Archive for the ‘Salute’ Category

I medici ospedalieri: “Primi nuovi segnali di stress, non ci sono le basi per riaprire”

martedì, Febbraio 23rd, 2021

Da una parte c’è chi, come Matteo Salvini, chiede di cominciare a riaprire l’Italia. Dall’altra c’è chi lavora sul campo che, dati alla mano, spiega che non è ancora tempo di ripartire. E che, anzi, negli ospedali iniziano a esserci i primi segni di un aumento dei casi più seri di Covid. “Gli ospedali italiani tornano ad avvertire i primi, nuovi, segnali di stress”, con l’aumento dei ricoveri per Covid in reparto e in terapia intensiva, afferma all’Agi Carlo Palermo, segretario nazionale di Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri. “Il calo dei contagi iniziato dopo il picco di ottobre-novembre si è arrestato e oggi siamo in una situazione critica destinata a peggiorare, con le stime che prevedono 25 mila casi giornalieri nelle prime settimane di marzo”, ha detto Palermo. In 10 regioni, ha continuato, “i ricoveri in terapia intensiva hanno superato il 30%: l’Abruzzo è quasi al 40% (38%) mentre l’Umbria è addirittura al 57%”.

Per il segretario di Annao, “siamo di fronte a numeri allarmanti da tenere bene in considerazione quando si propone di allentare le misure”. Ad oggi, infatti, “non ci sono le basi per aprire”.

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Covid, Brescia in zona arancione «rafforzata» dalle 18: scuole chiuse dagli asili nido all’università

martedì, Febbraio 23rd, 2021

«Oggi il presidente emanerà un’ordinanza per l’istituzione in tutta la provincia di Brescia di una zona arancione rafforzata» che prevede «anche la chiusura scuole elementari, dell’infanzia, nido» ma anche le lezioni in presenza in università. Dalle 18 scatteranno tutti gli altri divieti previsti dalla zona arancione come quello «di spostarsi nelle seconde case»: lo ha detto l’assessore regionale al Welfare Letizia Moratti intervenendo in Consiglio regionale. Il provvedimento riguarda anche alcuni comuni della bergamasca (Sarnico, Gandosso, Viadanica, Predore, Adrara San Martino, Villongo, Castelli Calepio e Credaro) e Soncino in provincia di Cremona.

La terza ondata

«La provincia di Brescia ha un’incidenza, ovvero un numero di nuovi casi, doppia rispetto al resto delle province lombarde. Allo stato attuale, la situazione è sotto controllo e gestibile rispetto all’autunno passato, in tutto il territorio regionale, tranne in provincia di Brescia, dove siamo di fronte alla terza ondata della pandemia. Uno stato che va aggredito immediatamente» ha aggiunto Guido Bertolaso. Già ora i reparti di rianimazione a Brescia sono «sotto stress» e per questo Areu ha «già trasportato pazienti nelle aree limitrofe». Ad allarmare è la diffusione delle varianti che raggiunge il 39% dei contagiati. «I dati mostrano che a Brescia è evidente una terza ondata: è il punto che va aggredito e su cui bisogna intervenire immediatamente» ha spiegato in consiglio regionale il consulente alla vaccinazione in Lombardia Guido Bertolaso.

Vaccini «strumento di contenimento»

Insieme alla chiusura delle scuole, la Lombardia ha avviato la rimodulazione della campagna vaccinale. «Per quanto riguarda la provincia di Brescia, saranno prioritariamente vaccinati gli abitanti dei 103 comuni con una incidenza del contagio superiore a uno ogni 250 abitanti» fanno sapere da Regione. In pratica, ha spiegato la vicepresidente della Regione e assessore al Welfare, Letizia Moratti, si comincerà a vaccinare nei Comuni dove ci sono i focolai, per evitare di riempire gli ospedali. «Regione Lombardia attuerà una rimodulazione della strategia vaccinale come strumento prioritario di contenimento del contagio ha spiegato Moratti —: verranno concentrati, nei limiti del possibile e delle linee guida del ministero, le attività di vaccinazione.

