Archive for the ‘Economia – Lavoro’ Category

Si sbloccano 58 grandi opere, arriva la scossa da 66 miliardi

venerdì, Aprile 16th, 2021

PAOLO BARONI

ROMA. Dal varo del famigerato decreto «Sblocca cantieri» sono passati quasi due anni, 729 giorni per la precisione, e alle Infrastrutture si sono succeduti ben 3 diversi ministri (prima Toninelli, poi De Micheli e ora Giovannini), ma adesso finalmente ci siamo. Si parte. Per oggi è infatti attesa la firma sui decreti di nomina dei commissari straordinari che dovranno portare a termine il più rapidamente possibile le opere identificate dal governo come «prioritarie». In totale sono una trentina di persone, pescate innanzitutto tra i vertici di Anas e Rfi (che «in quanto tecnici hanno già iniziato a lavorare», ha assicurato ieri Giovannini dando per imminente la firma dei Dpcm). Con questa prima tranche vengono sbloccati lavori per oltre 66 miliardi. In tutto sono 58 le opere interessate dalle procedure straordinarie: 14 infrastrutture stradali, per un costo complessivo di circa 10,9 miliardi, e 16 opere ferroviarie (46,2 miliardi), quindi la linea C della metropolitana di Roma (5,8 miliardi), 12 infrastrutture idriche, 3 infrastrutture portuali (1,7 miliardi) e 12 interventi legati a presidi di Pubblica sicurezza per 500 milioni in tutto.

I poteri speciali
Molto ampi i poteri assegnati ai commissari, che oltre ad essere dotati di tutte le risorse necessarie per operare, potranno assumere ogni determinazione ritenuta necessaria per i lavori, anche rielaborando i progetti, assumendo direttamente le funzioni di stazione appaltante e derogando alla legge in materia di contratti pubblici. E soprattutto, una volta ottenuto l’ok dalle Regioni territorialmente competenti, potranno fare a meno di ogni autorizzazione, parere, visto e nulla osta, con la sola esclusione di quelli relativi ai beni tutelati.

Come detto, il grosso delle opere riguarda strade e ferrovie. A partire dal completamento della Statale 106 Jonica, 3 miliardi di lavori affidati all’amministratore delegato dell’Anas Massimo Simonini. Che sarà responsabile anche del nuovo collegamento trasversale tirrenico Grosseto-Fano E78 che a sua volta impegna 1, 92 miliardi. Da Raffaele Celia, responsabile nuove opere Area Centro dell’Anas, dipendono invece i lavori della Ragusa-Catania (754 milioni) e quelli sulla SS 640 tra Enna e Caltanissetta (990 milioni). A Vincenzo Marzi (Anas Puglia) va invece il controllo sull’adeguamento della SS16 Adriatica tra Foggia e San Severo (247 milioni), quelli sulla SS89 Garganica (922 milioni) e quelli sulla SS647 Fondovalle del Biferno. Ci sono poi i lavori di potenziamento e riqualificazione della SS4 Salaria (1 miliardo) su cui vigilerà Fulvio Soccodato di Anas ed il collegamento Cisterna-Valmontone (665 milioni) che sarà invece gestito dall’ad dell’Azienda regionale strade Lazio Antonio Mallamo. E ancora la Orte-Civitavecchia (466, 7 milioni) assegnata a Ilaria Coppa, responsabile pianificazione trasportistica sempre di Anas. Agli altri responsabili regionali il controllo sulle restanti opere minori.

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Della Valle: «Il Centro Italia può ripartire se si investe sui distretti industriali»

giovedì, Aprile 15th, 2021

Presidente Diego Della Valle, di recente la Svimez ha prodotto un rapporto allarmante sulla frammentazione del Centro. Un’area che in qualche modo si sta meridionalizzando. Dove nasce questo declino?
«Non ho letto l’indagine, ho però qualche idea in merito alla frammentazione del Centro. Direi intanto di dividere il Centro Nord dal Centro Sud poiché è differente. Credo che il fatto che molti comprensori industriali, che sono stati la spina dorsale in queste regioni, oggi purtroppo smobilitati, o comunque molto depotenziati, tutto questo sicuramente non aiuta».

