoso, hanno aumentato i propri risparmi come emerge dalle statistiche dei depositi bancari. 

Questa protesta è degenerata, come si è visto, in deplorevoli tumulti, e persino nell’imitazione pittoresca dell’invasione di Capitol Hill, con un manifestante vestito da sciamano. Si tratta, come ha detto la ministra Lamorgese, di comportamenti inaccettabili. Ma si tratta anche di disagi reali che non possono essere a lungo sottovalutati, e tanto meno ignorati.
La seconda specie di reazione è quella del cosiddetto negazionismo: è meno appariscente della contestazione piazzaiola, ma assai più pericolosa. Essa si articola in varie forme: dal messaggio che il Covid è l’invenzione di una propaganda allarmistica all’insinuazione che sia il prodotto artificioso delle famigerate multinazionali, che i vaccini siano “acqua sporca” e persino veleni programmati da una mente criminale. 

Rating 3.00 out of 5

L’alternativa della merendina

giovedì, Aprile 8th, 2021

Mattia Feltri

L’Ema, l’agenzia europea del farmaco, l’ha risolta così: può darsi ci siano correlazioni fra il vaccino di Astrazeneca e i casi di trombosi, aggiungiamo l’effetto letale fra quelli indesiderati e buonanotte. In Gran Bretagna si è calcolato un caso di morte ogni due milioni e mezzo.

Beh, sappiate che nel corso della vostra vita avete una possibilità su tremila di essere colpiti da un fulmine, una su cinquantamila di morire giocando a calcio, una su sessantatremila che vi succeda per la puntura di una vespa o un calabrone, una su centomila per infarto nel corso di una serata danzante, una su centoquarantamila per infarto durante una biciclettata, ogni anno avete una possibilità su un milione di morire investiti da un treno, una su quattrocentomila sbranati da un cane, una su milione e mezzo a causa di un verme intestinale, una su quindicimila volando dalle scale, una su centosessantamila per tbc, una su settecentocinquantamila cadendo dal letto, una su cinquantacinquemila perché voi o altri state mandando un sms mentre siete alla guida, una su duecentoventimila assassinati, una su quattrocentomila in un incendio o per un’esplosione, e considerando che in Italia ci sono oltre mille e seicento morti al giorno – toccate quel che dovete toccare – avete molte più possibilità di morire oggi per un motivo qualsiasi che domani per Astrazeneca.

Rating 3.00 out of 5

Ascoltare i disperati per battere i violenti

mercoledì, Aprile 7th, 2021

Alessandro Sallusti

Roma, Napoli, Milano e anche altrove. La rabbia di commercianti ed esercenti per le chiusure forzate scende in piazza e per la prima volta finisce a botte con le Forze dell’Ordine.

È un campanello di allarme da non sottovalutare, al netto del fatto che c’è chi soffia sul fuoco per cercare un po’ di visibilità politica. Ma il fatto che non si tratti di proteste esattamente spontanee, bensì organizzate a tavolino, non vuole dire che il problema non esista.

Sbaglia chi aizza e gioca sulla disperazione altrui, ma sbaglia anche chi immagina di tenere l’Italia chiusa fino a fine pandemia o giù di lì. Al più presto bisogna provare ad allentare la morsa delle restrizioni e preparare una cronotabella che vada in parallelo con il numero delle vaccinazioni.

Quindi bisogna vaccinare, vaccinare e ancora vaccinare, giorno e notte, festivi e festività comprese (il crollo registrato nel weekend pasquale è incomprensibile e vergognoso).

Inghilterra e America insegnano. Entrambi i Paesi, leader nella vaccinazione di massa, stanno già ripartendo, l’America addirittura alla grande con una crescita stimata proprio ieri a oltre il sei per cento. Non si tratta di cedere al ricatto di gruppi violenti che incendiano le piazze, né di inseguire stupidi tesi negazioniste. Occorre calcolare bene i rischi e confrontarli con i benefici economici (e psicologici) di riaperture controllate. È l’unico modo per disinnescare sul nascere questi focolai di protesta, perché sono in tanti pronti a fare casino nascondendosi dietro le sottane di commercianti e imprenditori davvero e legittimamente disperati.

Rating 3.00 out of 5

Caro Conte, tra Russia, Haftar e gilet gialli ecco dove avete sbagliato in politica estera

mercoledì, Aprile 7th, 2021

Massimo Giannini

Caro Presidente Conte,

La ringrazio per la Sua lettera e per la Sua attenzione. Capisco le ragioni che la spingono a replicare ai contenuti del mio editoriale. Ma mi corre l’obbligo di replicare a mia volta, per ribadire i fatti che Lei considera «falsità» e che invece, purtroppo, non lo sono. Scrivo «purtroppo» perché le questioni di cui stiamo parlando riguardano non già le baruffe chiozzotte tra i partiti di casa nostra, ma la politica estera del Paese, che è materia delicata ed essenziale a definirne il profilo e a tutelare l’interesse nazionale.

Il primo «fatto» è il severo giudizio di Mohammed bin Zayed, emiro di Abu Dhabi, sulla «sostanziale inutilità» dei due incontri ufficiali avuti con Lei a proposito della Libia e sulla sua ferma volontà di non replicarne altri. Per bollare come «falsità» questo mio resoconto Lei spiega che dopo quei due incontri ha avuto con lo Sceicco «ulteriori colloqui», a conferma dell’«eccellente rapporto personale instaurato». Io non so se dopo il marzo 2019 vi siano state conversazioni telefoniche tra voi: non ce n’è traccia nelle comunicazioni ufficiali di Palazzo Chigi. Ma so per certo e ribadisco quello che ho scritto, e che mi è stato riferito da una fonte primaria e autorevolissima che, sul terreno, ha istruito e segue da sempre il dossier libico-emiratino.

Il secondo «fatto» è il blitz del 17 dicembre 2020 per liberare i 18 pescatori mazaresi sequestrati dai libici. Qui non ci dividono «falsità», come Lei dice, ma semplicemente opinioni. La mia rimane quella che ho scritto: il volo improvvisato a Bengasi e le modalità con le quali è stato organizzato il rilascio dei sequestrati, con tanto di photo-opportunity pretesa da Haftar, restano una pagina opaca della nostra storia diplomatica.

Comprendo il “movente”: dopo aver respinto «altre richieste non accoglibili» (sono parole Sue) quella foto era evidentemente l’unica che ritenne di accogliere per raggiungere il risultato, cioè il rilascio dei pescatori. Fu dunque un gesto di realpolitik. Ma l’evidenza rimane: come ho scritto, fu comunque un episodio imbarazzante.

Detto tutto questo, Caro Presidente Conte, La voglio rassicurare sugli ultimi due punti della Sua lettera. Da parte mia non c’è nessuna intenzione di denigrare chi c’era ieri per lodare chi è arrivato oggi. Lei ha guidato l’Italia in una stagione infausta, soprattutto per la nostra collocazione geopolitica. Sa meglio di me che sulla credibilità del Paese che Lei rappresentava nei consessi internazionali hanno pesato fortemente le sbandate filorusse della Lega e le intemerate filocinesi dei Cinque Stelle.

Rating 3.00 out of 5
Marquee Powered By Know How Media.