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I veri limiti di Astrazeneca

martedì, Febbraio 23rd, 2021

Antonella Viola

Grande entusiasmo sta suscitando un articolo apparso su Lancet in cui si sostiene che una singola dose del vaccino AstraZeneca sia efficace nel conferire protezione e che prolungare il tempo tra la prima e la seconda dose migliori l’efficacia complessiva del vaccino. Questi risultati stanno spingendo il nostro governo non solo a utilizzare il vaccino AstraZeneca in maniera massiccia nella fascia 18-65 (nonostante i dati sugli over 55 siano pochi e in generale questo vaccino sia meno efficace degli altri) ma anche ad adottare la strategia di vaccinare con una singola dose molte persone, per poi ritardare la seconda somministrazione.

Il primo punto che mi sento di sollevare riguarda proprio la pubblicazione in esame. Lo studio da cui si sono estrapolati i dati non è stato disegnato per studiare la differenza dell’efficacia di una singola dose rispetto a due, né per valutare la distanza tra le due dosi. Infatti, se confrontiamo i gruppi, vediamo che chi ha ricevuto una sola dose aveva caratteristiche diverse da chi ne ha ricevute due (più giovani, più donne, etnia diversa….) e quindi non è corretto fare un confronto di efficacia tra gruppi non sovrapponibili. Inoltre, guardando i numeri e gli intervalli di confidenza (da 0 a 100 in alcuni casi), è evidente che siamo ben lontani dal poter trarre conclusioni significative per il trattamento di massa della popolazione.

L’idea che il vaccino possa funzionare meglio se la prima dose è più bassa o se la seconda dose è ritardata non è assurda, anzi. Si tratta di vaccini il cui vettore (adenovirus) è estremamente immunogenico e stimola quindi una risposta immunitaria non solo contro la proteina Spike del Sars-CoV-2 (come nel caso di Pfizer e Moderna) ma anche contro il vettore stesso. Questa risposta immunitaria anti-vettore riduce l’efficacia del vaccino e, per questo motivo, Johnson&Johnson ha deciso di utilizzare una sola dose, e sempre per questa ragione il vaccino russo si basa su due adenovirus diversi.

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Varianti Covid, allerta voli a Roma: «Arrivi da Londra rischio falsi negativi»

martedì, Febbraio 23rd, 2021

di Flaminia Savelli

«Ancora troppi positivi sui voli dall’Inghilterra e quello che ci preoccupa è che nell’ultima settimana erano tutti asintomatici». Il responsabile medico del centro Covid dell’aeroporto di Fiumicino, Fabrizio Rossi, traccia così un primo bilancio. Mentre a Roma, l’allerta per la variante inglese si è trasformata in emergenza con i casi che si moltiplicano. Intanto nelle scuole romane è emergenza: ieri ha chiuso la Cerboni, è il sesto istituto in tre giorni.

Variante inglese a Roma, chiusa la scuola “IC Carotenuto”: «A casa 215 bambini e 45 insegnanti»

L’ordine resta quello di sottoporre a tampone rapido tutti i passeggeri che atterrano e di inviare i campioni dei positivi – e dei casi sospetti- nel laboratorio di virologia dello Spallanzani. L’unico in grado di sequenziare Variant of Concern, classificata come VOC 202012/01. 

Secondo gli ultimi dati registrati al Leonardo da Vinci di Fiumicino dunque, quasi il 2% dei viaggiatori atterrati da Londra nell’ultima settimana è risultato positivo e asintomatico. Solo nei prossimi giorni arriverà la conferma per la positività alla mutazione: «Se consideriamo che si tratta di persone che all’imbarco erano negative, si tratta di una percentuale altissima» precisa il responsabile. Intanto lo screening prosegue su tutti i viaggiatori in arrivo. Ancora ieri la macchina dei controlli era pronta a partire per l’ultimo volo atteso per le 17 da Londra. 

I VOLI DALL’AUSTRIA
Ma la falla nel sistema dei controlli tra Italia e Inghilterra, sarebbe proprio oltre Manica. 
«I passeggeri che qui sono risultati positivi – sottolinea il dottor Rossi- ci hanno mostrato il referto del test che avevano fatto il giorno prima di imbarcarsi da Londra: in tutti i casi si trattava di tamponi “fai da te”. Ecco perché i risultati sono falsati. Non è certo la prima volta che segnaliamo come quel genere di tampone non si efficace se non eseguito correttamente. Ma quello che stiamo notando – precisa – è che si tratta di casi asintomatici che hanno viaggiato nello stesso aereo con altre persone». 