Quali sono le ragioni della smobilitazione?
«Le ragioni sono molteplici, in alcuni casi riguardano la competitività mondiale, per cui bisognava forse molti decenni fa preparare piani di politica industriale che salvaguardassero i distretti o che permettessero di riconvertirli in attività competitive».

È possibile che il Centro rischi di rimanere in qualche modo schiacciato tra le pretese autonomiste del Nord e un Sud che tenta per la prima volta di aggregarsi per riagganciare il treno della crescita economica?
«Come detto dobbiamo distinguere il Centro Nord dal Centro Sud. Il Centro Nord sarà positivamente influenzato dalle regioni economicamente più evolute e sempre di più tenterà di rimanere attaccato alle regioni del Nord con buona possibilità di successo. Devono fare in modo di reagire anche le regioni del Centro Sud, perché altrimenti corrono il rischio di perdere competitività e soprattutto di non avere un futuro industriale né grande né piccolo, né nazionale né tanto meno internazionale. Queste sono cose che le imprese non possono fare da sole».

Chi le deve aiutare?
«Ci vuole una politica economica del Paese, pensata in modo specifico per queste aree, tentando di portare soluzioni veloci e lungimiranti, lasciando da parte l’aria fritta».

L’aria fritta?
«Sì, ma credo che alcuni esponenti che oggi guidano questo Paese abbiano chiarissimo cosa bisogna fare e hanno l’esperienza necessaria per contribuire a costruire un nuovo sistema economico per queste regioni. A questo punto con l’enorme quantità di denaro che arriverà dall’Europa ora bisogna pensare a un piano-paese complessivo, e non locale o regionale, per sostenere anche parti dell’Italia che hanno più bisogno. Questa è un’occasione irripetibile, guai a perderla».

Molto si discute di infrastrutturazione. Si privilegia l’asse Nord-Sud, mentre l’Est-Ovest rimane spesso ottocentesco. L’asse Ovest-Est può essere portatore di sviluppo?
«Le infrastrutture più importanti immagino che siano la digitalizzazione del Paese; la viabilità in tutte le sue forme, strade, aeroporti, ferrovie; il sistema scolastico e ovviamente il sistema sanitario. Avendo avuto la politica la possibilità, in quest’anno e mezzo, di capire lo stato attuale di questi sistemi infrastrutturali, penso che ci sia tanto da fare, ma i mezzi che arrivano sono enormi e le persone che li dovranno assegnare sono competenti. Mi viene quindi da pensare che potremo fare ottime cose. Dopo tanti anni di pessimismo il Paese può veramente farcela a cambiare».

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Bce: “Avanti con l’euro digitale, i cittadini chiedono privacy e sicurezza. Le avranno”

giovedì, Aprile 15th, 2021

Fabrizio Goria

Continua la corsa della Banca centrale europea verso l’adozione dell’euro digitale. Ma sempre con gli occhi puntati sulla privacy. La consultazione pubblica sulla digitalizzazione della moneta unica dell’eurozona, lanciata dalla Bce lo scorso 12 ottobre e conclusasi dopo tre mesi, ha evidenziato che il 43% dei rispondenti, circa 8.200, è preoccupato dalla gestione dei dati personali. Si tratta però di problemi, dice la Bce, che sono risolvibili. L’obiettivo dell’Eurosistema resta quello di arrivare a una decisione entro metà giugno 2021 sull’inizio di un’indagine formale sull’euro digitale.

La Bce avverte i governi: fare presto con il Recovery Fund. La Commissione Ue: “Pronti bond per 800 miliardi di euro”

“Un euro digitale può avere successo soltanto se risponde alle esigenze dei cittadini europei”. Presentando i risultati della più grande consultazione pubblica mai effettuata dall’istituzione monetaria di Francoforte, Fabio Panetta, membro del Comitato esecutivo, ha sottolineato che non verrà meno il mandato alla base del processo decisionale. Ovvero, ascoltare la voce degli agenti economici. “Faremo del nostro meglio per assicurare che un euro digitale sia in linea con le aspettative dei cittadini che sono emerse dalla consultazione pubblica”, ha rimarcato Panetta. E le richieste sono state precise. I requisiti principali cercati dai cittadini privati (circa il 94% dei rispondenti complessivi) vedono al primo posto la tutela della privacy, nel 43% dei casi, seguita dalla sicurezza (18%), dalla possibilità di utilizzare l’euro digitale in tutta l’area euro (11%), l’assenza di costi aggiuntivi (9%) e infine la garanzia che possa essere anche utilizzata offline (8%). Come spiegano i funzionari della Bce che stanno lavorando al dossier, essendo complementare, non sostitutivo dell’euro fisico, la versione digitale potrebbe raccogliere più consensi che dissensi. Non a caso, la dematerializzazione del contante, della cartamoneta, è già oggi una realtà, amplificata dal Covid-19. I sistemi digitali di pagamento, da Google Pay a Satispay, sono sempre più comuni, ma non hanno ancora un livello di sicurezza uguale o superiore rispetto alla blockchain. E, soprattutto, non possono godere della sicurezza di avere alle spalle una banca centrale, che potrebbe invece dotare questa nuova valuta di caratteristiche in grado di impedire attività illecite come il riciclaggio di denaro o il finanziamento del terrorismo. 

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Autostrade, Perez stringe i tempi per presentare l’offerta vincolante

mercoledì, Aprile 14th, 2021

di Roberta Amoruso e Rosario Dimito

Atlantia cerca di capire le vere intenzioni di Florentino Perez per conoscere i tempi della presentazione di un’offerta binding su Autostrade, dopo la manifestazione di interesse inviata la scorsa settimana in cui si ipotizzava una valutazione di 9-10 miliardi. Niente esclude che l’eventuale proposta spagnola possa alla fine essere messa in competizione con quella del consorzio Cdp-Blackstone-Macquarie: va ricordato che il fronte azionario è diviso tra favorevoli all’uno e all’altro. E’ però un fatto che da ieri il colosso di Madrid, partner con il 50% meno una azione di Atlantia in Abertis, attraverso il proprio advisor Santander è nella data room di Aspi per visionare tutti i dati della concessionaria, compreso il Piano economico finanziario, in modo da poter esprimere un valore definitivo.

L’accelerazione delle ultime ore è avvenuta con una lettera firmata dai vertici di Atlantia (il presidente Fabio Cerchiai e l’ad Carlo Bertazzo) ad Acs, che in risposta alla missiva dell’8 aprile, ha chiesto di firmare un non disclosure agreement (accordo di riservatezza) propedeutico all’ingresso nel luogo virtuale dove sono conservati i numeri dell’attività di Aspi, contratti compresi. Dall’esame di questi dati potrà essere formulata una proposta vincolante, da contrapporre eventualmente a quella di Cdp (9,1 miliardi per il 100%, al lordo di 870 milioni di indemnities legati al crollo del Ponte di Genova e ai rischi sulla Variante di Valico; vanno però considerati anche i 400 milioni eventualmente rivenienti da ristori).

Le scadenze

I tempi per la proposta spagnola devono comunque essere stringenti perché l’offerta della cordata guidata da Cassa ha due scadenze: entro venerdì 16 il cda di Atlantia dovrà prenderne atto in modo da convocare l’assemblea dei soci per sottoporne la valutazione entro il 28 maggio. E venerdì 16 Atlantia ha convocato il proprio board per rispettare la prima scadenza (anche se non si esclude la circostanza di un eventuale rinvio fino al massimo al 28 aprile, vista la situazione). Entro venerdì la holding assieme ai propri advisor (Mediobanca, Bofa Merrill Lynch, JpMorgan, Goldman Sachs) dovrebbe avere da Madrid un feedback sulla tempistica in modo da poter mettere i propri soci nelle condizioni di valutare entrambe le offerte.


Il doppio scenario

Dalle interlocuzioni fra gli advisor delle parti emerge comunque che il gruppo iberico sarebbe nelle condizioni di presentare un’offerta competitiva entro il 20 maggio, in modo che l’assemblea degli azionisti possa essere convocata a ridosso del 28, termine ultimo fissato dalla cordata Cdp per l’ok all’offerta.
Fin qui lo scenario a), secondo il quale l’offerta di Perez potrebbe essere oggettivamente in competizione con quella di Cdp. Negli ultimi giorni ha tuttavia preso consistenza uno scenario b), vale a dire la possibilità che il presidente del Real Madrid proponga a Cdp un’alleanza (probabilmente sostituendosi a uno dei due fondi o addirittura a entrambi) per gestire insieme Aspi nell’ambito di un gruppo con valenza europea.