Già a dicembre, proprio dall’aeroporto romano, era scattato il primo allarme per i passeggeri che arrivavano dall’Inghilterra positivi al Covid, ma con il foglio di un tampone negativo. E il rischio di aver fatto “viaggiare” anche la variante che intanto è stata registrata per la prima volta a Roma lo scorso 29 gennaio. I controlli sono diventati sempre più serrati soprattutto nelle scuole romane. Dove sono emersi poi i primi casi di VOC 202012/01. Prima all’Istituto comprensivo di Lunghezza, Villaggio Prenestino, quindi alla Carotenuto di Acilia e alla scuola del quartiere Africano, la Ferrini Sinopoli. 

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Vaccini, produzione in Italia: l’idea di convertire i siti dove nasce l’antinfluenzale

martedì, Febbraio 23rd, 2021

C’è una nuova ipotesi per produrre i vaccini contro il Covid anche in Italia. Ed è quella di convertire gli stabilimenti che preparano l’antinfluenzale. Se ne parlerà giovedì nell’incontro che il ministro per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha convocato con Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, l’associazione delle imprese del settore. Ma sul tavolo c’è soprattutto l’altra soluzione, e cioè lo spostamento in Italia di una parte del processo produttivo dei vaccini. Con un gioco ad incastro che coinvolga anche altri Paesi. E con la regia della Commissione europea, che si farebbe carico del problema licenze. Per questo sempre giovedì ci sarà un consiglio Ue sulla competitività, con il commissario Thierry Breton.

Su tutte e due le ipotesi, «pur offrendo la massima collaborazione possibile», il presidente di Farmindustria invita però alla prudenza. In particolare sulla conversione degli stabilimenti per l’antinfluenzale: «La produzione parte tra un mese — spiega — fermarla ora significherebbe non avere le dosi necessarie in autunno. Un problema serio». Sullo spezzettamento della produzione in più Paesi, Farmindustria ha cercato le aziende disponibili, raccogliendo alcune adesioni di massima. Nelle settimane passate il governo precedente si era concentrato su due impianti, uno nel Lazio e uno nel Veneto. Ma il cerchio non si è ancora chiuso.

Secondo Scaccabarozzi, anche questo non è un percorso semplice: «Adattare gli impianti non è operazione immediata. L’altro giorno parlavo con un produttore di macchinari per l’infialamento, che non è certo la parte più complessa del processo. E mi diceva che con grande sforzo è riuscito a dimezzare i tempi di realizzazione. Ma da un anno è passato a sei mesi». In ogni caso il governo è intenzionato a spingere su questa strada anche perché di vaccini anti Covid, purtroppo, avremo bisogno anche nei prossimi anni.

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Covid, ci sono alternative al lockdown? Italia-Europa a confronto su morti, chiusure e Pil

lunedì, Febbraio 22nd, 2021

di Milena Gabanelli e Simona Ravizza

La nostra vita quotidiana all’epoca del Covid-19, l’ingresso in zona rossa piuttosto che rimanere in giallo, è condizionata dalla risposta a un interrogativo su tutti: come fare a contenere i danni all’economia senza veder crescere il numero dei morti? A dodici mesi dallo scoppio dell’epidemia, proviamo a capire cosa è successo nei principali Paesi europei, dove ognuno ha fatto a modo suo. Ci aiuta a ricostruirlo l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) che ha messo in relazione il Pil con i decessi per milione di abitanti, e l’indice che misura quanto ogni Paese ha fatto per arginare la diffusione del virus, il Covid-19 Stringency Index dell’Università di Oxford. La scala va da 0 a 100, che è il valore massimo di rigore nell’adozione delle misure di contenimento. Gli indicatori presi in considerazione sono nove: dal divieto di spostamento, al blocco delle attività lavorative, fino alla chiusura delle scuole, restrizione delle manifestazioni e raccomandazione di restare a casa.

Il contesto della prima ondata

Il numero dei morti fra la fine di febbraio e maggio ci fa vedere che in Lombardia, dove in Europa il virus colpisce prima, è più di quattro volte superiore al resto d’Italia: 1.663 per milione di abitanti contro 366. Al di là di una gestione della pandemia che sicuramente avrebbe potuto essere migliore da parte della Sanità lombarda, questo dimostra che verosimilmente le altre Regioni hanno beneficiato del ritardo con cui sono state colpite grazie al lockdown totale dell’11 marzo, che rallenta in modo significativo la circolazione del virus fuori dalla Lombardia. E anche verso il resto d’Europa.