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Debito pubblico, macigno per l’Italia fra tre anni 100 punti più dei tedeschi

martedì, Aprile 13th, 2021

Carlo Cottarelli

Il Fiscal Monitor del Fondo Monetario Internazionale (FMI) pubblicato qualche giorno fa presenta un quadro aggiornato e completo dell’andamento dei conti pubblici del mondo. In quanto segue però mi limito a qualche considerazione sugli sviluppi della finanza pubblica nei Paesi avanzati. Concludo che il divario crescente tra livelli del debito nel Nord e nel Sud Europa potrebbe causare in futuro tensioni da non sottovalutare nell’area dell’euro.

Come sappiamo, la crisi Covid ha fatto crescere i deficit pubblici di tutti i Paesi avanzati. Il livello del deficit resta però molto diverso da Paese a Paese. Si possono identificare tre principali gruppi. Il primo è quello dei Paesi che hanno portato il deficit nel 2020 a livelli ben superiori al 10 per cento del Pil. Sono quattro: Israele, Regno Unito, Giappone e Stati Uniti. In quest’ultimo Paese il deficit ha sfiorato il 16 per cento del Pil, un valore superato in precedenza solo tra il 1943 e il 1945.

Il secondo gruppo comprende Paesi con un deficit intorno al 10 per cento: qui si colloca l’Italia, insieme ad altri Paesi “mediterranei” (Francia, Grecia, Spagna). Il terzo gruppo comprende Paesi con deficit molto più bassi, tra il 3 e il 6 per cento del Pil. Qui stanno Svizzera, Corea del Sud, e tutti i Paesi “nordici” (Germania, Svezia, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Olanda). Ci sta pure il Portogallo, seppure su valori tra i più alti del gruppo (6 per cento).

Queste differenze tra gruppi di Paesi riflettono tre circostanze. Primo, il punto di partenza: Paesi che già prima della crisi avevano un deficit basso o, come Germania e Olanda, erano in surplus, hanno retto meglio lo shock. Secondo, la caduta del Pil: dove il Pil è caduto di più le entrate dello stato hanno maggiormente sofferto e la spesa è aumentata più rapidamente. Terzo, probabilmente, hanno pesato fattori culturali: insomma, la Germania è stata come sempre molto prudente.

Ma, qualunque siano le cause, il diverso andamento del deficit pubblico nel 2020 e, come previsto dal Fmi, nel 2021 alimenterà una maggiore divergenza tra i debiti pubblici dei vari paesi. Tale divergenza potrebbe diventare problematica particolarmente nell’area dell’euro. Nel biennio, il Fmi prevede un aumento del debito pubblico di 9 punti percentuali per la media di Finlandia, Germania e Olanda, contro 21 punti percentuali in media per Francia, Italia, Grecia e Spagna, che già partivano con un debito più alto. Questi andamenti proseguirebbero negli anni a venire.

Cosa accadrà, per esempio, al debito pubblico italiano rispetto a quello tedesco? Il divario tra debito italiano e tedesco, già sui massimi storici nel 2019 (75 punti percentuali) raggiungerebbe i 92 punti percentuali nel 2024 (62 per cento per la Germania contro 154 per cento per l’Italia).

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“Quindici giorni per riaprire”. Draghi accelera i tempi e dà 40 miliardi alle imprese

martedì, Aprile 13th, 2021

ALESSANDRO BARBERA

ROMA. Circa quaranta miliardi di euro di nuove spese, parte delle quali necessarie a finanziare le opere «fuori budget» previste dal Recovery Plan, e un nuovo piano di aiuti per le attività tuttora penalizzate dalle restrizioni anti Covid: stop alla rata Imu di giugno, alla tassa di occupazione del suolo pubblico, un credito d’imposta per gli affitti commerciali. In un lungo vertice a Palazzo Chigi Mario Draghi e il suo ministro del Tesoro Daniele Franco ieri hanno fatto il punto delle misure necessarie ad accompagnare il Paese fuori della pandemia. Il premier è deciso ad allentare le misure restrittive per ristoranti, bar e le altre attività tuttora ferme, ma vuole attendere «altre due settimane», almeno fino a quando il Comitato tecnico scientifico non avrà valutato appieno l’effetto del rientro a scuola della gran parte degli studenti, iniziato ieri, e un calo consolidato dei contagi. Il nuovo decreto di aiuti alle imprese serve da un lato a dare ossigeno a chi è costretto ad attendere, dall’altra a dare fiato alla ripresa prevista per la seconda parte dell’anno.
Già domani il consiglio dei ministri darà il via libera al nuovo Documento di economia e finanza con l’aggiornamento delle stime macroeconomiche e alla richiesta di ulteriore «scostamento» di bilancio al Parlamento. Venerdì prossimo, o al più tardi il 26 aprile, arriverà il decreto bis con gli aiuti dedicati in gran parte alle attività commerciali. Si tratterà però di un decreto molto diverso da quello varato poche settimane fa. Questa volta gli aiuti non saranno concessi ai lavoratori autonomi e ai commercianti che riusciranno a dimostrare cali di fatturato superiori a un terzo, ma per affrontare i costi fissi: Imu per gli immobili commerciali, tassa di occupazione del suolo pubblico, un credito d’imposta per il pagamento degli affitti e una nuova moratoria sui mutui. La scorsa settimana in un incontro a quattr’occhi il leader Pd Enrico Letta e il leghista Matteo Salvini si sono accordati per chiedere a Draghi e Franco il massimo impegno possibile. Salvini vorrebbe aumentare la dote del decreto fino a cinquanta miliardi, Franco ha imposto cautela. Con quest’ulteriore spesa il deficit pubblico del 2021 supererà il dieci per cento, troppo per un Paese che, nonostante il Recovery pagato dall’Unione e il sostegno incondizionato della Banca centrale europea, ha un debito pubblico sempre stratosferico.

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Riaperture, il piano: al ristorante (a maggio) solo se prenotati, a teatro con il tampone

lunedì, Aprile 12th, 2021

di Marco Conti

Tutti vorrebbero riaprire tutto, ma quando poi si guardano i dati della pandemia prende il sopravvento il timore di finire, tutti, come la Sardegna che in tre settimane è passata dalla zona bianca a quella rossa-fuoco. Purtuttavia una riunione per poter valutare se in qualche regione si è compiuto il miracolo – non vaccinando come in Puglia quasi solo magistrati e avvocati – non si nega. L’appuntamento è fissato per venerdì 16 nella ormai consueta riunione della cabina di regia che valuta l’andamento del virus e stabilisce i colori delle regioni. Prima di quella data non è ancora in agenda una riunione del premier Draghi con i capidelegazione dei partiti.

La macchina

Con l’ultimo giro di vite, che ha abolito la zona gialla sino al 30 aprile, l’indice di contagiosità è sceso dello 0,6% a settimana. Un trend positivo, ma servono ancora tre settimane per arrivare in zona sicura e «bruciare le tappe – come spiega in tv il ministro della Salute Roberto Speranza – significherebbe vanificare il lavoro fatto sinora». Il governo procede, quindi, con la consueta cautela e non si azzardano date mentre il presidente del Consiglio continua il suo pressing telefonico sulle aziende farmaceutiche che dovrebbero consegnare i vaccini e su Bruxelles. In settimana sono previsti nuovi arrivi, ma alcune regioni, Lazio e Veneto soprattutto, hanno messo in moto una macchina che potrebbe lavorare ancora di più solo se ci fossero le dosi sufficienti.

Flourish logo

A Flourish bar chart race

L’Italia recupera

Francia e Germania in questo momento risultano avvantaggiate dal fatto che producono in casa vaccini e possono quindi contare sul 30% della produzione pur partecipando alla ripartizione europea. L’Italia, per usare le parole del ministro Giorgetti, si è data «una sveglia» solo ora avendo perso molto tempo nei mesi passati.
L’obiettivo resta comunque quello di arrivare al mezzo milione di dosi al giorno perché, come dimostra ciò che accade nel Regno Unito, solo attraverso la somministrazione massiccia del siero si può far uscire il Paese dalle restrizioni.

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Draghi sceglie Bernabè per portare Ilva fuori dalle secche

lunedì, Aprile 12th, 2021

di Giovanni Pons

La richiesta è arrivata da Mario Draghi in persona, visto che i due si conoscono dal lontano 1972. Segno che il presidente del Consiglio sta prendendo in mano i dossier più scottanti dell’economia per cercare di imprimere una sterzata rispetto alle indicazioni dei precedenti inquilini di Palazzo Chigi. E Franco Bernabè, ex ad dell’Eni negli anni ’90 e per ben due volte ad di Telecom Italia tra il 1999  eil 2013, non ha potuto opporre un rifiuto, anche se il compito appare gravoso.