Alla fine della prima ondata l’Italia ha l’indice di contenimento più alto (80), e conta 587 vittime per milione di abitanti. La Francia, indice 74 con 469 decessi; la Spagna 68, con 645 morti, Regno Unito 60, con 609 vittime. Lo stesso indice della Germania, che però ha solo 112 decessi. La Svezia, che ha adottato meno misure di tutti, indice 49, conta 571 vittime. In sostanza: gli altri Paesi hanno potuto permettersi di chiudere dopo e meno di noi, e ad eccezione della Germania, che ha uno dei sistemi sanitari più robusti, il numero dei decessi è pressoché simile.

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La pandemia è a un nuovo culmine, ora serve una traiettoria italiana

lunedì, Febbraio 22nd, 2021

di Paolo Giordano e Alessandro Vespignani

La pandemia è a un nuovo culmine, ora serve una traiettoria italiana

A un anno dall’inizio della pandemia, queste sono di nuovo ore di congetture. I decisori appaiono indecisi se proseguire nell’approccio portato avanti da novembre a qui, o puntare a un’azione di contenimento più vigorosa e, per una volta, preventiva.

I numeri e i trend non sono così eloquenti da imporre automaticamente una direzione oppure l’altra, Rt oscilla intorno alla soglia critica, le varianti si diffondono ma c’è uno scetticismo latente sul fatto che possano cambiare drasticamente la situazione.

Mentre non si capisce bene cosa sta per succedere, si azzardano un po’ tutte le ipotesi: andare avanti con i colori delle regioni, interrompere la prassi con un circuit-breaker di qualche settimana (tutta Italia in arancione o in rosso per abbassare i numeri), addirittura puntare spavaldamente agli zero contagi. Sono tutte strade possibili, ognuna imperfetta a modo suo e ognuna con i suoi costi sociali ed economici.

Dovrebbe apparire ormai chiaro che, nello scegliere una via o un’altra, la politica non fa «quello che dice la scienza», perché la scienza non può né deve scegliere. La scienza elenca le variabili in gioco, presenta i dati, li interpreta e, sulla base di tutto questo e nei limiti del possibile, elabora degli scenari.

Inoltre, le variabili sono ormai moltissime. La pandemia ha raggiunto un nuovo culmine, non di gravità stavolta, ma di complessità. La primavera scorsa, emotivamente straziante, era molto più semplice da leggere del momento attuale. C’era un virus nuovo e non esistevano cure né modi per fermarlo, se non distanziandosi il più possibile, a prescindere.

Ora no.

Accanto alle dinamiche del contagio (che già di per sé corre a velocità multiple a causa delle varianti), ci sono la campagna di vaccinazione in corso e gli effetti socio-economici sempre più significativi dopo un anno come quello trascorso. Ogni aspetto andrebbe considerato in relazione agli altri. Per esempio, l’inasprimento eventuale delle restrizioni va associato ai tempi previsti di vaccinazione, alle dosi in arrivo e così via.

Più il quadro si fa complesso, più il ruolo della politica diventa discriminante. Ciò che è rimasto immutato dalla primavera scorsa, tuttavia, è il lasciare che siano per lo più gli esperti a dibattere nel dettaglio la gestione della pandemia. Con tutte le fughe in avanti che questo genera di continuo, gli scontri anche scomposti, le opinioni un tempo genuine che nel frattempo sono diventate rappresentanza di questa o quella corrente di pensiero, la tendenza a privilegiare un’angolazione specifica rispetto all’insieme. La politica sempre un po’ nascosta dietro, ad aspettare che sia la gravità delle circostanze a rendere inevitabili le azioni.

Da ottobre a oggi è diventata sempre più consistente l’impressione di un’assenza di strategia organica. O per lo meno di una dichiarata. Ma senza una strategia di medio termine organica e dichiarata, è impossibile per chiunque valutare se quella strategia sia stata vincente e se sia stata implementata in modo corretto.

Chi scrive, per esempio, è stato favorevole mesi fa alla differenziazione delle misure di contenimento per zone. Ma il sistema dei colori è solo un metodo, e perde efficacia se non si fissano degli obiettivi chiari: vogliamo abbattere il numero di casi?, se sì, di quanto?, vogliamo invece rimanere sul plateau?, e come proiettiamo il rischio delle varianti di cui siamo a conoscenza ormai da dicembre?

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Speciale Coronavirus Locatelli (Cts): “Per fine marzo l’Italia avrà 13 milioni di dosi di vaccino”

domenica, Febbraio 21st, 2021

Il presidente del Comitato tecnico scientifico: «Per numero di dosi somministrate e popolazione siamo il secondo paese in Ue dopo la Germania, primo per popolazione vaccinata con doppia dose»

Locatelli (Cts): “Per fine marzo l’Italia avrà 13 milioni di dosi di vaccino”

Per fine marzo l’Italia dovrebbe ricevere, da inizio campagna vaccinale, 13 milioni di dosi:lo ha detto Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità durante la trasmissione «Mezz’ora in più» condotto da Lucia Annunziata.«La limitante di questa prima fase è stato il numero di dosi che sono state rese disponibili. Ne abbiamo avute 4 milioni e 700 mila, ne abbiamo usate circa i 3/4 – rispetto ai 6 milioni indicati inizialmente – altre 7 milioni e 700 mila sono attese a marzo. Per numero di dosi somministrate e popolazione siamo il secondo paese in Ue dopo la Germania, primo per popolazione vaccinata con doppia dose».

LA STAMPA

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Vaccino Covid, Remuzzi: “Cerchiamo dosi sul mercato. Sputnik ok, bisogna fare in fretta”

domenica, Febbraio 21st, 2021

di PACO MISALE

“Col piano vaccinale siamo indietro, non c’è dubbio. I motivi possono essere tanti: mancano le dosi, che non stanno arrivando alla velocità promessa. Per contenere morti e malati, a questo punto, sarebbe opportuno vaccinare tutte le persone che possiamo con le fiale che abbiamo e rimandare il richiamo tre mesi, consentendoci arrivare all’estate, sperando che il virus rallenti. Nel frattempo, si potrebbero percorrere altre vie, aumentando i siti produttivi in Europa o magari acquistando i vaccini sul mercato, da quei Paesi che ne hanno più. O, ancora, puntare sullo Sputnik dei russi”. Giuseppe Remuzzi, direttore dell’istituto Ricerche farmacologiche Mario Negri Milano, ha le idee chiare sui motivi che stanno facendo rallentare la campagna vaccinale in Italia, ma anche su come sarebbe possibile ovviare al problema.

Covid: i vaccinati in Italia in tempo reale

Professore, perché non marciamo al ritmo che ci era stato promesso?

“Mancano le dosi. L’Italia e l’Europa sono inetro rispetto a Usa, Nuova Zelanda e anche Israele. Tutto sommato siamo stati efficienti rispetto alla quantità vaccini ricevuta finora. l negoziati sottoscritti tra le case farmaceutiche produttrici e l’Ue dovrebbero essere rivisti. Perché il problema sta lì”.

Quin la vaccinazione a rilento pende dagli accor con le aziende produttrici che non hanno rispettato quanto promesso?

“Non conosco gli accor, né se altri paesi abbiano pagato più per avere più. Pare si sia innescato un problema produzione, almeno a sentire Pfizer e AstraZeneca, che a un certo punto si sono accorte non riuscire a produrre come e quanto avrebbero voluto”.

Come si esce da questo imbuto?

“Se le nazioni europee si unissero e lavorassero in modo sinergico per aumentare i siti produttivi, avremmo un’accelerazione notevole. Mi rendo conto che non sia facile. Non solo per una questione sol”.

Alcune Regioni valutano acquisti in proprio: è una strada percorribile e soprattutto c’è da fidarsi?

“È una strada percorribile, certo. Le Regioni fanno bene. Credo sia una via da perseguire. Prima vacciniamo, meglio è. Ogni giorno che peramo ci sono persone che muoiono. Oggi abbiamo capito che dobbiamo confrontarci con una carenza dosi. Se quin esistono da qualche parte del mondo paesi che hanno più vaccini rispetto al loro reale fabbisogno, allora sarebbe giusto perlustrare questa possibilità e comprare da lì”.