Da presidente di Ilva dovrà infatti coordinarsi con l’amministratore delegato e indirizzare le scelte per cercare di far uscire dalle secche l’acciaieria più importante d’Europa. La svolta dovrebbe arrivare a maggio quando il Ministero dell’Economia sbloccherà i 400 milioni con cui Invitalia parteciperà all’aumento di capitale di Am InvestCo – la società di ArcelorMittal che gestisce gli impianti siderurgici – diventandone socia al 40%. In virtù di questa quota la società guidata da Domenico Arcuri potrà designare tre persone per il nuovo consiglio di amministrazione, tra cui il futuro presidente, mentre al gruppo franco-indiano, a cui rimarrà una partecipazione del 60%, spetteranno altri tre consiglieri tra cui indicare l’amministratore delegato. 

La vera questione, a questo punto, è se il gruppo guidato da Lakshmi Mittal vorrà confermare nel ruolo di capoazienda Lucia Morselli, a un anno e mezzo di distanza dalla sua designazione. In effetti la manager cresciuta alla scuola di Franco Tatò si è fatta conoscere in questo periodo per una gestione dal pugno di ferro che ha portato dei risultati gestionali di tutto rispetto ma anche molti malumori.

Seguendo le orme del suo mentore ha tagliato i costi sia a livello manageriale, respingendo le richieste di inserimento nelle prime linee di uomini targati ArcelorMittal tranne il direttore finanziario, sia a livello di personale operativo, gestendo la Cassa Integrazione Covid in modo da minimizzare gli esborsi. Molti sacrifici per la forza lavoro, dunque, giustificati da una domanda di acciaio che nel periodo più buio della pandemia è crollata del 70%. Ma dall’altro lato il suo carattere brusco ha esasperato gli animi, reso più tese le relazioni sindacali, i rapporti con i fornitori e quelli con le istituzioni.

Esemplificativa in questo senso è l’ultima mossa per cui l’Ilva si è guadagnata le pagine dei giornali, con il licenziamento in tronco di un dipendente accusato di aver condiviso sui social un post sulla fiction Mediaset  “Svegliati amore mio”. La miniserie racconta una vicenda per molti aspetti analoga a quella del rione Tamburi di Taranto, dove la presenza del polo siderurgico, a ridosso delle abitazioni del quartiere, ha prodotto effetti devastanti sulla salute degli abitanti.

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Massimo Garavaglia: “Pronti ad anticipare il pass europeo. Obiettivo: tutto riaperto il 2 giugno”

lunedì, Aprile 12th, 2021

Amedeo La Mattina

ROMA. Il ministro per il Turismo Massimo Garavaglia conferma che nei prossimi giorni la cabina di regia comincerà a programmare alcune aperture, sempre sulla base dei dati scientifici e dell’andamento dei contagi. Settore per settore: «Ogni settimana che passa perdiamo pezzi di Pil e non ce lo possiamo permettere». E per quanto riguarda la stagione turistica l’esponente della Lega dice di lavorare per farla ripartire «a maggio, almeno per le spiagge, con protocolli rafforzati all’inizio». Per Garavaglia comunque la cosa più importante è dare una prospettiva. «Ovvio che sarei più contento se le spiagge, come l’anno scorso, aprissero a metà maggio». In ogni caso, enfatizza, entro la festa della Repubblica dovrà essere aperto tutto o quasi tutto.

Ministro, ci sono delle date per la riapertura? Lei ha parlato del 2 giugno e il premier Draghi ha detto di augurarsi che ciò avvenga anche prima.
«Certo, il presidente ha ragione. Quando ho parlato del 2 giugno facevo riferimento alla più importante festa nazionale, ossia quella della Repubblica. In Francia ad esempio hanno indicato il 14 luglio. Mi riferivo a una data finale entro la quale mi auguro sia aperto tutto o quasi tutto. Ovviamente dipende dal piano vaccinale. Da tempo diciamo che dobbiamo programmare. Sappiamo che, finché i numeri non lo consentono, bisogna essere molto prudenti. Ciò non vuol dire che non si deve programmare. Ci sono attività che puoi aprire il giorno dopo: per esempio domani una Regione è in arancione e allora i parrucchieri possono riaprono. Ci sono invece delle attività che hanno bisogno di settimane se non di mesi di anticipo per programmare l’apertura. Ogni settore ha una storia a sé». Può fare qualche esempio concreto?
«Le fiere e i congressi internazionali sono una cosa, e si può precedere una data più ravvicinata, i parchi tematici e acquatici hanno bisogno di tempo per programmare i lavori di manutenzione e fare prevendita. Sono convinto che in settimana si sbloccherà il tema dei congressi e delle fiere internazionali: è fondamentale perché significa mettere in sicurezza già qualche evento estivo, ad esempi Pitti Uomo a Firenze».

Massimo Garavaglia: “Pronti ad anticipare il pass europeo. Obiettivo: tutto riaperto il 2 giugno”

Comunque si va verso una sorta di cronoprogramma delle aperture?
«Le proposte noi le abbiamo fatte. Parleremo in settimana con chi di dovere e penso che si potrà iniziare a dare delle date settore per settore, con dei protocolli che possono essere più stringenti in una fase iniziale e diventare più larghi con il passare del tempo».

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McDonald’s assume: 1.400 i posti di lavoro. E cresce in Italia: l’85% è prodotto nazionale

domenica, Aprile 11th, 2021

di Carlo Ottaviano

Nel periodo più duro per la ristorazione italiana, c’è chi va in controtendenza e addirittura programma entro fine anno l’apertura di 35 nuovi ristoranti con l’assunzione di 1.400 addetti e altrettanto prevede di fare nel 2022. È la filiale italiana di McDonald’s che nel terribile primo anno del Covid è riuscita a realizzare un + 28% nei 500 store con delivery e + 41% nelle 400 location col servizio drive. «La pandemia – afferma Mario Federico, amministratore delegato di McDonald’s Italia – ovviamente ha impattato sul nostro business, come su tutti. Però non ha modificato i nostri piani, tanto da aprire ristoranti e assumere persone. Negli ultimi mesi ci è capitato più volte perfino in zone rosse». 

GLI EFFETTI
Secondo il report sul valore condiviso redatto dall’Istituto Althesys, ogni euro di fatturato prodotto da McDonald’s ne genera tre sull’intera filiera. Così ai 778,2 milioni di euro prodotti dai 610 ristoranti (57 di proprietà e gli altri in licenza), vanno aggiunti 207,6 milioni di euro di ricadute indirette (prevalentemente i fornitori) e 453,3 milioni di euro di ricadute indotte sull’intera filiera produzione-consumo. I tributi fiscali complessivi dell’ultimo anno sono stati 521milioni (+16,5% rispetto all’anno precedente).

L’acquisto in Italia della materia prima è stato uno degli impegni maggiori di Federico, salernitano di 58 anni, rientrato nel 2016 come ad, dopo aver compiuto un lungo percorso internazionale in McDonald’s. «Oggi – racconta – l’85% dei fornitori ha sede nella penisola. La carne è 100% bovina, proviene da 15.000 allevamenti italiani ed è fornita da Inalca; il pollo, anch’esso 100% italiano, arriva da Amadori; il latte per i gelati da Granarolo; le mele dall’altoatesino Vog; il pane è prodotto in due stabilimenti, uno dei quali a Monterotondo, vicino Roma. Abbiamo altri fornitori su tutto il territorio e a una lunga tradizione di partnership con i consorzi dei prodotti tipici, Dop e Igp». Tradotto in numeri vuol dire 94 mila tonnellate di materie prime agroalimentari italiane all’anno.

GLI IMPEGNI
I dipendenti sono 25 mila con una quota molto alta di giovani (il 50% ha meno di 30 anni e il 32% ancora studia). Il 50% dei manager degli store sono donne (il 62% del totale) e infine il 15% di chi lavora in McDonald’s è straniero. «Sappiamo bene – afferma Federico – che c’è una grande differenza tra essere presenti in una comunità ed essere parte di essa impattando sui territori nei quali operiamo. Vogliamo continuare su questa strada, continuando a investire in Italia per rafforzare ancora di più il nostro legame con il territorio e generare ulteriore valore per le comunità».

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