Queste nazioni ci sono?

“Paesi come l’Ina stanno andando molto bene e potrebbero non avere più tutta questa necessità dosi come è stato finora. Ovviamente andrebbe fatto tutto in via istituzionale e, una volta verificate sponibilità e sicurezza delle fiale prodotte, a quel punto sarebbe il caso iniziare a importarle anche qui da noi. Senza che questo vada a scapito dei paesi più poveri. Ma dobbiamo fare in fretta”.

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Vaccini, nuovi tagli alle consegne da AstraZeneca. Rallenta la campagna per insegnanti e forze dell’ordine

domenica, Febbraio 21st, 2021

di Alessandra Ziniti

Ancora tagli alle forniture dei vaccini, ancora impegni non mantenuti da parte delle case farmaceutiche che rallentano ancor di più la campagna che solo in questi giorni, con grande ritardo sui tempi originariamente previsti dal piano, sta cominciando con gli over 80.

Grafici e mappe L’andamento delle vaccinazioni

Questa volta a consegnare meno dosi del previsto è stata Astrazeneca che ieri avrebbe dovuto far arrivare in Italia 560.000 dosi e che invece ha operato un taglio dell’11 per cento consegnandone 60.000 in meno. Novemila dosi in meno sono giunte nei centri vaccinali del Lazio, 5.000 in meno in Emilia Romagna e via via in proporzione in tutte le altre regioni che hanno già avviato da pochi giorni le vaccinazioni di insegnanti, forze dell’ordine, militari. Ad alcune regioni i tagli sono stati annunciati per la consegna prevista il 28 febbraio.

“Gravissima la riduzione improvvisa della consegna di vaccini Astrazeneca. Noi ce la stiamo mettendo tutta ma con questa incertezza è tutto più difficile. L’Italia tuteli gli interessi nazionali e le programmazioni delle Regioni, intanto prepariamoci alla produzione di vaccini validati da Ema e Aifa da parte delle nostre aziende”, dice il presidente della Regione Lazio e segretario del Pd, Nicola Zingaretti.

E il governatore lombardo Attilio Fontana chiede l’intervento del premier. “Il presidente Draghi faccia sentire la sua autorevole voce in Europa per tutelare gli interessi nazionali e la campagna vaccinale delle Regioni. Bisogna garantire al più presto la stabilità  delle forniture perchè i nostri cittadini hanno diritto di conoscere i tempi della programmazione della somministrazione dei vaccini”.

Se ne sta parlando nel corso della Conferenza delle Regioni convocata dal presidente Stefano Bonaccini per le valutazioni da consegnare al governo sulle nuove misure da adottare alla vigilia della scadenza del Dpcm prevista per il 5 marzo. Non c’è unità di vedute. Alcuni governatori spingono per una zona arancione nazionale per alcune settimane nel tentativo di contenere l’espandersi delle varianti anche perché la campagna vaccinale, al di là degli obiettivi annunciati, procede a rilento.

“Ci è stata comunicata una riduzione di 9 mila dosi del vaccino Astrazeneca per le prossime consegne e questa è una brutta notizia. Mi domando come si possano conciliare le presunte offerte di mediatori proposte ad alcune regioni su mercati paralleli per il vaccino Astrazeneca con l’acclarata riduzione?”, dice l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato.

Anche la Sicilia ha rievuto meno dosi, 40.000 sulle 45.000 previste e il Friuli Venezia Giulia è stato avvisato di un taglio alle forniture per la prossima settimana. “La prossima settimana il nostro sistema sanitario riceverà infatti 10.100 dosi invece della 11.300 previste – dice il vicegovernatore del Friuli Venezia Giulia con delega alla Salute, Riccardo Riccardi – la riduzione è contenuta, ovvero il 10 per cento, non inciderà in maniera rilevante sulla campagna vaccinale e sulle agende definite dalle aziende sanitarie tuttavia non possiamo registrare che invece di accelerare rischiamo di rallentare. Gli appuntamenti già fissati per i prossimi giorni verranno quindi rispettati; al momento la nostra Regione dispone infatti di una quantità di vaccini sufficiente al proseguimento delle azioni avviate in base alle indicazioni del Ministero della Salute”.

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